Jansen, furor di Brahms!

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Lunedì 5 marzo 2012 presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma si è tenuta la terza replica del concerto che ha visto protagonisti l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, guidata da Antonio Pappano, con la presenza della violinista olandese Janine Jansen. L’evento, che ha segnato la chiusura del progetto PappanoinWeb, è stato trasmesso in livestreaming su internet


di Mario Leone


La serata è stata aperta dal concerto in re maggiore di J. Brahms. La partitura, scritta dall’autore tedesco a stretto contatto con il violinista Joseph Joachim e a lui dedicata, si contraddistingue per la sua imponenza sonora e per le innumerevoli difficoltà tecniche: a lungo il concerto fu considerato di difficile esecuzione per la presenza di un virtuosismo esasperato (repentini cambi di posizione, ampi intervalli e lunghe sezioni a corde doppie). Anche dal punto di vista formale la composizione brahmsiana è segnata da un gran respiro sinfonico. Tutte queste problematiche sono state fronteggiate e risolte brillantemente da Janine Jansen e da Antonio Pappano. Se di quest’ultimo ormai non sorprende più la lucida capacità direttoriale, l’innata musicalità e capacità d’empatia con l’orchestra, di cui abbiamo più volte parlato, la vera “sorpresa” è rappresentata dalla giovane solista per la prima volta ospite dell’Accademia. Tecnica perfetta, suono limpido, senso del fraseggio, grande complementarietà con l’orchestra e soprattutto una grandissima energia. Il suono del suo Stradivari “Barrere” del 1727 ha riempito ogni angolo della sala e ammaliato il (non numerosissimo) pubblico presente in sala. Il Direttore, che è solito staccare tempi molto sostenuti, ha impostato il primo movimento marcando i blocchi tematici e timbrici, assecondando i fraseggi della Jansen e le sue proposte dinamiche. Quest’ultima molto a suo agio sia nei passaggi virtuosistici sia in quelli più evidentemente lirici. Stupendo lo sviluppo nel quale le modulazioni offerte dalla partitura son diventate luogo per ricreare atmosfere timbriche sempre nuove, mettere in luce “dialoghi” tra le parti. Soprattutto in questa parte del concerto (ma ad onor del vero in tutta l’esecuzione), è emersa la sconfinata “tavolozza” di colori che la violinista olandese possiede.  Il secondo movimento, costruito in forma di Lied e con i rimandi più espliciti al classicismo, si è contraddistinto per l’unità d’intenti pieni e consapevole tra orchestra e solista. Se si vuole trovare un neo a questo movimento, lo possiamo rintracciare nella sezione in fa diesis minore dove è venuto a mancare un po’ di colore beethoveniano, in quanto l’episodio a nostro avviso è da intendersi come citazione.  L’ultimo movimento, dal carattere popolare ed esplicitamente tzigano, si colloca come il naturale compimento di tutta l’opera: fiammeggiante e festoso, in esso il respiro sinfonico trova il suo apice. Orchestra e solista hanno caratterizzato i vari episodi del rondò – sonata conducendo l’ascoltatore in una festosa alternanza tra languidi e ammiccanti episodi e situazioni burlesche, in un confronto serrato tra solista e orchestra nel quale a vincere è la musica e l’ascoltatore che ne sta godendo.

La seconda parte del concerto ha visto l’esecuzione della quinta sinfonia di Sergej Prokof’ev. Parlando della genesi della composizione l’autore russo scrive: “L’ho concepita come una Sinfonia sulla grandezza dell’animo umano, […] un inno all’uomo libero e felice, alla sua forza, generosità e alla purezza della sua anima. […]Questo tema chiedeva di essere espresso”. 

Questa grandezza la si ritrova nell’enorme organico e nelle masse sonore; Pappano ha offerto al pubblico un’esecuzione fedele, con poche sbavature, dimostrando un’eccezionale capacità di captare e gestire le associazioni sonore anche nei concitati crescendo, mai a discapito dei dialoghi tra le famiglie di strumenti e senza mai perdere il senso d’equilibrio tra le parti e le sezioni. Degna di nota la prova dei fiati e delle percussioni; particolarmente commovente l’apertura dell’Adagio affidato ai clarinetti accompagnati dagli archi.  L’Orchestra e il suo direttore offrono una lettura che oscilla tra un senso di nostalgia e una tragica ironia rintracciata proprio nell’ultimo movimento dove l’esasperazione delle sonorità, i chiari rimandi ad elementi “bellici” voluti dal Compositore e assecondate alla lettera da Pappano, diventano la descrizione dell’uomo il cui desiderio è immenso e il suo animo grande (come ricordava Prokof’ev) è svuotato dagli eventi bellici.

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L'autore: Mario Leone

Deve la sua formazione pianistica ad Angella Annese e Marisa Somma, quella musicologica a Nicola Scardicchio. Parallelamente agli studi pianistici approfondisce gli studi sulla didattica della musica perfezionandosi con il maestro Sebastian Korn. Scrive per Il Foglio, Tempi, Amadeus, Il Corriere Musicale

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