È mancato il musicologo Giovanni Morelli, esegeta “del pensiero ormai fu-contemporaneo”

Quarta di copertina del libro "Il morbo di Rameau. La nascita della critica musicale", ed. Il Mulino

Giovanni Morelli

Martedì scorso è morto di Giovanni Morelli, figura eccelsa del panorama musicale italiano. Musicologo e docente di musicologia a Cà Foscari, responsabile dell’Istituto per la musica della Fondazione “G. Cini” di Venezia, autore di saggi sul barocco e sul 900 (Nono, Casella, Kurta’g, Virgil Thomson & Gertrude Stein, Malipiero e Nino Rota).

Giovanni Morelli era nato a Faenza nel 1942; è stato inizialmente Professore nell’Accademia di Belle Arti di Bologna dal 1965 al 1978. L’insegnamento, tra incarichi ordinari e straordinari, è stata una costante di tutta la sua vita: ha insegnato Storia della musica contemporanea, Filologia musicale, Musicologia sistematica e Storia e critica del testo musicale.

Tra i suoi scritti ricordiamo Il morbo di Rameau. La nascita della critica musicale italiana (il Mulino, 1989); Il paradosso del farmacista. Il Metastasio nella morsa del tranquillante (Marsilio 1998); L’opera nella cultura nazionale italiana nel sesto volume della “Storia dell’opera italiana” (EDT).

Il musicologo Roberto Calabretto recensiva così (sulla rivista L’indice) il saggio di Morelli Scenari della lontananza. La musica del Novecento fuori di sé (Marsilio 2003).

“La lettura di un testo di Morelli coglie sempre il lettore impreparato. Gli scenari che si aprono pagina dopo pagina di ogni suo libro, infatti, danno vita a percorsi inaspettati e imprevisti, suscitando stupore e invitando ad alzare lo sguardo dal fatto, dall’evento narrato, per abbracciare ampi orizzonti dove i problemi si delineano perseguendo geometrie singolari e di rara bellezza. Il tutto sostenuto da una scrittura che è in grado di reggere le continue, e apparenti, divagazioni mutando sempre il registro senza mai assumere le pedanti sembianze accademiche (nemmeno quando l’autore offre intere pagine di lunghi elenchi che in realtà si rivelano essere affascinanti topografie musicali), ma piuttosto invitando il lettore a porsi costantemente delle domande e a dialogare con il testo, o con se stesso.

L’ultima fatica di Morelli è dedicata agli Scenari della lontananza, dove in sette densissimi saggi il musicologo veneziano, uno dei maggiori esegeti “del pensiero ormai fu-contemporaneo” dei compositori del secolo ventesimo, esplora il tema della lontananza, noto motivo conduttore di gran parte della musica del Novecento. “La ricerca di una vera e propria fondazione della esperienza spaziale nella dimensione dell’ascolto – esordisce l’autore nelle primissime battute del testo – e poi giù giù via via nel pensiero che genera messaggi ovvero libera forme della sonorità viene esplicitamente dichiarato dagli autori che più pensano alla creazione musicale in termini di sonorità assoluta”. Ecco allora Debussy, nella cui musica la distanza della rappresentazione acustica è sempre presente, e che giustamente Morelli ricorda nella prefazione al testo.

A questi autori del secolo appena passato, Kurtág e Nono in primis, Morelli dedica così due riflessioni che occupano la parte più consistente del volume, dove però, ed ecco una prima sorpresa, fa capolino anche Camille Saint-Saëns con una delle sue pagine maggiormente celebri, la più celebre forse che non val nemmeno la pena nominare, rivisitata nei termini di An another Swan Lakecullantesi “sui flutti di uno spazio lontano e incerto”. Accanto a queste, vanno poi segnalati l’ispiratissimo finale, Ferne, dove il paradigma della lontananza viene colto attraverso il “gesto lirico” e la dedica di Luigi Nono ad Andrej Tarkovskij (2° ” No hay caminos hay que caminar… A. Tarkowskij “), dove Morelli compie un vero e proprio virtuosismo ermeneutico offrendo una chiave di lettura dell’opera del compositore veneziano a partire, quasi fosse un suo riflesso, dall’ultimo film del regista russo, Offret. Morelli si sofferma in particolar modo sulle fasi di lavorazione della scena finale, quasi fossero un’esecuzione di tipo musicale. Parla così di due strutture di indagine temporale dello spazio, che si realizzano nel corso dell’opera “come spargimento e raccolta di relazioni verticali/orizzontali in plurime funzioni [per cui abbiamo] i rumori connessi al tema dei bombardieri invisibili e altri tuoni [orizzontali per lo più da destra a sinistra], le improvvisazioni ai flauti giapponesi [orizzontali da sinistra a destra], l”ambientalità’ risonante globulare-vagante” dei canti e dei cries dei pastori di Häriedalen e di Gotland. Il silenzio più greve marca invece ciò che corrisponde ai movimenti di macchina verticali”. L’opera ultima di Tarkovskij, com’ebbe a dirci Nuria Schoenberg, non a caso impressionò profondamente Nono, soprattutto per questa sua particolare dimensione sonora, diversa da quella abitualmente realizzata dal tradizionale fuori campo acustico cinematografico.

Sono questi i paesaggi inaspettati e imprevisti che il testo disegna, invitando il lettore a continui dialoghi. Quale sia il dialogo più coinvolgente è difficile dire. Ricordiamo allora il problema della “creazione musicale di emozioni” (“emozioni insinuate in una percezione immaginaria di distanze, lontananze, dispersioni e altri simili effetti più o meno perturbanti nella esperienza dell’ascolto di musica d’arte”) di cui Morelli parla in Standard della creazione di spazio e lontananza della musica, oppure quello della “visibilità del testo musicale”, anche in questo caso minuziosamente analizzato attraverso diverse “aree di possibilità” e preludio alla seguente riflessione su Kurtág. Non vanno parimenti dimenticati Una [magistrale] prova di ritratto di Luigi Nono, la cui vita Morelli interpreta alla luce dei versi di Jabès (“Le visage qui se mire dans la glace n’efface pas le précédent “), il poeta amato dal musicista, le continue citazioni di Tarkovskij, anch’egli sommo poeta della lontananza, che via via affiorano, e la “quasi cadenza” finale “alla veneziana” con Und Pippa tanzt! di Hauptmann. Questi i luoghi che più ci hanno colpito di un testo di cui, non si dimentichi!, anche le note andrebbero assunte con molta attenzione”. (Roberto Calabretto)

 

 

 

 


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