Überbrettl tra Boulez e Debussy

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Überbrettl Ensemble (foto Serra)

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Bologna Festival: il concerto dell’Ensemble continua l’indagine tra i due grandi compositori francesi

È stato uno spettacolo unico quello a cui abbiamo avuto il piacere di assistere il 19 ottobre all’Oratorio San Filippo Neri a Bologna, nel ciclo “Debussy-Boulez” proposto nel cartellone del Bologna Festival 2011; il merito va dato alla scelta operata dal direttore (qui in veste anche di pianista) Pierpaolo Maurizzi e al suo “Überbrettl Ensemble”, un vero e proprio Konsort, tanto è l’affiatamento e l’unità di spiriti musicali che traspare all’ascolto

Troppo spesso assistiamo a programmi da concerto dove, nel cercare di giustificare percorsi profondi e meditati, si immaginano liaison improbabili e totalmente arbitrarie. Qui invece è tutto assolutamente pertinente, ed il risultato complessivo è un affascinante affresco policromo dove i due autori, come entrambi viventi e dialoganti, si scambiano “impressioni” musicali. Non solo accomunati nel pensiero (entrambi capaci di intuizioni fulminanti, accomunati in un radicalismo a volte esasperante e al tempo stesso frenetici indagatori del futuro), ma qui scopriamo anche percorsi inaspettati, ambedue rivolti verso il recupero di elementi di un passato – prossimo o remoto – che giustifichino la ricerca.

Concerto carico di impasti timbrici non usuali, di raffinatezze che solo “deux âmes entièrement françaises” possono garantire. Da Berlioz in poi, l’attenzione per le sonorità, la cura delle orchestrazioni (come non pensare a Ravel, ma anche a Dukas o Messiaen o Poulenc?), gli scambi di partiture (ricordiamo che Debussy affiderà proprio a Ravel la riduzione per due pianoforti delle Images) hanno creato quel milieu sonoro che contraddistingue gran parte dei compositori d’oltralpe.

Pierpaolo Maurizzi e Mattia Petrilli (foto Serra)

Appare quindi sotto questa luce la musica da camera di Debussy, che nel delicato momento storico (la Grande Guerra) e personale (la malattia), porterà Achille-Claude ad immaginare il gigantesco affresco di sei sonate da camera, purtroppo non compiuto per il tumore che lo porterà a spegnersi prima di completare il ciclo. Un policromo, dicevamo, pieno di sfaccettature, un prisma luminoso dove anche le zone d’ombra e di malinconia si stemperano nei momenti di poesia pura, dove le spinte, definite da molti come neoclassiche, in realtà muovono spazi inesplorati e sono altrettanti “preludi” al futuro. Come la Première rhapsodie per clarinetto e pianoforte con cui si apre il concerto, opera cominciata nel 1909 e completata nell’anno successivo, che Debussy orchestrerà nel 1911 e che anticipa la Rhapsody in Blue (il richiamo anche nel titolo!) di Gershwin di un decennio circa successiva. D’altronde come non vedere (o meglio sentire) in altro modo questo pezzo, che procede a sbalzi in un mix di cellule embrionali jazzistiche e brandelli di pentatoniche ma senza mai perdere di vista l’equilibrio, che nel finale chiude con un glissato del clarinetto come l’inizio del brano del compositore newyorkese? D’altronde Gershwin ricercò in Europa – ed in Francia in particolare – la risposta ai suoi dubbi di non essere autore abbastanza “colto” e la sua Rhapsody ne è in parte il frutto. Estremamente convincente la prova di Massimo Ferraguti al clarinetto, che mostra le affinità sonore con il sax soprano, l’unico “dritto” della famiglia, che infatti alterna, ed è abile a sovrapporre, senza causare incidenti, il jazz con la classica.

Debussy e la figlia (soprannominata Chou-Chou) durante un picnic

Sei sonate, quindi, erano pensate da Debussy per un ciclo cameristico (6 è numero bachiano ma anche bouleziano come vedremo) di cui solo tre vedranno la luce tra il 1915 ed il 1917: quella, celeberrima, per flauto viola e arpa e quella, un po’ meno famosa, per violoncello e pianoforte. Se nella Rhapsodie ci sono frequenti richiami all’ Après-midi d’un faune, soprattutto se ascoltiamo la versione per orchestra diretta da Boulez (il filo che unisce i due sarà l’anello di tutto il concerto), nella Sonata in re minore per violoncello e pianoforte abbiamo richiami al clavicembalismo alla Rameau con l’introduzione del pianoforte, ma anche tirate al limite dello zingaresco per il violoncello, suonato con tutte le modalità possibili (pizzicato, strappate violente ad accordi, arpeggiato come una chitarra o un mandolino). Echi del Prélude della Bergamasque e de La Cathédrale Engloutie dal Première livre dei Préludes per pianoforte fino a chiudere in uno splendido re maggiore nel primo tempo con note al limite del registro acuto del violoncello, qui ben suonato da Yves Savary. (Continua a pagina 2)


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L'autore: Andrea Bellini

Nasce nel 1965 a Bologna. Compositore ed arrangiatore, laureato al Dams con una tesi in Psicologia della musica sul "Mancinismo in musica". Dopo un apprendistato classico, sotto il segno delle composizioni di J.S.Bach negli anni affronta generi musicali diversi, senza preconcetto alcuno, segno di una passione a tutto tondo: l’interesse per l'organo e la musica sacra, poi il jazz, il rock e la fusion, che suonerà in seguito con alcuni gruppi bolognesi. Realizza due grandi passioni: l'insegnamento della musica e la scrittura. Articolista e recensore per la rivista di cultura musicale Amadeus con articoli sui rapporti tra musica e neuroscienze, ha realizzato progetti interdisciplinari con alcune realtà scolastiche di Bologna, ed ora il suo interesse principale è rivolto al mondo, variegato ed in fase di costante espansione, della didattica musicale e dei progetti per l'infanzia.

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