Quando la musica incontra l’astrologia

Sofia Gubaidulina

Sotto il segno dello scorpione e The Planets all’Auditorium di Milano

Wayne Marshall, amatissimo direttore d’orchestra inglese, è tornato, nei giorni scorsi, alla guida dell’Orchestra Sinfonica Verdi,  con due brani d’eccezione: Sotto il segno dello scorpione di Sofija Asgatovna Gubajdulina (1931) in prima esecuzione italiana e The Planets di Gustav Holst (1874-1934).

Composto nel 2003 per Friedrich Lips, nato – come la stessa compositrice russa – sotto il segno zodiacale dello scorpione, il primo brano, in forma di variazioni su sei esacordi per bayan e grande orchestra, era alla sua prima esecuzione in Italia. Brano dalla scrittura complessa che cerca di sfruttare le possibilità sonore del bayan (strumento tradizionale russo affine alla fisarmonica), Sotto il segno dello scorpione è stato eseguito dal bravissimo Davide Vendramin, solista dalla particolare forza espressiva e comunicativa: qualità riconosciute e apprezzate dal pubblico presente in sala e sancite dalla richiesta di bis, in tutte e tre le repliche del concerto. Difficoltà maggiore, invece, richiedeva l’approfondimento compositivo del brano stesso, che rispecchia pienamente le scelte estetiche da sempre intraprese dalla russa Gubajdulina: accostare alla ricerca e alla sperimentazione la valorizzazione della musica popolare russa e dei suoi strumenti tradizionali, sfruttandone pienamente le capacità timbriche e sonore, ricorrendo ad accostamenti particolari (come in questo caso, uno strumento popolare, il bayan, e una grande orchestra), all’uso di una concezione simbolica e della serie numerica del matematico Fibonacci applicata al ritmo, invece che agli intervalli. Sugli strumenti popolari russi e, in particolare sul bayan, la stessa compositrice, afferma: «Questi sono strumenti che permettono un passaggio da una dimensione sonico/spaziale a un’altra senza cambiare la posizione delle dita sulla corda o sulla tastiera. Tutti gli strumenti come questi esercitano un particolare fascino su di me. […] Con il bayan, anche, c’è la possibilità di cambiare da una dimensione sonico/spaziale a un’altra».

Gustav Holst

Di grande suggestione sinfonica The Planets op. 32 di Gustav Holst, una suite orchestrale in sette movimenti, ognuno dedicato a un pianeta del sistema solare: suite dalla quale il cinema hollywoodiano ha attinto a piene mani. L’autore impiegò circa due anni (dal 1914) per completare quest’opera e non la amò mai molto, nonostante (o forse proprio perché) il successo, mondiale, offuscò tutto la sua restante produzione. Influenzata da opere di Mahler, Schönberg e Stravinskij, la suite nacque dalla passione di Holst per l’astrologia e la teosofia e dalla voglia di spiegare l’influsso dei pianeti sulla psiche umana.

Ogni movimento è accompagnato da una breve didascalia che ne illustra lo spirito: Marte, che porta la guerra; Venere, che porta la pace; Mercurio, il messaggero alato; Giove, che porta la gioia; Saturno, che porta la vecchiaia; Urano, il mago; Nettuno, il mistico. Tra i pianeti manca Plutone, scoperto solamente nel 1930, 4 anni prima della morte di Holst, il quale, benché pressato da più fronti, si rifiutò di aggiungere un ottavo movimento: nel 2000 Colin Matthews compose un movimento dedicato al pianeta (che, però, nel 2006 è stato declassato a “pianeta nano”).

Centro di tutta l’opera è il IV movimento, dedicato a Giove, con un’alternanza di temi ora cantabili ora danzanti e gioiosi; nei tempi precedenti, dopo un inizio “bellicoso”, nei metri di 5/4 e 5/2 (Marte), si passa alla raffinatissima pagina dedicata a Venere, con sonorità in pp, e poi alla leggerezza dello scherzo (Mercurio), dove brevi incisi in 6/8 vengono ripetuti alternativamente dalle varie sezioni dell’orchestra. Gli ultimi 3 movimenti, invece, dopo la pagina, dall’atmosfera prima fosca poi sublime, dedicata a Saturno, per tradizione il pianeta “esecutore del destino”, si passa al clima scherzoso di Urano e alla misticità di Nettuno, caratterizzato da macchie sonore in pp e con la presenza di un coro femminile, fuori scena, che svanisce poco alla volta in un effetto di dissolvenza. In quest’ultimo movimento si è esibita, ottimamente, la sezione femminile del Coro Sinfonico Verdi diretto da Erina Gambarini.

Unica nota dolente di questo originale e interessantissimo programma, eseguito brillantemente dall’Orchestra, guidata con grinta e carisma da Marshall, la scarsa affluenza di pubblico, probabilmente intimidito da compositori che meriterebbero di essere più noti alle masse.


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