Ton Koopman inaugura un nuovo organo Dell’Orto & Lanzini

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foto di Co Broerse

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A Pinerolo, in provincia di Torino, un concerto del grande interprete impegnato con Buxtehude e Bach


di Attilio Piovano


Non capita tutti i momenti (specie in Italia) che si inauguri un nuovo organo. Se poi si tratta di un organo di ragguardevoli dimensioni, ubicato in una chiesa moderna, e si tratta di strumento dalle caratteristiche foniche piuttosto singolari, la circostanza è ancora più rara, occorre ammetterlo. Se ad inaugurarlo viene invitato un fuoriclasse di caratura mondiale quale Ton Koopman, beh ecco, la faccenda assume i contorni di un vero e proprio evento, e non solo per la cerchia degli addetti ai lavori e dei ‘fanatici’ dell’universo organario (cerchia ristretta e un po’ esoterica, quasi una genia di cultori dell’antico, una sorta di consorteria misterica). È accaduto venerdì 2 dicembre presso la chiesa di Nostra Signora di Fatima, a Pinerolo, ridente cittadina alle falde della Val Chisone. E la chiesa era strapiena di pubblico, dunque non solo addetti ai lavori e studenti di organo, come in una grande città raramente avviene.

Siamo giunti qualche minuto prima dell’inaugurazione e così ci siamo avventurati in cantoria mettendoci in fila per l’intervista (dopo gli operatori tv) e lo stesso Koopman – cordiale e disponibile come raramente accade con gli artisti che non amano essere disturbati prima di una esecuzione – siamo subito entrati in medias res, ed abbiamo potuto apprezzare de visu le peculiarità foniche di un organo costruito dalla ditta Dell’Orto & Lanzini: tre manuali in consolle a finestra (positivo tergale, grande organo e positivo pettorale), un prospetto smaccatamente nordico (secondo modelli anseatici, tardo seicenteschi con cassa a torri in rovere non dipinto), trasmissione interamente meccanica, pedaliera dritta, niente elettronica, niente sequencer ovviamente e cose del genere, perfino le unioni tra manuali molto parsimoniose: limitate a I-II manuale e II-pedale. Registri azionabili da pomelli estraibili disposti ai lati della consolle, registri soprattutto dai nomi evocativi: tra gli altri Holfloit 8 piedi, Gemshorn 2 piedi, Dulciana 16, Trompet 8 per il I manuale, Qintadena 16 ma anche Nasat 2 e2/3 per il II, la rarità di un Blockfloit ed un Regal 8 per il III, un Cornet da 4 piedi al pedale con base di Principal 16, ma anche un Nachthorn 2 ed un Posaun 16. Insomma, per gli esperti bastano questo dati per incuriosire e per far venire la voglia di saperne di più: i dettagli li si possono trovare sul sito di Organalia, la rassegna promossa dalla Provincia di Torino che giunge ormai alla sua decima edizione e da tempo annovera una versione winter, Organalia suoni d’inverno. Ed il concerto di Koopman segnava dunque una duplice inaugurazione, quella del nuovo strumento e quella della rassegna edizione 2011.

All’emozione di essere ‘entrati’ nello cuore dello strumento, sfiorando le tastiere in osso ed ebano e con ancora il profumo del legno e dei pellami che aleggiava in cantoria, corrispondevano grandi aspettative. E allora ecco la prima parte della conversazione con Koopman – sommo barocchista, musicista a tutto tondo che trascorre dal cembalo all’organo alla direzione – che di fronte a tale tipologia organaria gongolava vistosamente. Lo abbiamo simpaticamente provocato chiedendogli se non si tratta di uno strumento un filino ‘talebano’, insomma un po’ troppo austero, concepito con un rigore che pare intenzionalmente escludere certo repertorio.

Un organo dalle caratteristiche foniche particolarmente adatte al repertorio barocco, è così?
«Sì certo, ma è giusto che sia così, il repertorio barocco è oltremodo vasto, c’è molta musica di tale ambito che può essere proficuamente suonata su un tale strumento…»

Pedaliera dritta?
«Sicuro, è bene che sia così, specie se si usa la tecnica giusta, secondo criteri filologici, insomma quella che presuppone l’uso prevalente delle sole punte…» E il pubblico di lì a poco lo ha potuto constatare ammirando l’interpretazione di Koopman del quale tre telecamere piazzate in cantoria riproducevano le immagini su due grandi schermi dietro l’altare, mostrando spesso in contemporanea manie piedi in azione. «Anche per i giovani è giusto così, è bene che si abituino a tali strumenti…»

Un programma confezionato ad hoc, il danese Buxtehude in accostamento a Bach…
«Sì, certo, per mostrarne al meglio i sottili legami tra i due sommi musicisti». Brevemente si rievoca il celeberrimo episodio di Bach che a piedi raggiunge Lubecca per apprendere l’arte interpretativa da suo più anziano collega e Koopman, con singolare modestia, ma anche con comprensibile orgoglio, dichiara la sua gioia per essere prossimo a venire insignito del prestigioso Premio Buxtehude (2012, se abbiamo bene inteso), in virtù della sua lunga frequentazione con il musicista danese. Ci congediamo, dandoci l’appuntamento a dopo per riprendere il bandolo della conversazione, dacché è ormai ora di iniziare (anche se per la verità, dopo si saluti di rito della autorità, lo strumento viene presentato con ineccepibile precisione dall’esperto Silvio Sorrentino che ne ha di fatto propiziata la progettazione e seguito con amorevole passione la costruzione: è prodigo di dettagli e narra anche di un antico organaro fiammingo approdato nel pinerolese secoli fa, imparando a costruire organi italiani, mentre ora si sta per inaugurare un organo di fattura tedesca).
Prendendo posto in chiesa, una chiesa – ci dicono – dall’acustica particolarmente secca, con spiovente soffitto in legno, ci prepariamo all’ascolto del programma che prevede un manciata di «Preludi e Fughe» di Buxtehude («BuxWV 137», «139» e «174» dalle fantasiose e pur austere fraseologie arcaicizzanti, ma anche la celebre «Passacaglia in re minore BuxWV 161» che è inevitabile porre a confronto con il lussureggiante exemplum bachiano. E poi una manciata di Corali, tra cui «In dulci jubilo BuxWV 197». Il primo impatto sonoro – occorre ammetterlo – ci spiazza un poco. Verifichiamo sulla brochure, ci pareva di aver letto dell’accordatura. E infatti non è strumento temperato, ma si avvale di accordatura del tono medio modificato al quinto di comma. Occorre un po’ per abituarsi a sonorità cui le nostre orecchie non sono più avvezze, ma è così che ‘suonavano’ gli strumenti dell’epoca per i quali Buxtehude, ma anche Pachelbel, Bruhns, o Reinecke oltre alla stesso Bach concepirono la propria opera. Bach, appunto: Koopman esegue tra l’altro la spigliata «Fantasia in sol maggiore BWV 572», le commoventi «Partite (manualiter) sopra ‘O Gott du Frommer Gott’ BWV 767» e conclude con Il monumentale «Preludio e Fuga in mi bemolle maggiore BWV 552». Fraseggi sempre nitidi, cura estrema negli abbellimenti e nessun compiacimento, nessuna concessione al pubblico, per dire: chiusure sommamente austere e molta asciuttezza. Ma è così che occorre suonare tali autori. Agli applausi che scrosciano risponde con un unico bis, e si tratta di uno dei più commoventi corali bachiani.
Attendiamo il rito degli autografi dei fans, quando ormai in molti attorniano Koopman disceso dalla cantoria in navate e gli confessiamo un certo nostro sconcerto iniziale per l’accordatura arcaica.

Si fa fatica inizialmente, e inoltre con la chiesa piena all’inverosimile la sensazione era di una fonica relativamente soft, mai tagliente o aggressiva, come trattenuta…
«Sì certo, occorre abituarsi, specie quando si toccano tonalità lontane emergono asprezze e durezze inevitabili… quanto alla fonica sì è così, ma mi creda, cambia parecchio a chiesa vuota… durante le prove ad esempio… i registri danno un suono rotondo, questo sì….» e infatti lo abbiamo constatato durante l’interpretazione dei corali soprattutto.
Vorremmo domandare del futuro in Italia dell’organo, oppure chiedergli quale consiglio ad un giovane organista, ma sono in molti a subissare il maestro, e allora riusciamo ancora a porgli la più banale delle domande.

Il musicista prediletto, in assoluto?
«Bach» esclama a gran voce e senza alcuna esitazione.

E il compositore di musica per organo preferito? proponiamo, già immaginando la risposta.
«Ancora Bach, naturalmente» ci risponde radioso e cordiale.

All’uscita l’aria è frizzante, si sente profumo di caminetti e un clima da neve che ben si attaglia col prospetto nordico del nuovo strumento collocato in questa chiesa pinerolese che un’ultima volta abbiamo ammirato. Salendo in auto ci ripromettiamo di tornare presto a Pinerolo con la segreta speranza di contattare l’organista titolare e chiedergli di poter ‘toccare’ lo strumento e suonarlo in solitudine per qualche ora, un pomeriggio, o una sera, a chiesa chiusa, ed assaporarne ancor meglio le sonorità che paiono provenire da lontano: da molto lontano.

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L'autore: Attilio Piovano

Musicologo e scrittore, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995, ristampa RCS 2018), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002), Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006) e L’uomo del metrò (e-book interattivo per i tipi de ilcorrieremusicale.it 2016, prefazione di Gianandrea Noseda). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rueBallu 2009, prefazione di Uto Ughi). Coautore di una monografia su Felice Quaranta (con Ennio e Patrizia Bassi, Centro Studi Piemontesi 1994), del volume Venti anni di Festival Organistico Internazionale (con Massimo Nosetti, 2003), curatore e coautore del volume La terza mano del pianista (Testo & Immagine 1997). Laurea in Lettere, studi in Composizione, diploma in Pianoforte, in Musica corale e Direzione di Coro, è autore di contributi, specie sulla musica di primo ‘900, apparsi in volumi miscellanei, atti di convegni e su rivista. Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale ecc.; a Torino col Festival MiTo (già Settembre Musica, ininterrottamente dal 1984), Unione Musicale, Teatro Regio, Politecnico e con varie altre istituzioni. Già corrispondente del «Corriere del Teatro», ha esercitato la critica su più testate; dalla fondazione scrive per «ilcorrieremusicale.it»; ha scritto inoltre per «Torinosette», magazine de «La Stampa», ha collaborato con «Amadeus» e scrive (dal 1989) per «La Voce del Popolo» (dal 2016 divenuta «La Voce e il Tempo»); dal 2018 recensisce per «Il Corriere della Sera» (edizione di Torino). Membro di giuria in concorsi letterari nonché di musica da camera e solistici. Docente di Storia ed Estetica della Musica (dal 1986, presso vari Conservatori), dal 1991 a tutt’oggi è titolare di cattedra presso il Conservatorio “G. Cantelli” di Novara dove è inoltre incaricato dell’insegnamento di Storia della Musica sacra moderna e contemporanea nell’ambito del Corso biennale di Diploma Accademico in Discipline Musicali (Musica sacra) attivato dall’a.a. 2008/2009 in collaborazione col Pontificio Ateneo di Musica Sacra in Roma. Dal 1° gennaio 2018, cura inoltre l’Ufficio Stampa del Conservatorio “G. Cantelli”. Dal 2012 tiene corsi monografici sulla Storia del Melodramma (workshop su «Architettura, Scenografia e Musica» presso il Dipartimento di Architettura & Design del Politecnico di Torino, Corso di Laurea Magistrale, in collaborazione con Fondazione Teatro Regio). È stato Direttore Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Dal 1976 a Torino è organista presso la Cappella Esterna dell’Istituto Internazionale ‘Don Bosco’, Pontificia Università Salesiana (UPS), dal 2017 anche presso la barocca chiesa di San Carlo, nella piazza omonima, e più di recente in Santa Teresa. Nell’autunno del 2018 in veste di organista ha partecipato ad una produzione del Requiem op. 48 di Fauré. È citato nel Dizionario di Musica Classica a cura di Piero Mioli, BUR, Milano © 2006, che gli dedica una ‘voce’ specifica (vol. II, p. 1414).

C'è un commento all'articolo

  1. giuliano malengo

    Ho ripreso e montato un video che presenterò nel Cineclub Cedas Fiat.
    L’organo è magnifico e l’ho anche sentito suonare il 30/12/2012.

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