Kun Woo Paik: aristocratica limpidità

[wide][/wide] [box bg=”#ededed” color=”#000000″] RECENSIONE
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Il pianista coreano ha eseguito in due concerti presso l’Unione Musicale di Torino l’integrale pianistica di Maurice Ravel


di Attilio Piovano


Una vera e propria lezione di stile, quella del pianista coreano Kun Woo Paik (ora di casa a Parigi, dove ha ricevuto il titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et Lettres), impegnato a Torino, per l’Unione Musicale, nell’integrale dell’opera per pianoforte di Ravel: l’elegante, raffinato e schivo Ravel, in due concerti consecutivi (due matinées, alle 16,30, di sabato 19 e domenica 20 novembre). E mai scelta della sala si è rivelata più azzeccata e propizia: l’acustica cameristica del raccolto Teatro Vittoria è stata determinante infatti per apprezzare al meglio le mille finezze, le mille delicatezze e le infinite preziosità a mano a mano che Kun Woo Paik le andava dispensando con mano esperta, centellinando il suo pianismo impeccabile con aristocratica limpidità ed una apparente naturalezza, frutto in realtà di una consumata perizia.

E d’una vera e propria integrale s’è trattato, comprendente anche le pagine dunque che meno di frequente si ascoltano. Da rilevare anche l’accostamento sagace dei brani, non banalmente in ordine cronologico, che – a maggior ragione – ha permesso agli ascoltatori attenti di rilevare i legami sottili entro l’esiguo catalogo raveliano, più ancora che la semplice evoluzione, dai lavori giovanili ai capolavori della maturità, il gioco dei rimandi, le assonanze, talora quasi citazioni.


Ed ascoltando il pianista ormai francese di adozione pareva di percepire l’eco delle intuizioni letterarie di un Echenoz o quelle filmiche di un Sautet


L’esordio nel segno del celeberrimo «Tombeau de Couperin». E subito si è capito il tipo di interpretazione posta in atto: molta sobrietà e misura, molto equilibrio, pochissime (anzi a dire il vero nessuna) concessione al plateale, un controllo a dir poco straordinario del suono, fin dall’attacco del «Prélude» che inaugura la pagina, vero manifesto di neoclassicismo. E Kun Woo Paik proprio questo pareva voler ribadire, a scanso di equivoci: il neoclassicismo, schivo e talora fin scarno di Ravel, per troppo tempo omologato a certo impressionismo dal quale invece prese le distanze assai precocemente. Un uso sopraffino del pedale e sonorità tenute spesso nella gamma dei pianissimi. Ma quando occorre – come ad esempio nel «Rigaudon» o nel festoso mulinare delle mani all’epilogo della conclusiva «Toccata» – Kun Woo Paik sfoderava energiche robustezze, ma pur sempre aristocratiche, ancorchè nella brillantezza del suono. Molto apprezzata la tramatura polifonica della «Fugue» dalle misteriose risonanze, dove ogni nota aveva il suo peso ed il suo timbro e la dosatura garbata del «Menuet», dai toni melanconici, d’una nostalgia indelebile, venata di spleen.

Il pianista non ha dunque disdegnato le pagine che definire ‘minori’ significa sminuire. Così il grazioso «Prélude» del 1913, deliziosa pagina di sole 27 battute che Kun Woo Paik ha preso molto sul serio, come pure il più noto «Menuet sur le nom de Haydn», incunabolo del genere pastiche, composto con quella assoluta serietà che Ravel poneva – per dire – nelle scelte timbriche di una partitura orchestrale, come pure nel curare i dettagli del proprio abbigliamento, dai gemelli al fazzoletto di seta. Ed ascoltando il pianista ormai francese di adozione pareva di percepire l’eco delle intuizioni letterarie di un Echenoz (autore di una fortunata biografia-romanzo nel 2007) o quelle filmiche di un Sautet («Un cuore in inverno» del 1992, in assoluto una delle pellicole più emozionanti degli ultimi decenni), due intellettuali che a modo loro, ed in maniera dissimile, hanno saputo cogliere l’essenza di quella mestizia di fondo che di Ravel è una vera firma. Lo stesso ha saputo fare Kun Woo Paik, anche laddove – è il caso degli iridescenti «Jeux d’eau» – pur indugiando nella gamma dei forti, non ha però ecceduto di un decibel di troppo: non una sbavatura di pedale in una pagina pur lussureggiante e generosa di effetti, non immemore dei lisztiani «Jeux à la Villa d’Este» per ammissione di Ravel medesimo.

Gaspard de la nuit
E che perfezione, che fantasmagorie timbriche, che magie in «Gaspard de la nuit», la trilogia ispirata ai versi del singolare Aloysius Bertrand. Il ‘nostro’ ha saputo rendere al meglio la leggerezza capricciosa ed incorporea di «Ondine», poi la cappa plumbea del macabro «Le Gibet», con quel si bemolle ossessivamente ripetuto (e Kun Woo Paik pareva accarezzare i tasti, re-inventando ogni volta il timbro, pur nella monocromia dell’iterazione), da ultimo – per chiudere in bellezza la prima ‘puntata’ – i funambolismi di «Scarbo», e quella chiusa che pare preconizzare l’orchestra e certi cluster delle avanguardie. Esattezza ritmica e nel contempo morbidezza, sfoderate con una nonchalance davvero rara. E il pubblico che aveva trattenuto il fiato avrebbe voluto il bis. Ma come si fa a chiedere bis dopo tali capolavori di intimismo e di lucidità creativa? E infatti saggiamente Woo Paik sorrideva allargando le braccia come a dire: «non posso, non ha senso, sarebbe come sgualcire un giglio, a domani». E ad una gentile coppia che attardatasi dinanzi al teatro lo incrociava ormai in abiti casual facendo il gesto di applaudire ancora, accompagnandosi alla consorte ha sussurrato un educatissimo «à domain», chinando lievemente il capo, all’orientale, incurante del traffico forsennato del sabato pomeriggio.

E domenica è stata una festa ancor più grande: perché già sapevamo cosa ci avrebbe atteso. E allora le mille seduzioni – in apertura – delle mirifiche «Valses nobles et sentimentales»: l’energia corposa della prima e poi quel clima alla Satie della successiva, come un galleggiare nella nebbia, il crepitio naïf della terza, giù giù sino all’ultima, ed una souplesse ritmica incredibile, anche laddove la pagina tocca l’acme, non disdegna debussiane scale esatonali e infine prefigura lo stordimento dell’orchestrale «La Valse». E della notissima «Pavane», che dire? Un controllo delle sonorità superbo, con flauti e glockenspiel, ma anche velluto di archi e squisitezze di corno inglese, come una lezione sulla trasposizione dal pianoforte all’orchestra, una lezione sull’arte sopraffina di Ravel strumentatore. Ancora climi neoclassici, comme il faut, in apertura della «Sonatine», grande commozione nel centrale «Mouvement de Menuet», soavemente nostalgico, in realtà imbevuto di una mestizia indicibile, proustianamente proteso sull’interiorità, e, per converso, le luminescenze e la leggiadria timbrica del finale. Ancora perfetta focalizzazione stilistica sia del «Menuet antique», reso con giusta ironia nelle sezioni esterne, più reboanti, e giocato sulle gradazioni millimetriche della parte mediana, polifonica. Una parvenza di profumo d’Oriente per «À la maniere de… Borodine», e dire che Ravel di esotismo se ne intendeva parecchio, e sapeva contemplare l’Oriente dal côté parigino, e così pure un tocco di sorridente salottiero per «À la maniere de… Chabrier».


In «Oiseaux tristes» s’è capito come non mai da dove partì poi il geniale Messiaen, mentre in «Une barque sur l’océan» le onde impressioniste non eccedevano di una sola goccia


Infine i sublimi «Miroirs». In «Oiseaux tristes» s’è capito come non mai da dove partì poi il geniale Messiaen, mentre in «Une barque sur l’océan» le onde impressioniste non eccedevano di una sola goccia, tutto smaterializzato, più simbolismo che facile colorismo. Woo Paik s’è lasciato andare un poco solo nell’«Alborada», ma senza eccedere in gigionismi di nacchere e chitarre. Misura, sobrietà e ancora misura e le seduzioni del cante jondo. Chiusura con le arcane risonanze de «La vallée des cloches» e lunghi istanti di silenzio, le mani immobili sulla tastiera, il viso concentrato e poi lo scroscio delle ovazioni e gli applausi catartici. Bis? Nemmeno per sogno.

«Si ascolta raramente suonare il pianoforte con tanto amore ed un rispetto tanto evidente per le sue possibilità timbriche». Così si è espresso l’autorevole «New York Times» nei confronti di Kun Woo Paik. E noi, terminata questa recensione, siamo pronti a trascorrere parte della notte a frugare sul web alla ricerca di tutto quello che si può ascoltare. E domattina ordineremo l’intera sua produzione discografica dal nostro venditore di fiducia.

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L'autore: Attilio Piovano

Musicologo e scrittore, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995, ristampa RCS 2018), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002), Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006) e L’uomo del metrò (e-book interattivo per i tipi de ilcorrieremusicale.it 2016, prefazione di Gianandrea Noseda). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rueBallu 2009, prefazione di Uto Ughi). Coautore di una monografia su Felice Quaranta (con Ennio e Patrizia Bassi, Centro Studi Piemontesi 1994), del volume Venti anni di Festival Organistico Internazionale (con Massimo Nosetti, 2003), curatore e coautore del volume La terza mano del pianista (Testo & Immagine 1997). Laurea in Lettere, studi in Composizione, diploma in Pianoforte, in Musica corale e Direzione di Coro, è autore di contributi, specie sulla musica di primo ‘900, apparsi in volumi miscellanei, atti di convegni e su rivista. Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale ecc.; a Torino col Festival MiTo (già Settembre Musica, ininterrottamente dal 1984), Unione Musicale, Teatro Regio, Politecnico e con varie altre istituzioni. Già corrispondente del «Corriere del Teatro», ha esercitato la critica su più testate; dalla fondazione scrive per «ilcorrieremusicale.it»; ha scritto inoltre per «Torinosette», magazine de «La Stampa», ha collaborato con «Amadeus» e scrive (dal 1989) per «La Voce del Popolo» (dal 2016 divenuta «La Voce e il Tempo»); dal 2018 recensisce per «Il Corriere della Sera» (edizione di Torino). Membro di giuria in concorsi letterari nonché di musica da camera e solistici. Docente di Storia ed Estetica della Musica (dal 1986, presso vari Conservatori), dal 1991 a tutt’oggi è titolare di cattedra presso il Conservatorio “G. Cantelli” di Novara dove è inoltre incaricato dell’insegnamento di Storia della Musica sacra moderna e contemporanea nell’ambito del Corso biennale di Diploma Accademico in Discipline Musicali (Musica sacra) attivato dall’a.a. 2008/2009 in collaborazione col Pontificio Ateneo di Musica Sacra in Roma. Dal 1° gennaio 2018, cura inoltre l’Ufficio Stampa del Conservatorio “G. Cantelli”. Dal 2012 tiene corsi monografici sulla Storia del Melodramma (workshop su «Architettura, Scenografia e Musica» presso il Dipartimento di Architettura & Design del Politecnico di Torino, Corso di Laurea Magistrale, in collaborazione con Fondazione Teatro Regio). È stato Direttore Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Dal 1976 a Torino è organista presso la Cappella Esterna dell’Istituto Internazionale ‘Don Bosco’, Pontificia Università Salesiana (UPS), dal 2017 anche presso la barocca chiesa di San Carlo, nella piazza omonima, e più di recente in Santa Teresa. Nell’autunno del 2018 in veste di organista ha partecipato ad una produzione del Requiem op. 48 di Fauré. È citato nel Dizionario di Musica Classica a cura di Piero Mioli, BUR, Milano © 2006, che gli dedica una ‘voce’ specifica (vol. II, p. 1414).

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