Consonances a Saint-Nazaire

[wide]

foto di Christian Cochy

[/wide]
Le consonanze a Saint Nazaire sono reali da ventuno anni ad oggi. Il Festival di musica da camera concepito da Philippe Graffin (nella foto), e da lui diretto e svoltosi nelle scorse settimane, è anzitutto incontro di artisti provenienti da ogni parte del mondo, un meltingpot e un rendez-vous che si arricchisce e rinnova. Il desiderio di rivedere i colleghi, di ritrovarsi insieme per una immersione totale nella musica, per semplicemente condividere l’esperienza del suonare, per confrontarsi umanamente e professionalmente: tutto nasce da qui. Perché, d’altra parte, questa è la consonanza in senso proprio: l’attitudine dei suoni a condividere uno spazio unico.

Non sarebbe stato possibile altrimenti portare la musica “colta” in una cittadina del nord della Francia che, affacciandosi sull’estuario della Loira proprio laddove si getta nell’oceano Atlantico, da sempre ha una vocazione marittima e commerciale.

foto di Christian Cochy

Un porto, una città operaia, la cui storia è stata prepotentemente segnata dalla seconda guerra mondiale che ne distrusse l’85 % della superficie. Tutto ciò che ha eccitato la passione di un musicista e l’intelligenza di un sindaco, Joël Batteux, che con tenacia ha sostenuto, e convintamente, le idee di Graffin in tutti gli anni che sono seguiti alla prima fortunata edizione.

Consonances è la ricerca continua e voluta di un’armonia dans le tintamarre contemporaine (come ebbe a dire il sindaco Batteux in occasione dei vent’anni del Festival): nel mezzo del frastuono stordente del contesto (non solo musicale) contemporaneo, un gruppo di musicisti trova uno spazio di libertà e di convivialità, cioè di condivisione spontanea e cordiale. Gli interpreti invitati sono spesso giovani talenti che il direttore artistico coinvolge nel suo progetto avendoli reclutati in giro per il mondo (il Quartetto Rus, fresca formazione di solidi ragazzi russi, si è distinto per duttilità interpretativa), oppure conoscenze di vecchia data, amici affezionati prima che ospiti (primus inter pares Frederic Chiu, che cominciò l’avventura di Consonances insieme a Graffin).

Sylvain Blassel (foto di Christian Cochy)

Si diceva, libertà: come scelta di seguire un’idea divagando, come possibilità di stabilire sottili corrispondenze tra l’antico e il moderno, tra il moderno e il contemporaneo. Così, i programmi dei concerti si costruiscono attorno ad un tema o ad un autore senza mai essere preclusivi, ma solo coerenti nell’assecondare l’idea artistica e non meno attenti ad infondere nel pubblico, sempre numeroso, il piacere del dejà entendu e la curiosità per il nuovo. Una settimana di musica, un concentrato di suoni che coinvolge quel pubblico per almeno due appuntamenti durante la giornata. La muse et le poète è stato il filo rosso che s’è svolto nell’edizione appena terminata. Chi la musa, non si sa, proprio come nel Trio di Saint-Saëns; i poeti sono i compositori e, spesso, gli interpreti.

Schubert è stato il protagonista delle esibizioni le più apprezzate perché le più convincenti. A cominciare dal Trio op. 100 (raffinatissimi Claire Désert, Philippe Graffin e Philippe Muller – rispettivamente: pianoforte, violino e violoncello), poi due quintetti, l’op. 163 e l’op. 114  La trota; ancora l’Ottetto op. 166, senza trascurare la Fantasia per violino e pianoforte op. 159 (ottimi Tatiana Samouil, violino, e Denis Pascal, pianoforte) e un’interessante selezione di Lieder trascritti da Berrnard Cavanna per voce, due archi e fisarmonica (violino e violoncello del Quartetto Rus insieme a Mona Julsrud e Pascal Contet).

Pascal Contet (di Christian Cochy)

Ancora, Stabat Mater di Boccherini, ben riuscito e molta musica contemporanea: Schostakovich, Schönberg, Stravinskij, Berg, Webern, Weigl, Reich, Crumb e Olli Mustonen, che è stato gradito ritorno come compositore e interprete delle proprie musiche: Quartetto per pianoforte, oboe, violino e violoncello (2010) e un avvincente Nonetto (il II, del 2000) proposto alla chiusura del Festival insieme al Concerto in re maggiore per tastiera e orchestra di Bach.

Olli Mustonen (foto di Christian Cochy)

E poi un omaggio sentito all’America per l’11 Settembre. Il pensiero si porta al di là dell’Atlantico con musiche di compositori americani e non solo. Schubert fa ancora capolino, perché dollaro è come dire tallero, quello che Franz utilizzava nella sua Vienna.

Un Festival che è cresciuto e continua a crescere insieme ai suoi protagonisti, un viaggio sempre diverso che si nutre di passione e di poco altro. Un Festival umano e umanizzante, che avvicina la “classica” al grande pubblico in modo intelligente e sensibile, anche attraverso la suggestione di luoghi inconsueti alla musica, dove essa rappresenta ogni volta una sfida.

Laura Bigi


© RIPRODUZIONE RISERVATA

C'è un commento all'articolo

Perché non dire la tua? Leggi e accetta la Policy sui commenti