La Traviata al Teatro Massimo

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foto Franco Lannino/Studio Camera

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L’opera di Verdi in scena (e di casa) a Palermo: regia di Henning Brockhaus, meravigliosa la scenografia di Josef Svoboda


di Monika Prusak


Dal 1856, quando La traviata di Giuseppe Verdi fu rappresentata a Palermo per la prima volta al Real Teatro Carolino, l’opera è tornata nel capoluogo siciliano ben ottantanove volte, di cui più di trenta volte nelle stagioni del Teatro Massimo, con eccelse interpreti quali Gemma Bellincioni, Magda Olivero, Anna Moffo e Renata Scotto. La partecipazione del pubblico alla novantesima Traviata palermitana, in programma in questi giorni al Teatro Massimo, comprova che l’interesse per questo prezioso gioiello verdiano non si è spento e continua a sedurre le generazioni più giovani, che hanno riempito il teatro fino all’ultimo posto.


Nonostante il senso di gioia e libertà nel primo atto dell’opera, il timbro di Violetta svela una profonda solitudine, che crescerà nel prosieguo fino alla sua morte


Verdi ebbe all’epoca qualche problema nell’adattamento della storia della cortigiana parigina Marguerite Gautier, protagonista de La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio, a sua volta ispirata al personaggio reale di Marie Duplessis. Su richiesta del Teatro La Fenice di Venezia, dove nel 1853 l’opera ebbe la prima rappresentazione assoluta, il librettista Francesco Maria Piave spostò inizialmente l’azione del dramma nel Settecento, togliendo in questo modo ogni riferimento al mal costume della società contemporanea. La regia di Henning Brockhaus con le meravigliose scene di Josef Svoboda, realizzata nel 1992 per lo Sferisterio di Macerata e riproposta dal Teatro Massimo, trasporta invece l’azione intorno agli inizi del 1900 e non come di consueto nel 1850, rendendo la storia di Violetta Valéry più vicina al clima del fin de siécle parigino, avvolgendola in un sottile velo di decadentismo.

foto Franco Lannino/Studio Camera

L’atmosfera bohémien, anche se si tratta di alta società, mette in rilievo il dramma della protagonista, il suo pessimismo intrinseco e la sua tragica fine. Violetta è nei suoi comportamenti più una grisette in cerca di felicità che una cortigiana; negli occhi dei protagonisti maschili, invece, appare come una semplice prostituta. L’idea di Brockhaus rievoca quindi il romanzo originale di Dumas, nel quale la protagonista faceva parte del demi-monde affetto dalla maladie du siécle, cioè il rifiuto del mondo borghese, la ricerca dell’avventura e del piacere carnale. Lo spettacolo gode degli splendidi costumi di Giancarlo Colis ispirati ai quadri di Giovanni Boldini, accesi dalle luci dello stesso Brockhaus e di Fabrizio Gobbi. La scenografia di Svoboda utilizza pochi oggetti grazie ad un gigantesco specchio la cui diversa angolazione riflette l’azione scenica. Lo spettatore segue l’andamento dell’opera da due prospettive diverse: anche il pavimento viene utilizzato per dipingere le scene. Vengono riflessi i tappeti sopra i quali si muovono i cantanti, creando così rappresentazioni pittoriche dell’epoca con motivi erotici, la casa di campagna di Violetta e Alfredo o un semplice prato con margherite. I riflessi diventano particolarmente affascinanti nelle scene d’insieme, ove creano un singolare gioco di luci e colori. Nella scena finale della morte di Violetta lo specchio si dispone perpendicolarmente sul palcoscenico: il pubblico in platea e nei palchi accede all’azione del dramma. Purtroppo il riposizionamento del congegno ha richiesto l’accensione parziale delle luci distraendo in questo modo gli spettatori dall’azione scenica.

foto Franco Lannino/Studio Camera

Mariella Devia, eccellente voce belcantistica e indimenticabile Lucia di Lammermoor, si conferma ideale incarnazione della Violetta di Brockhaus. La cantante ormai matura, ma non priva di freschezza giovanile, soprattutto per quel che riguarda la recitazione, porta avanti un’interpretazione lineare e conseguente, un’idea chiave che rispecchia il clima generale della rappresentazione. Violetta è una donna solitaria nonostante la vita mondana che conduce; lo si capisce sin dalla prima entrata. La Devia è malinconica, distinta, non esplode mai di sentimento, interpretando il personaggio con una vocalità riflessiva, anche nei momenti di maggiore slancio espressivo: è in un certo senso contenuta e intima, ma incanta allo stesso tempo per la purezza della voce, morbida e leggera, indipendentemente dal registro, calda e ricca di armonici. La Devia riesce a costruire il personaggio dall’inizio alla fine – un dono concesso a pochi – e per questo commuove e coinvolge lo spettatore in maniera assoluta. Nonostante il senso di gioia e libertà nel primo atto dell’opera, il timbro di Violetta svela una profonda solitudine, che crescerà nel prosieguo fino alla sua morte. Vi sono due uomini al suo fianco: Stefan Pop nel ruolo di Alfredo Germont e Simone Piazzola nei panni del padre Giorgio Germont.

foto Franco Lannino/Studio Camera

L’Alfredo di Pop è inizialmente piuttosto ingenuo, leggero, solo col passare del tempo acquisisce più peso drammatico. La voce interessante e timbricamente equilibrata pecca tuttavia di omogeneità espressiva, che si modifica solo alla fine del secondo atto quando in preda alla vendetta il giovane giunge alla festa di Violetta. Germont di Piazzola spiazza letteralmente per la disinvoltura e il timbro prezioso e suadente della voce, nella quale risuona la nota nostalgica di uomo non convinto fino in fondo delle sue azioni. L’incontro tra Violetta e Germont in un prato di margherite è uno dei momenti più riusciti di tutta la rappresentazione: lei gli chiede di trattarla come una figlia, lui la implora di diventare “l’angiol consolatore” della sua famiglia, abbandonando per sempre Alfredo. È in questa scena che la sensibilità di Germont-Piazzola si avverte per la prima volta, una qualità che viene totalmente sommersa dalla convinzione di agire a fin di bene. E diventa egli stesso vittima delle sue azioni, quando lacerato dal rimorso ritorna dalla morente Violetta per esaudire il suo desiderio di essere abbracciata come una figlia. Sono apparse efficaci sia dal punto di vista vocale che da quello scenico le interpretazioni di Bruno Lazzaretti nel ruolo di Gastone, Giovanni Bellavia nei panni del Barone Douphol, Patrizia Gentile in Annina e Marco Signorini nel ruolo del Dottor Grenvil. Un applauso va al Coro e al Corpo di ballo del Teatro Massimo diretti con fermezza da Carlo Rizzi, che ha sostituito Bruno Bartoletti. Un leggero ritardo dell’entrata di Violetta nel duetto Parigi, o cara ha paralizzato momentaneamente l’orchestra, che è stata ripresa in modo eccellente dal direttore. Rizzi ha lavorato molto sui timbri e sul carattere dei singoli atti, conferendo all’intera rappresentazione un’ulteriore senso di compattezza.

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L'autore: Monika Prusak

Monika Prusak, musicista, musicologa e docente. Diplomata in Flauto traverso e laureata in Educazione artistica nel campo dell’arte musicale e Direzione di coro presso l’Accademia di Musica “F. Chopin” di Varsavia, in Canto presso il Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo e in Musicologia e Beni Musicali presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e analisi delle culture musicali presso la Sapienza - Università di Roma con una tesi dal titolo Il senso musicale del Nonsense: Petrassi e Ligeti. Due esempi di “neomadrigalismo” nel secondo Novecento. Ha al suo attivo conferenze scientifiche e divulgative su argomenti musicologici (Sibelius Academy di Helsinki, Società Italiana di Musicologia, Associazione Amici di Santa Cecilia di Roma, Bologna Festival, Istituto Polacco di Roma, Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo) e collaborazioni pubblicistiche (Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Teatro Massimo di Palermo, Opera di Wroclaw, Drammaturgia Musicale, Il Giornale della Musica, riviste Ruch Muzyczny e Krytyka Muzyczna di Varsavia). Dal 2011 è critico musicale presso «Il Corriere Musicale» on-line e fa parte del comitato di redazione della rivista musicologica «Krytyka Muzyczna» di Varsavia, fondata da Michał Bristiger.

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