Il Barbiere di Rossini al Regio

[wide]
[/wide]

Una produzione della stagione 2006/2007  viene riproposta in questi giorni con grande successo nel teatro torinese


di Attilio Piovano


Davvero un Barbiere… di qualità, quello in scena al Regio di Torino in questi giorni (il 22, 24 e 26 febbraio) le cui recite si vanno intersecando alle riprese di Butterfly (a  partire dal 21) di cui riferiremo dunque a breve.

Questo allestimento del Barbiere è ormai una produzione storica del Regio: risale infatti alla stagione 2006/2007 quando venne per la prima volta presentato en plein air per la serie di spettacoli estivi, entro la cornice suggestiva dei Giardini Reali; fu poi ripreso entro il cartellone del 2009/2010 ed ora ritorna lodevolmente (sia pure per poche recite), per la gioia dei fans di Rossini. È più che giusto – a nostro avviso – che un grande teatro ‘punti’ anche su spettacoli consolidati, e non solo sulle nuove produzioni; un modo intelligente e valido di fare cultura, con costi limitati ed un buon ritorno, dacché – come è facile prevedere – con siffatti titoli il sold out è garantito (e infatti è il tutto esaurito in questi giorni). Un trend in cui il Regio si pone quale vero e proprio battistrada nella consapevolezza che occorre realizzare spettacoli agili, di facile montaggio e smontaggio, con l’intento di “far fruttare” le produzioni di repertorio facendole convivere con i nuovi allestimenti, sì da tenere aperto il più possibile il teatro.


Molte le simpatiche gags, che si mantengono per lo più ad un buon livello, senza disturbare né tanto meno cadere nel corrivo, divertendo e strappando sorrisi complici


Detto questo, il presente Barbiere è spettacolo di ottimo livello. Efficaci le belle scene di Claudia Boasso, perfettamente funzionali e gradevolissime, senza essere oleografiche, geometriche e fantasiose, semplici e curatissime nel contempo, con quella luminosa e pur raccolta piazza dominata dall’attrezzatura da barbiere, quelle finestre a grata e quei balconcini determinanti per l’intrigo. E poi quella casa di Don Bartolo dal simpatico gioco di porte sovrastate da ritratti e dominata dalla nota di colore degli andalusi azulejos. Molto valida l’idea di movimentare le scene ‘a vista’ per passare dall’esterno agli interni, un modo semplice e storicamente in linea con la tradizione dell’opera italiana. I bei costumi recano la firma di Luisa Spinatelli mentre le luci, per lo più calde e ambrate, sono di Andrea Anfossi, salvo i bagliori lividi dell’immancabile temporale.

Corretta e pulita la regia di Vittorio Borrelli, anch’essa ottimamente funzionale allo spettacolo, senza eccessi e stravaganze sovraccariche, con sagaci sottolineature di molti particolari presenti in partitura. Tutto appare naturale, improntato a sorgiva freschezza e ad una sana gaiezza e joie de vivre,  nessuna forzatura didascalica, nessun intellettualismo inutile e questo è un gran merito: una regia che tende a lavorare sui chiaroscuri più che a sbalordire con gesti eclatanti. Ovvero, quello che si richiede, specie in un’opera come il Barbiere dove, si sa, tutto è già preconizzato dalla musica e il gioco degli equivoci tessuto dai cantanti-attori è fondamentale per la riuscita della commedia. Molte le simpatiche gags, che si mantengono per lo più ad un buon livello, senza disturbare né tanto meno cadere nel corrivo, divertendo e strappando sorrisi complici; ecco allora l’arrivo di Figaro con il suo ambaradan di servizio e le parrucche fatte vorticare al ritmo forsennato della partitura, poi i gesti ammiccanti di Rosina dal balcone sotto gli sguardi dell’arcigno tutore, quindi nel corso della celeberrima cavatina («Una voce poco fa») e successiva cabaletta («Ma se mi toccano») sfoga la sua insofferenza ed il suo risentimento lanciando freccette all’indirizzo dei quadri degli antenati sulle sovrapporte, realizzando nervosamente un improbabile origami che poi svolge buffamente, nonché infilzando il tombolo con l’ago da ricamo, enfatizzando l’azione con gesti meccanici ed ossessivi;  irresistibili movimenti, per il finale atto primo, con l’ingresso plateale del Conte d’Almaviva (alias Lindoro) che si finge abbondantemente ubriaco, ma senza sbracare, e ancora di gran rilievo la buffa pantomima tra il Conte e Don Bartolo nel duetto «Pace e gioia» con i simmetrici ‘a parti’ e le riflessioni di entrambi di segno opposto. Bene le sottolineature mimiche richieste a Don Basilio nell’aria «La calunnia» e così pure spassosa la figura del servitore Ambrogio (Antonio Sarasso, dall’impassibile aplomb spesso incline ad addormentarsi, salvo ricevere porte in faccia sbattute dal padrone). Come da copione la scena in cui Figaro si appresta a radere Don Bartolo e perfetti i movimenti del coro (finale atto I, le masse dei soldati). Qua e là qualche gesto appena un po’ troppo caricato e sopra le righe (è il caso del baciamano esageratamente deferente dell’ufficiale nei confronti del Conte appena rivelatosi), ma sono piccole cose, del tutto accettabili.

Quanto alla direzione il valido Alessandro Galoppini governa l’intero spettacolo con mano sapiente ed estrema precisione: imprimendo tempi sciolti e scorrevoli, comme il faut; tutto appare molto calibrato, ma al tempo stesso conferisce opportuno e incisivo brio agli immancabili  ‘crescendo’, potendo contare su un’orchestra in gran forma (e saggiamente in posizione un poco rialzata rispetto alla consueta collocazione in buca). Forse si poteva osare un poco di più quanto ad excursus dinamici, Galoppini ha privilegiato la sobrietà e la leggerezza, a partire dalla Sinfonia, fin troppo composta. Ottima la prova fornita dal coro, istruito con sicurezza da Claudio Fenoglio.

Ed ora le voci. Figaro, innanzitutto, ben interpretato dal baritono Roberto De Candia, fin dalla sua plateale entrata in scena, col sonante la ran la la. Un Figaro vocalmente efficace, il suo, senza smargiassate, ma divertente e coinvolgente, esuberante quanto a vocalità, ma senza apparire spaccone,  intrigante e insinuante quanto basta, talora fin cinico, come vuole il personaggio, sensibile alla morale del denaro. De Candia ottiene molti e meritati applausi a scena aperta. Bene poi il basso Paolo Bordogna nei panni di Don Bartolo. Ha ben convinto il pubblico nella celebre (e attesa) invettiva «A un dottor della mia sorte» guadagnandosi anch’egli ampi consensi. Ancora sul versante maschile il tenore Antonino Siragusa dal timbro caratteristico, è parso un Conte d’Almaviva appropriato, forse con appena qualche punta di eccessiva esuberanza che lo tradisce talora inducendolo a qualche nota crescente, ma nel complesso assai efficace. Possiede buona agilità e tenuta scenica, sicché  riesce più che convincente – lo si diceva più sopra – laddove giunge in casa ubriaco. Momenti di vera comicità, inoltre, nel celebre «Pace e gioia » che, come occorre, scatena dapprima  la melliflua riconoscenza di Don Bartolo, innescando da ultimo la sua stizza irrefrenabile. Divertimento assicurato. Don Basilio è ben impersonato dal basso Nicola Ulivieri. Il pubblico lo aspetta al varco attendendo con trepidazione «La calunnia è un venticello»: ci si aspettava forse qualche guizzo in più, sul piano vocale, ma sul versante scenico raggiunge momenti di notevole resa ed anche in questo caso non sono mancati gli applausi.

Quanto a voci femminili, bene la Rosina sbozzata da Marina Comparato che sfoggia eleganza, colorature, varietà di atteggiamenti ed altro ancora, ben costruendo il personaggio a mano a mano che la vicenda si va dipanando, ora tenera e dimessa, quasi ‘sottomessa’, ma con garbo, ora maliziosa, ma pur sempre con grazia. La mimica vivace sottolinea ad arte i momenti ‘topici’ della sua impervia parte vocale. Ancora una volta applaudita a lungo la valida e simpaticissima Giovanna Donadini nel ruolo caricaturale della cameriera Berta (sempre irresistibile il suo «Il vecchiotto cerca moglie»). Di sicuro effetto i pezzi d’insieme e un cenno speciale di plauso a Giulio Laguzzi maestro al fortepiano per aver ben disimpegnato i recitativi, con sicurezza, sciolta souplesse e perfino arguzia (il prrrtt  che si sprigiona al grave a sottolineare le parole di Figaro «Purgante all’avvocato Bernardone / che ieri s’ammalò d’indigestione»).

© Riproduzione riservata

(tutte le foto sono di Ramella&Giannese)


© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'autore: Attilio Piovano

Musicologo e scrittore, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995, ristampa RCS 2018), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002), Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006) e L’uomo del metrò (e-book interattivo per i tipi de ilcorrieremusicale.it 2016, prefazione di Gianandrea Noseda). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rueBallu 2009, prefazione di Uto Ughi). Coautore di una monografia su Felice Quaranta (con Ennio e Patrizia Bassi, Centro Studi Piemontesi 1994), del volume Venti anni di Festival Organistico Internazionale (con Massimo Nosetti, 2003), curatore e coautore del volume La terza mano del pianista (Testo & Immagine 1997). Laurea in Lettere, studi in Composizione, diploma in Pianoforte, in Musica corale e Direzione di Coro, è autore di contributi, specie sulla musica di primo ‘900, apparsi in volumi miscellanei, atti di convegni e su rivista. Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale ecc.; a Torino col Festival MiTo (già Settembre Musica, ininterrottamente dal 1984), Unione Musicale, Teatro Regio, Politecnico e con varie altre istituzioni. Già corrispondente del «Corriere del Teatro», ha esercitato la critica su più testate; dalla fondazione scrive per «ilcorrieremusicale.it»; ha scritto inoltre per «Torinosette», magazine de «La Stampa», ha collaborato con «Amadeus» e scrive (dal 1989) per «La Voce del Popolo» (dal 2016 divenuta «La Voce e il Tempo»); dal 2018 recensisce per «Il Corriere della Sera» (edizione di Torino). Membro di giuria in concorsi letterari nonché di musica da camera e solistici. Docente di Storia ed Estetica della Musica (dal 1986, presso vari Conservatori), dal 1991 a tutt’oggi è titolare di cattedra presso il Conservatorio “G. Cantelli” di Novara dove è inoltre incaricato dell’insegnamento di Storia della Musica sacra moderna e contemporanea nell’ambito del Corso biennale di Diploma Accademico in Discipline Musicali (Musica sacra) attivato dall’a.a. 2008/2009 in collaborazione col Pontificio Ateneo di Musica Sacra in Roma. Dal 1° gennaio 2018, cura inoltre l’Ufficio Stampa del Conservatorio “G. Cantelli”. Dal 2012 tiene corsi monografici sulla Storia del Melodramma (workshop su «Architettura, Scenografia e Musica» presso il Dipartimento di Architettura & Design del Politecnico di Torino, Corso di Laurea Magistrale, in collaborazione con Fondazione Teatro Regio). È stato Direttore Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Dal 1976 a Torino è organista presso la Cappella Esterna dell’Istituto Internazionale ‘Don Bosco’, Pontificia Università Salesiana (UPS), dal 2017 anche presso la barocca chiesa di San Carlo, nella piazza omonima, e più di recente in Santa Teresa. Nell’autunno del 2018 in veste di organista ha partecipato ad una produzione del Requiem op. 48 di Fauré. È citato nel Dizionario di Musica Classica a cura di Piero Mioli, BUR, Milano © 2006, che gli dedica una ‘voce’ specifica (vol. II, p. 1414).

Perché non dire la tua? Leggi e accetta la Policy sui commenti