Nomine senza meritocrazia


IL PIZZICO


di Luca Pavanel


«Finalmente uno che ci capisce!». La casalinga di Voghera  – l’immaginaria ma non troppo signora pratica che bada al sodo – con le sue esternazioni alla fine c’ha sempre avuto un (bel) po’ di ragione: ognuno deve fare il suo mestiere, punto e basta. Lo stagnino è lo stagnino, il dottore deve occuparsi della salute delle persone, il ragioniere tenere i conti. Questo per dire che spesso, e guarda caso per incarichi di livello dirigenziale ben pagati, le scelte cadono su personaggi che magari non hanno proprio una formazione inerente al settore del quale sono chiamati a occuparsi; inutile ricordare quanti ce ne sono in giro… e sul perché si potrebbe scrivere un’enciclopedia. La faccenda, ovviamente, riguarda in parte anche il mondo musicale.

Si dirà: che c’entra, un manager è un manager, il suo lavoro è far girare come orologi le organizzazioni; che si producano patate, lampadari o note musicali, il discorso non cambia. Dettagli. Sarà, ma c’è da non crederci troppo, almeno, perché come dice un vecchio adagio popolare, a cui all’occorrenza dar credito, “la pratica val più della grammatica”. Per cui uno non è che può arrivare in un posto di cui non sa niente nella maniera più assoluta – nel senso che non è del campo – e dare il meglio di sé per se stesso e gli altri. L’ideale non esiste, certo. Ma se c’è da nominare il direttore di un istituto musicale o di un ente lirico o di un’istituzione concertistica, sarebbe meglio cercare tra color che di musica, strumentisti, cantanti, compositori e via dicendo ne capiscono. Non necessariamente un musicista, ma un dirigente che ha maturato il suo percorso professionale nell’ambiente o nei suoi paraggi sì, sarebbe meglio, auspicabile.

A dirla così, sembra la scoperta dell’Uovo di Colombo, la storiella di Monsieur Lapalisse, la fiera dell’ovvio che torna. Tutto questo, in effetti, ha dello scontato. Eppure, proprio perché spesso comunque accade il contrario – e le nomine vanno dove vanno – diventa argomentazione di cui dibattere ahinoi, sempre. I casi non mancano proprio. Con dinamiche che portano a incomprensioni incredibili, a tagli mirati male e a scelte discutibili.

Diverso è quando la persona viene scelta per la sua competenza e abilità riconosciuti dai più; qualche dissenso ci sta, non serve l’acclamazione. Non si parla né di santi né di aspiranti tali né di eroi, né di uomini della provvidenza arrivati a risolvere chissà quali problemi. Ma di gente giusta al posto giusto. Per cui: quando ci sarà da dialogare con le maestranze o/e parlare della materia prima sapranno prendere le posizioni adeguate perché conoscono le questioni, magari non tutte – visto il contesto nuovo –  ma le principali fino in fondo. Quando ci sarà da capire e organizzare la parte artistica non cadranno dalle nuvole, oppure non faranno finta di essere esperti o non si appoggeranno all’«amico» prof di turno intrufolone.
Sì, è vero questo sembra un po’ il libro dei sogni: “C’era una volta il direttore perfetto, il presidente buono, il leader che regalava lodi e aumenti a tutti…”. Chissà, forse un giorno, in paradiso. Per adesso, sulla terra, accontentiamoci di avere solo un po’ più di: MERITOCRAZIA!!!

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