Ivan Fedele, il suono e lo spazio

Ivan Fedele (foto di Jean Christophe Dorn)


Due prime assolute al Festival Agora e MiTo approfondiscono una ricerca ventennale sulla spazializzazione del suono


Importante prima esecuzione assoluta per Ivan Fedele al termine della primavera. Il 10 giugno il Festival Agora ospiterà nella Salle 400 del Centquatre di Parigi La pierre et l’étang (…les temps…) per quartetto d’archi, percussioni, orchestra d’archi e elettronica, commissione Ircam – Centre Pompidou, nell’interpretazione del Quatuor Renoir, di Daniel Ciampolini alle percussioni e dell’Orchestre Philharmonique de Radio France sotto la direzione di Ernest Martinez Izquierdo. Il concerto, coproduzione Ircam – Centre Pompidou e Radio France con la collaborazione del CentQuatre e il sostegno della Sacem, verrà registrato da France Musique. In questi termini l’Autore ha raccontato a Jérémie Szpirglas il significato del nuovo lavoro, partendo dal titolo: «Si può intendere questo titolo in due modi diversi. In termini di dimensione temporale innanzitutto: quella della composizione, molto diversa da quella psicologica dell’ascolto, che varia tra il primo e l’ennesimo ascolto, ed è ancora diversa da quella della memoria. Poi si può intenderlo come stagno, distesa d’acqua, considerando la relazione tra due elementi, l’acqua, che rappresenta la flessibilità, e la pietra, che rappresenta la durata. Da bambino mi divertivo spesso a lanciare pietre nell’acqua, ed è il ricordo di quel gioco che mi ha fatto prendere coscienza della ricchezza dinamica di questi due elementi. Nel mio pezzo l’immagine serve come metafora poetica o formale, ma non è illustrativa. Lo stagno è una superficie d’acqua assolutamente liscia, sulla quale, come su una tavoletta di cera, è possibile segnare ciò che si vuole. Non si tratta tuttavia di un’immagine naturalistica: non si sentiranno pietre che cadono, né piogge di sassolini. L’immagine veicola un ritmo che mi offre, metaforicamente, delle premesse formali. Il primo movimento s’intitola Rocher englouti: l’immagine poetica corrisponde a un masso enorme che cade nell’acqua, metafora della pesantezza e al tempo stesso dell’acqua che smorza questa pesantezza.

Segue Ricochet de galets, che si occupa della traiettoria di piccoli oggetti che producono un’eterofonia. La metafora è anche in questo caso formale: il movimento rallenta e suggerisce una freccia temporale che guida il percorso. La terza immagine è quella di una singola pietra, la pietra pomice, che, meno densa dell’acqua, non affonda. Musicalmente, si tratta di un’esplorazione metaforica del rimbalzo: se si immerge la pomice nell’acqua, questa resiste ed emerge dall’acqua appena la si lascia. Infine abbiamo una Pluie de cailloux: occorre immaginare una giornata di pioggia. Tutto si ferma e la pioggia crea una rete complessa di increspature multiple alla superficie dello stagno. L’immagine suggerisce, anche in questo caso, un’eterofonia – i suoni sono diversi secondo la massa della pietra – e una polifonia – la sovrapposizione delle increspature e le loro interferenze – ma su un materiale più leggero e più fine. L’elettronica contribuisce a sottolineare, amplificare e moltiplicare certe idee di movimento come, per esempio, il percorso di questo oggetto duro, la pietra, e la sua relazione con l’elemento acqua. Nel caso dell’elettronica, l’idea di partenza è stata di ordine tecnologico: la successione dei gesti ci ha fornito un flusso continuo di informazioni. Se la partitura eseguita dai musicisti è naturalmente scritta, le informazioni che ricevo, tratto e ridirigo verso gli altoparlanti crea una partitura viva che rispetterà taluni algoritmi. E poiché ciascuna esecuzione è unica, ci sarà senz’altro qualche piccola variazione dall’una all’altra.

D’altra parte, anche la spazializzazione gioca un ruolo metaforico essenziale. Tutti questi gesti rimbalzano nello spazio attraverso gli altoparlanti, secondo strategie determinate soprattutto dalla gestualità dei solisti, attraverso un gioco letteralmente stereofonico: l’orchestra d’archi avvolge il quartetto e le percussioni, che formano il concertino. La spazializzazione permette per esempio di suggerire dei cerchi concentrici provocati dai sassolini. Vorrei dunque, attraverso un contrappunto spaziale, creare una drammatizzazione spaziale. Qui utilizziamo dispositivi di cattura del gesto di piccola taglia, accelerometri e giroscopi che ci forniscono informazioni sull’accelerazione (dell’archetto, per esempio), sulla rotazione e la velocità. È così possibile sfruttare questi tre parametri del gesto per fare della musica, lavorando in tempo reale sul suono di uno strumento: il gesto dell’archetto, per esempio, per modulare il suono di un accordo dell’intero quartetto. Il gesto diventa così simultaneamente generatore del suono reale e del suono elettronico proveniente dallo stesso strumento o da un altro. Si tratta di una piccola rivoluzione copernicana per la composizione. Inoltre, tra la seconda e la terza parte ho scritto una cadenza per le percussioni, durante la quale il musicista dovrà eseguire dei gesti nello spazio non strettamente necessari al gioco acustico. Questi movimenti generano del suono, veicolato esclusivamente attraverso l’elettronica. Il percussionista viene così ad avere a disposizione uno strumento virtuale: un altro aspetto innovativo di questa tecnologia».

Il 20 luglio verrà offerta a Cordes sur Ciel, per il Festival Musique sur Ciel la prima esecuzione assoluta di Pentalogon Quintet, revisione per quintetto d’archi di Pentalogon Quartet, il secondo quartetto per archi di Ivan Fedele, nell’interpretazione del Quatuor Ardeo. Tale revisione consiste nella sovrapposizione di una parte di contrabbasso che contribuisce a dare alla composizione un baricentro grave e un contrappunto timbrico che ne moltiplicano le intenzioni musicali. Una “prima” sinfonica viene invece proposta dall’Orchestra Sinfonica Nazionale delle Rai diretta da Tito Ceccherini: sarà possibile ascoltare Lexikon per orchestra, commissione Festival MITO Settembre Musica, nell’ambito dello stesso festival il 9 settembre all’Auditorium Rai di Torino e il 10 settembre nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano. Così Fedele descrive il nuovo lavoro: «La composizione è articolata in quattro grandi parti e riassume tutte le mie esperienze compositive degli ultimi dieci anni, fortemente marcate dalla ricerca dell’archè e dallo sprofondamento delle pieghe nascoste della contemporaneità. Il titolo rimanda ad alcuni processi archetipici della musica di ogni epoca, ciascuno dei quali è tema dei quattro movimenti principali in cui si articola la composizione (Lo specchio e il suo canone, Al-Qat, Eco multipla, Canone esteso), incorniciati da un’introduzione (Risonanza) e una Coda.

La spazializzazione e la conseguente drammatizzazione del suono nello spazio, suono inteso come una scultura da svelare, scoprire da differenti punti di vista o in alternativa da illuminare parzialmente o globalmente, è un’esperienza che mi accompagna da ormai vent’anni e che nel recentissimo La Pierre et l’étang (…les temps…) per quartetto d’archi, percussioni, orchestra d’archi e elettronica, ha trovato la sua espressione finora più completa». Le riprese della musica di Ivan Fedele in questi mesi comprendono Latinamix per flauto, chitarra e pianoforte, il 4 giugno al Ny Musikk di Oslo per il Grønland Kammermusikfestival, nell’interpretazione di Luciano Tristaino, flauto, Gisbert Watty, chitarra, e Siegmund Watty, pianoforte; Animus Anima II per due soprani, mezzosoprano, controtenore, tenore, baritono, basso su testi di Giulano Corti, il 17 giugno alla Salle des Concerts della Cité de la Musique di Parigi per il Festival Agora, presentato dai Neue Vocalsolisten Stuttgart; tre degli Études Boréales il 2 luglio al Castello Caetani di Sermoneta per il 47° Festival Pontino di Musica, al pianoforte di Roberto Prosseda; Maja per soprano e sei strumenti su testo di Giuliano Corti il 30 luglio al 36° Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, interpreti Livia Rado, soprano, e l’Ensemble Algoritmo diretto da Marco Angius; Imaginary Islands per flauto, clarinetto basso e violoncello, Paroles y Palabras, quattro pezzi per soprano e violoncello, Immagini da Escher per ensemble e ancora Maja per soprano e sei strumenti, il 3 agosto a Turku (Helsinki), con i medesimi interpreti; infine, En archè per soprano, violino e orchestra, per il Festival Enescu il 4 settembre a Cluj e il 6 settembre nella Sala “Mihail Jora” della Radio Rumena di Bucarest, con Valentina Coladonato, soprano, Caroline Widmann, violino, e la Transilvania Philharmonic Orchestra Cluj diretta da John Axelrod.

Courtesy Edizioni Suvini Zerboni


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