Se il direttore artistico è un po’ scambista (ed altro)

Il neurologo Oliver Sacks


IL PIZZICO

di Luca Pavanel


Q uello dei direttori artistici (che per comodità chiameremo D&A come una non meglio precisata società occulta) è un mondo nel mondo, con le sue altezze e i suoi punti deboli. Dire se le prime siano più numerose delle seconde è una bella sfida. Va da caso a caso of course, ma i pettegolezzi su quel pianeta discrezionale abbondano. Ovvio, chiacchiere a vuoto, ma come non far caso  quando dicono che alcuni direttori artistici sono degli “scambisti”. Cosa? Ma no  – al di là dei gustibus –, non si pensi a quel tipo di scambio, moglie-marito-moglie per dire, ma gli scambi avverrebbero con gli artisti, della serie: «Io faccio suonare i tuoi da me, tu fai suonare i miei da te…». Roba innocente, anzi comoda, così il cartellone è fatto o si fa da sé. Qualcuno allora dirà, dunque dov’è tutto questo scandalo? Diciamone una: se certi palinsesti concertistici vengono in parte compilati nel succitato modo, tanto vale neanche farsi avanti, cercare di presentarsi è una missione impossibile, ottimi strumentisti o meno è lo stesso; tanto se non si fa parte della compagnia di giro la giostra non si prende. Altro che meritocrazia e libera circolazione. Ah, a proposito: non si sa perché ad alcuni di loro, gli immarcescibili D&A, piacciono tanto i nomi stranieri/esotici più di quelli locali; appena si presentano americani, svedesi, cinesi è un colpo di fulmine. Vuoi mettere (gli appellativi saranno di getto e fantasia) il flautista Zachermann con il timpanista Cavicchi, il pianista Xia Chen con un Ruscitano al clavicembalo, per non dire un John al violino in gara col collega Puddu. Sicuro, fa più effetto. E c’è qualcuno che si chiede pure se l’esterofilia è una vera e propria malattia. Mah, forse sì e forse no. Certo fa soffrire molti.

Poi c’è la questione del sentirsi derubati. Già, perché certi direttori hanno sempre l’aria un po’ così, da vittime prese di mira che si difendono: non va bene se chiedi loro qualcosa, non va bene se proponi loro qualcosa, non va bene (quasi) mai. Un mantra al negativo. La motivazione è probabilmente psichica: solo ad ascoltare si sentono defraudati. Allora che fanno davanti alla minaccia targata questua – solo certuni naturalmente –: come dei bonzi si chiudono in loro stessi. Provare a mandare una mail è inutile, al telefono gli incaricati rispondono che sua eccellenza «è in riunione», la posta è cosa d’altri tempi. Eppure la comunicazione dovrebbe essere il loro forte; ascoltare candidati, udire nuovi talenti, aprire le porte alle fresche idee potrebbe/dovrebbe essere – tra gli altri – un modo efficace per “servire” la loro causa. Ovvero, lavorare per la comunità del pubblico, cercare di offrirle il meglio, contribuire ad allargare con sincerità gli orizzonti della cultura. Nelle istituzioni ben pagati, si spera per loro, o comunque remunerati. Poi ci sono anche gli altri… Sono i volontari o pseudo volontari del campo. Sono quei – non pochi – D&A che lo fanno perché la passione li mangia. Loro magari mangiano poco o per mettere insieme il pranzo con la cena più che i D&A e altre professioni musicali, fanno i salti mortali con doppio avvitamento, come al circo Togni. Eppure, imperterriti continuano, senza esitazioni per loro stessi. Quel che conta non sono i soldi – arriveranno si dicono sempre – è la passione per la musica, quel che conta è il pubblico da raggiungere, quel che conta è andare avanti. No, nessuna santificazione. Lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung se ancora in vita su questi soggetti avrebbe molto da dire, anche il vivente neurologo inglese Oliver Sacks autore del tomo Musicofilia. Che, se non è disturbo, può essere anche un virus di forza, idealismo e febbrile passione: alcuni D&A ne sono stati contagiati felicemente, altri ne sono praticamente immuni. Tutto qui.

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Ci sono 3 commenti all'articolo

  1. Grazia Distefano

    finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di scriverlo!!! e scriverlo anche bene! complimenti……..ma dobbiamo sostenere la meritocrazia, tutti!…..coraggio!

  2. Neri Maria Luisa

    Premetto di essere completamente d’accordo con Giovanni Baldini, penso che la cultura musicale in Italia sia ormai appannaggio di pochi.
    Leggendo l’articolo mi sono resa conto di far parte della seconda categoria …sigh!
    Nel mio cartellone il 99,9% sono italiani, giovani talentuosi diplomati con 10 e 10 e lode che non hanno nulla da invidiare i loro colleghi stranieri.
    Mi sento una mosca rara, non ho mai beccato un soldo dai fondi pubblici che preferiscono finanziare altro…(con quali criteri non si sa), nonostante io proponga due concerti a settimana!!! Nessuno è disposto ad aiutare le piccole Associazioni come la mia che, in nome della cultura musicale e della meritocrazia, dà spazio ai giovani talenti italiani.
    I miei collaboratori ed io, nonostante tutto, ancora ci crediamo, stringiamo i denti e con grandi sacrifici andiamo avanti, pur sapendo di andare incontro a frustrazione nel vedere i concerti semideserti, continuiamo imperterriti a prodigarci per portare il nostro piccolo contributo in questo grande marasma che è il campo della musica in Italia. Probabilmente finiremo in mano allo Jung del nostro tempo!

  3. Giovanni

    Gentile Sig. Pavanel,

    complimentandomi per l’acume e la profondità dei contributi del sito, volevo esprimere la mia personale opinione a riguardo.

    Partendo dal presupposto che condivido (seppur in parte) la motivazione della protesta, io sposterei per un istante la prospettiva del discorso: che pubblico ci troviamo di fronte?

    Se il pubblico non paga, l’Associazione, la Società od il Teatro falliscono. Quindi la prima regola è “accontentarlo”, seppur occulto rimane il desiderio giusto e sano di “educarlo”.

    Ora.
    Il pubblico italiano odierno non è più colto, non è un pubblico composto per la maggior parte da addetti ai lavori, è un pubblico che spesso preferisce ancora i Romantici a Glass o Schoenberg, e mal digerisce la “novità”.
    Quando sul palco si esegue Dutilleux, Messiaen, Stockhausen, i posti vuoti aumentano a dismisura, e i mugugni allontanano spettatori con estrema velocità.
    Ci sono troppi pochi giovani che applaudirebbero qualche guizzo estemporaneo (e quando parlo di novità intendo delle “non-novità”, pensando a Igudesman & Joo, Galliano e il suo Bach, King’s Singers, fino ad arrivare ai musicattori e ai repertori meno conosciuti), e lo spauracchio peggiore è lo spettatore che non rinnova l’abbonamento, o che l’anno successivo non si presenta più in teatro.

    Non credo, per concludere, che vi siano i presupposti adatti affinché il gusto del pubblico possa cambiare: manca un’educazione all’ascolto propedeutica e ad ampio raggio, in grado di scardinare i suoi pregiudizi e abitudini. Sarebbe troppo chiedere questo ad un Direttore artistico, che ritengo abbia compiti essenzialmente diversi, anhce se non interamente.

    Tutto questo, tenendo conto il mio accordo con Lei sulla gravità del signoraggio nell’ambito delle scelte degli artisti.
    Un buon Direttore artistico legge le più importanti riviste mondiali, ascolta le novità, studia a fondo le mail delle agenzie e degli artisti che si presentano individualmente, rischia portando in sala un giovane acerbo ma talentuoso.

    Cordialmente

    Giovanni Baldini

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