Murray Perahia al Quartetto di Milano

8 MARZO 2011,  martedì ore 20.30 – CONSERVATORIO “G. VERDI”

146° STAGIONE DI CONCERTI • Società del Quartetto • 2010-2011


programma
J.S. Bach – Suite francese n. 5 in sol maggiore BWV 816
L. van Beethoven – Sonata n. 27 in mi minore op. 90
J. Brahms – Intermezzi op. 119
R. Schumann – Kinderszenen op. 15
F. Chopin – brani da definire

La voce del suo pianoforte è un appello alla bellezza

di Lorenzo Arruga

Che cosa voglia dire poeta non si sa, o si sa troppo. Ci sono un milione di pagine per spiegare che cosa sia e due milioni su che cosa non sia. Però ci sono dei pianisti di cui viene spontaneo dire: “è un poeta” e si sa perfettamente perché. Se uno di questi artisti mette le mani sulla tastiera, genera di colpo un’attenzione stupefatta, un ascolto diverso dal consueto. E’ il tocco, che dà voce allo strumento come se dicesse parole per noi; è il fraseggio, che fa capire perché San Tommaso affermasse che l’anima era la forma del corpo; è la logica, che si porta in una zona dove la storia e la struttura, la tecnica e lo stile diventano per noi un volumetto da studiare dopo, per capir meglio, non per raggiungere la verità, ma arrivandoci attraverso la verità che si è direttamente manifestata.
Murray Perahia è un poeta. La voce del suo pianoforte ha una dolcezza patetica ma imprendibile e indefinibile, che esclude commozioni superficiali: è un appello alla bellezza, una testimonianza che il mondo non finisce nel nulla; il peso specifico dei suoi accordi è come trovato da una necessità di armoniosa intelligenza; il suo “legato” sembra fare crescere e decrescere i suoni tenuti in tensione come negli strumenti ad arco o a fiato. Tutto questo porterebbe al pericolo d’una “poeticità” generica, qualcosa di più affettuoso che non geniale, di più espressivo in se stesso che non espressivo di qualcosa trovato negli autori e nelle loro composizioni. Perché Perahia non fa parte del versante degli interpreti che disegnano con linee esatte ed ammirevoli, catturanti o provocatorie, la lettura critica di un’opera, Pollini o Kremer,
Pogorelich o Boulez; ma piuttosto di quelli che sembrano guardare ai vari mondi degli autori da un altro pianeta, Michelangeli o Casals, Gieseking o Kleiber. Se il pericolo non esiste, è per molte ragioni. La prima è che Perahia incessantemente studia, per rintracciare all’interno d’un’accanita ricerca le forme del linguaggio e le sue rifrazioni. La seconda è che la sua vita è così ricca dall’inizio d’incontri intensi, prolungati e straordinari, che il confronto fra personalità della musica è sempre stato presente alla grande: Serkin e Horowitz, il Quartetto di Budapest e Britten… Un’altra, decisiva, è che il pianeta Perahia è così vicino a noi da sembrare il nostro sogno, la risposta alle nostre intime fantasie.
Così, Bach della Suite francese in sol maggiore ci viene incontro come predisposto a farci sentire quanto di lui è giù in noi, il mito della sua grandezza antica e gli innumerevoli ricordi della musica che ha generato lungo i secoli; Brahms degli Intermezzi ha insieme l’amore fedele alla classicità e l’incantamento delle idee che vi si dispongono come stati d’animo; Chopin sembra mettersi egli stesso direttamente al pianoforte per noi; il fanciullo delle Scene di Schumann ci richiama il fanciullino di Pascoli, senza età se non la nostra o tutte quelle che abbiamo avuto. La Sonata in mi minore di Beethoven sembra quasi una dichiarazione della poetica di Perahia: parte insistendo su domande senza risposta e si libera in un secondo movimento di una tale limpida dolcezza che ci fa capire perché l’autore non abbia scritto un tempo conclusivo. Quella dolcezza indifesa ha qualcosa di profetico, sembra annunciare la vita che sarebbe giusto avere.

dal sito del “Quartetto di Milano

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C'è un commento all'articolo

  1. Antonio Acunto

    Perahia dimostra con la costruzione musicale di un pezzo necessariamente parte dalla ricerca del suono.Purtroppo continuano ad emergere giovani pianisti che questo aspetto non lo considerano affatto e fanno della velocità fine a se stessa l’unico mezzo per esprimere la loro bravura,ma non l’arte dei suoni.Credo che molta responsabilità sia dei tanti concorsi e master tenuti dai soliti maestri;infatti avendone fatti anche io molti ho notato che nessuno dei maestri famosissimi parla mai del suono e del fraseggio tranne la mia amata Nikolayeva che invece tanto mi ha dato.

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