Stefano Gervasoni – Ritratti e novità

Una serie di prime impreziosiscono tre monografie a Witten, Ginevra e Udine

Il profilo internazionale di Stefano Gervasoni emerge chiaramente dai due ritratti, pressoché simultanei, dedicatigli da altrettante importanti istituzioni europee questa primavera, i Wittener Tage für Neue Kammermusik e l’Ensemble Contrechamps: rispettivamente una tre giorni monografica e un approfondimento impreziosito da una prima. Un’attenzione confermata sul piano nazionale anche dalla manifestazione in cartellone a Udine per la rassegna “I Nuovi Suoni”. I Wittener Tage für Neue Kammermusik propongono il 6 maggio alla Johanniskirche di Witten la prima esecuzione assoluta di Dir – In dir per sestetto vocale e sestetto d’archi, nell’interpretazione degli ensembles Exaudi e L’Instant Donné sotto la direzione di James Weeks. In questi termini l’Autore presenta la genesi e la concezione della nuova opera: «Nel 2003 ho scritto In dir, per ensemble vocale a sei voci, un ciclo di undici brani con i testi del mistico del XVII secolo Angelus Silesius, poeta e pensatore, raccolti nei sei libri del Cherubinischer Wandersmann. La commissione di un sestetto per archi da parte di Harry Vogt mi ha dato l’idea di scrivere un commento a In dir che di questo pezzo utilizzasse lo stesso materiale musicale e si ponesse rispetto ad esso in rapporto di complementarietà. Di In dir, Dir conserva il numero delle voci e il loro materiale musicale, diventando così una specie di “sotto-testo”, un’esplicitazione in termini puramente musicali del particolare significato teologico o groviglio di nessi filosofico-religiosi dei distici di Silesius. A questo scopo il brano utilizza principi costruttivi direttamente derivati dai testi silesiani, sorta di madrigalismi di tipo evoluto con il testo in absentia. Se In dir è tensione del raggiungimento del divino o dell’essenza della verità in un altrove ignoto o dentro l’ignoto di noi stessi – tentativo che si attua attraverso la parola –, Dir è questo stato o luogo dove tale segreto, il mistero dell’essere, è conservato, e che la parola non sa dire. Per questo, nella mia intenzione i due sestetti dovrebbero costituire le due metà di un unicum, l’“uno” dell’antico mito platonico, l’essere androgino primordiale da Zeus diviso in due metà, ognuna delle quali perennemente sofferente della nostalgia della propria metà perduta e del continuo tentativo di ricongiungersi ad essa. Una complementarietà che si realizza attraverso l’alternanza, mai con la sovrapposizione. Il “Tu” divino, che la parola evoca, coincide nella sua essenza con la scoperta dell’“io interiore”, ma l’uno e l’altro sono irraggiungibili. In dir e Dir sono complementari perché possono essere eseguiti di seguito (prima il sestetto vocale, poi il sestetto per archi) o alternati secondo l’ordine seguente, in cui i brani di Dir sono presentati in ordine inverso rispetto ai corrispettivi brani di In dir. Oppure potranno essere eseguiti separati, rimandandosi l’un l’altro a distanza».

Il giorno successivo, 7 maggio, si prosegue al Märkisches Museum con un Dialog-Portrait di Stefano Gervasoni, che comprenderà una conversazione tra l’Autore e Martina Seeber, e un’esecuzione musicale affidata a Cédric Jullion, flauto, Muriel Cantoreggi, violino e Geneviève Strosser, viola, che intepreteranno Masques et Berg per violino e viola, Phanes per flauto, Tornasole II nella versione per due violini e flauto basso e infine due delle Invenzioni a due voci di Johann Sebastian Bach nella trascrizione per flauto, violino e viola di Stefano Gervasoni. Quello stesso 7 maggio avrà luogo nell’Aula della Rudolf-Steiner Schule la prima esecuzione assoluta di Horrido per sette voci a cappella, commissione del WDR 3; ne sarà interprete la Schola Heidelberg diretta da Walter Nußbaum. Così descrive l’Autore il nuovo lavoro: «Horrido è una composizione per sette voci a cappella (S.S.A.T.T.Bar.B.) che utilizza frammenti di Hyacinth Freiherr von Wieser (1893 – ?), un giurista che, a seguito delle sua ossessione di essere avvelenato, si isola dai suoi familiari e dal mondo, e finisce in un sanatorio di Monaco di Baviera, dove dipinge e scrive. Di lui non si sa più nulla dopo il 1920, anno in cui il dottor Hans Prinzhorn, psichiatra e storico, studioso dei rapporti tra arte e malattia mentale (il suo libro Bildnerei der Geisteskranken rappresenta uno dei primi tentativi di analisi del genere) terminò le sue visite e raccolse un buon numero di documenti della produzione “artistica” del barone von Wieser, riunendoli in una grande collezione d’art brut, Sammlung Prinzhorn, oggi custodita presso il Dipartimento di psichiatria dell’Università di Heidelberg. Questo lavoro rappresenta per me il primo tentativo di mettere in musica dei testi non poetici, dei testi, cioè, che non presentano una caratteristica di autorevolezza indiscussa per il loro contenuto, le loro caratteristiche fomali, la loro storia. Ho sempre cercato di usare il massimo rispetto nella “traduzione” musicale dei testi poetici, considerandoli come sistemi organicamente compiuti di principi regolatori da trasformare in musica. Nel caso dei testi del barone von Wieser questo rispetto diventa in primo luogo una forma di adesione alla sofferenza psichica che essi esprimono in una modalità quasi inconsapevolmente artistica, essendo la fattura artistica il risultato della messa in forma di una materia plasmata dal delirio e dalla schizofrenia. Ne consegue un’idea di bellezza artistica e di funzione dell’arte che travalica (in modo dirompente) le categorie “consuete” della creazione artistica (autore, pubblico, fruizione estetica, contesto della rappresentazione, etc). Per questo motivo considero Horrido (il titolo è una parola dei testi del barone von Weiser) un altro tassello della mia ricerca musicale attuale, nella quale l’incontro tra “spontaneità” e “regola” mi sembra costituire un perno essenziale (Prato prima presente, Com que voz, Nube obbediente). Non nascondo la difficoltà che l’utilizzo di testi non dichiarabilmente poetici mi ha procurato. Prova né è, per esempio, la lunga gestazione del lavoro (iniziato nel febbraio 2008 e concluso nel gennaio 2011). Il montaggio dei testi ideato da Patrick Hahn, giovane Dramaturg dell’Opera di Stoccarda, ha conferito loro una dimensione drammaturgica che ha potuto creare una cornice strutturale implicita al mio lavoro. Dico implicita perché questa forma è stata da me rispettata in modo diverso, e resa non visibile, trasformandola da orizzontale – una “quasi cantata” con momenti lirici, narrativi, discorsivi – a verticale, nella quale i suddetti momenti s’incontrano contrappuntisticamente sovrapposti, combinati e ricombinati, quasi a rappresentare lo spazio dissociato, a-logico, a-temporale della mente malata. Dal disordine/ordine del delirio, all’ordine del montaggio, al “disordine” della messa in musica».

Sempre il 7 maggio il Festsaal di Witten ospiterà la prima esecuzione della versione definitiva degli Aster Lieder per voce, violino, viola e violoncello, integrata del quarto Lied ancora mancante all’appello, sempre nell’interpretazione del gruppo L’Instant Donné. Il giorno successivo, 8 maggio, le celebrazioni di Gervasoni si spostano a Ginevra, nel contesto della stagione dell’Ensemble Contrechamps, quando il compositore incontrerà Philippe Albèra nello Studio Ernest Ansermet della Radio Suisse Romande. In quella sede verranno ripresi gli Aster Lieder per voce, violino, viola e violoncello, insieme a Prato prima presente per ensemble, nell’intepretazione del soprano Sylvia Nopper e dell’Ensemble Contrechamps diretto da Michael Wendenberg.

Il 10 maggio, sempre allo Studio Ernest Ansermet, verrà proposta un’interessante duplice esecuzione di Nube obbediente, sia nella versione solistica per trombone e percussione, interpretata da Jean-Marc Daviet e François Volpé, sia in quella concertante per trombone, percussione e ensemble, commissione Ensemble Contrechamps, affidata ai medesimi solisti coadiuvati dall’Ensemble Contrechamps e sempre sotto la bacchetta di Michael Wendenberg. Queste, nelle parole dell’Autore, le ragioni dell’opera e delle sue due versioni: «La meteorologia mi ha sempre interessato. Sono molto sensibile ai cambiamenti del tempo, al punto da essere meteoropatico; i bruschi mutamenti climatici mi sconvolgono, soprattutto quando l’uomo giunge a modificarne gli equilibri. Mi occupo d’un concetto che è alla base del comportamento umano di fronte al tempo. Rispettare una regola richiede di conformarsi a una legge considerata come superiore alle contingenze e alle esigenze particolari di un individuo e come fondamento d’un rapporto tra gli esseri umani. Conformarsi al tempo che fa richiede una forma d’obbedienza ai fenomeni naturali che è fuori di discussione e tanto più condivisa quanto più aumenta la rigidità del tempo. Questa idea di accettazione è alla base dell’educazione d’un bambino che impara a poco a poco la disciplina di una serie di regole imposte, utili alla sua evoluzione e alla sua formazione individuale e sociale, le interiorizza e le mette in atto in modo quasi spontaneo, come se fossero diventate naturali. È molto interessante, per un musicista “meteoropatico”, notare che il verbo obéir nella sua etimologia latina contiene la parola ouïr (obœdire, derivato da ouïr, col prefisso ob in funzione d’intensificazione). Ecco in cosa il lavoro del compositore somiglia a quello del meteorologo: scrutare le voci del cielo per dire quello che il tempo ha deciso di fare, come un compositore scruta le leggi del suono, ciò che le sue vibrazioni sonore portano, come del vento, e gli parlano come una buona madre parla ai suoi figli e il tempo agli uomini, obbedire a queste regole e dirlo ai suoi ascoltatori. La versione concertante di Nube obbediente comprende, oltre ai due solisti principali, un ensemble composto da flauto, clarinetto, fagotto, corno, percussione, arpa, pianoforte, violino, viola, violoncello e contrabbasso. L’incontro tra regola e spontaneità si realizza, in questa versione concertante, anche in due modalità ulteriori: da un lato attraverso le regole imposte dal compositore alla materia musicale, assimilando il fenomeno acustico ai fenomeni atmosferici (quindi una materia dotata di una sua forza propria autoregolantesi, come la natura, di cui l’uomo, con le sue leggi, non può essere interamente padrone); una tematica affine a quella di Prato prima presente: urbanizzare uno spazio naturale, rispettando la sua storia “geologica”; in secondo luogo attraverso le regole imposte dal duo preesistente alla materia sonora ritagliabile e organizzabile autonomamente dall’ensemble che lo accompagna: le possibilità di plasmare la materia sonora dell’ensemble vanno accordate alle regole imposte o deducibili dal duo». Diverse anche le esecuzioni italiane di musica di Gervasoni. Il 12 gennaio il Divertimento Ensemble diretto da Sandro Gorli ha proposto al rinnovato Auditorium del Centro Culturale San Fedele, per la stagione “Rondò 2011”, Prato prima presente per ensemble.

Il 5 marzo il pianista Emanuele Torquati eseguirà all’Area Sismica di Forlì Pré (I-III): I. Pré-ludique – II. Pré-lubrique – III. Pré-public per pianoforte. La rassegna udinese “I Nuovi Suoni” dedica infine a Stefano Gervasoni un importante concerto monografico il 19 maggio al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, nella serie “Sentiti da vicino”. Il gruppo vocale Exaudi e L’Instant Donné introdurranno alla musica del compositore dapprima in un incontro pomeridiano in presenza dell’Autore stesso, poi in un concerto serale dove verranno proposti Masques et Berg per violino e viola, Recercar chromaticho post il Credo per quartetto d’archi, nonché la prima esecuzione italiana di Dir – In Dir per sestetto vocale e sestetto d’archi, proposta pochi giorni prima dagli stessi esecutori in prima assoluta a Witten.

Courtesy Edizioni Suvini Zerboni (www.esz.it)


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