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«Va’ Tosca!»


La Scala ripropone la tanto discussa Tosca della stagione passata. Cambiano gli interpreti, ma la musica sembra essere la stessa…


di Laura Bigi


Riassunto delle puntate precedenti

Stagione lirica 2010/2011, al teatro scaligero va in scena Tosca di Giacomo Puccini. Coproduzione di Milano con il Met di New York e la Bayerische Staatsoper di Monaco. Trepidante attesa anima il pubblico e i loggionisti fischiatori, come sempre accade in occasione della ripresa delle italiche più gloriose e fortunate composizioni per il teatro. Il cast sembra promettente sulla carta: Jonas Kaufmann è la bright star del momento, giovane di bell’aspetto voce promettente potenziale perfetto Mario Cavaradossi nell’immaginario delle signore. Oksana Dyka è Tosca con Sondra Radvanovsky, Lucic e Terfel si scambiano il ruolo di Scarpia. Regia dello zurighese Luc Bondy, già visto in regie d’opera (vedi Idomeneo) scene di Richard Peduzzi, spesso alla Scala in altre occasioni, costumi di Milena Canonero. Dopo il debutto americano e monacense, giungono dall’estero voci di disapprovazione e di scandalo! Nel capoluogo lombardo, intanto, si prepara un complotto di virus anarco-insurrezionalisti che sarà la (presunta) causa delle defezioni dei divi tanto attesi, rimpiazzati all’ultimo dai secondi o dai terzi o dai quarti del cast. Piaga nella piaga, si vocifera della possibilità di uno sciopero per la Prima, indetto dai soliti musicisti comunisti iscritti pure al sindacato. Risultato: l’opera è un fiasco annunciato. Non piacciono le voci, non piace la regia, non piace la direzione del giovane pupillo di Barenboim, Omer Meir Wellber.

Stagione lirica 2011/2012, al teatro scaligero va in scena Tosca di Giacomo Puccini. Coproduzione di Milano con il Met di New York e la Bayerische Staatsoper di Monaco. La stessa dell’anno precedente, perché anche la Scala vuol fare il Teatro di repertorio. (D’altra parte segnali positivi erano arrivati per la riproposizione del bel Tristan wagneriano di Chéreau, produzione 2007/8 replicato la stagione successiva, meno entusiasmo per Carmen del 2009). Il cast è cambiato, quest’anno si attende Marcelo Alvarez nel ruolo di Cavaradossi; Martina Serafin è Tosca, George Gagnidze Scarpia, a dirigere l’orchestra Nicola Luisotti.

Cronaca della rappresentazione del 2 Maggio 2012

Atto I. Sigla (accordi di Scarpia – il diabolus!). Sipario. Chiesa di Sant’Andrea della Valle in Roma. Peduzzi deve avere un passato da muratore, perché crede sempre efficace l’imponenza dei suoi muri, siano a mattoni a pietra intonacati, ma mai ornati di alcunché. La desolazione del mattone color mattone. Che dovrebbe perciò lasciare libero spazio al contenuto di quello spazio.

Angelucci si cala da un pertugio aiutandosi con una fune, vero galeotto in fuga da Alcatraz. Affannato, capello lungo arruffato. Trova la chiave della cappella, si nasconde. Arriva il sagrestano col paniere, arriva anche il pittore. «Che fai? – Recito l’Angelus». Scaletta classica che rialza l’artista verso la sua creazione, pennelli e colori. Tela raffigurante Maria Maddalena. Ritratto finto-barocco, cioè crosta con donna a seno nudo. Cavaradossi, con sguardo rapito in estasi, verso il pubblico. Esordio del tenore. Recondita armonia etc etc. con bacio sonoro “a schiocco” sul finale della romanza alla medaglietta che contiene, presumibilmente, il ritratto di Tosca! Gestualità illocutiva, tanto che sembra un film muto. Alvarez voce chiara, un po’ stanca, un po’ forzata negli acuti e acutini; corretta, non entusiasmante in espressività. Il pensiero della bellezza fa passare la fame. Sagrestano esce, entra Angelucci. Agnizione. Voce di Tosca in lontananza. Angelucci si nasconde col paniere. Duetto del Cavaradossi colla Tosca. Martina Serafin è la cantatrice voluttuosa, non altrettanto morbida nella vocalità, piuttosto scura sì, ma metallica; poco agile anche se convintamente potente. Più disinvolta nei movimenti, che sono in generale affettati, calcati. Ma lei, la Tosca, è diva. Tosca parte. Cavaradossi decide di nascondere l’Angelucci evaso nella sua villa. Entra il Sagrestano: «Bonaparte…scellerato! […] fu spennato, sfracellato e piombato a Belzebù!» Baccano. Ecco Scarpia, il barone. Il cattivo, cattivissimo, perverso, lascivo e subdolo. George Gagnidze bella voce di baritono, convinta e sicura nel ruolo. La presenza da satiro c’è, ma non è abbastanza bigotto nell’immaginario di Bondy. Capello impomatato, giacca bigia da pinguino, soprattutto impugna un frustino che dimena quando è adirato. Si mostra ostentatamente malvagio e assetato di sadico piacere. «Apprestate per il Te Deum!». Notizia della fuga di un prigioniero. Sospetti sulla complicità di Cavaradossi. Arriva Tosca, non trovando l’amante ma un ventaglio di signora – lasciato in bella vista da Scarpia – , è fuori di sé per la gelosia. Parte. Scarpia, celatosi alla cantante, monologa. In proscenio Scarpia con cruda eccitazione escogita la trappola per Tosca e pregusta il piacere della conquista violenta; folla di chierichetti, preti, sacerdoti, vescovi, arcivescovi, forse il papa, nobildonne romane che si stringono alla sue spalle; poi entra una statua si Madonna tutta dorata e scintillosa. Esplosione del Te Deum in orchestra con coro, che copre molte delle parole del barone. L’organo suona come fosse Arvo Pärt. Bacio finale di Scarpia alle vesti della Madonna e segno della croce in segno di pentimento, perché ha appena avuto qualche pensiero peccaminoso.

Atto II. Palazzo Farnese. I muri a casa del barone sono colorati: rosso, verde, blu (con la collaborazione di “Vendo casa disperatamente”?) Arredamento eclettico: poltrona fin de siècle e divani dell’Ikea. Il contrasto è voluto, ma il risultato non è kitsch (che comunque è categoria estetica), solo sconclusionato. Scarpia cena in solitudine. No, è in compagnia…di tre vogliose donne in vestaglietta di chiffon e giarrettiera, trucco appariscente e capello rosso fuoco passione. Mi sa che non ha cenato. Ci sono anche gli sbirri suoi abbigliati a mo’ di Matrix, compresi occhiali scuri. Monologa e attende Tosca, che verrà al convegno se vuole salvare il suo Mario intanto arrestato. Cavaradossi interrogato al riguardo del fuggiasco nega tutto. Si preparano torture. Giunge Tosca. Il tutto è concitato sullo sfondo colorato, con l’abito rosso lacca svolazzante della cantante. Scarpia vuole estorcerle una confessione. Lei finge di non saper. Gemiti del Cavaradossi. Tosca vuol veder Mario, che sempre nega. Tosca non sopporta le torture all’amato:«Mario, consenti ch’io parli? – NO! NO!». Tosca non sopporta le torture all’amato: confessa il nascondiglio di Angelotti alla villa di Mario Cavaradossi. Notizia della vittoria di Bonaparte a Marengo. Mario è felice, intona versi per la vittoria, poi è portato via dagli sbirri. Ecco la proposta indecente del barone: la libertà del pittore in cambio dell’amore di Tosca. Gesti di reticenza schifata. Il pubblico attende: Vissi d’arte. Serafin ancora corretta, forse meglio che all’esordio nel primo atto. Scrosci d’applausi interrompono per un momento la rappresentazione. Piace sempre. Dopo lo sfogo e la preghiera, lei finge d’accettare, purché Scarpia le conceda un salvacondotto per fuggire con Mario (dopo finta fucilazione). Tosca beve avidamente un sorso di vino, gesti nervosi; mentre Scarpia scrive, lei trova il coltello della cena di lui. L’idea dell’assassinio. Lei si stende sensuale tutta rossa sul divano rosso su sfondo rosso; Scarpia si avvicina tronfio e pronto al possesso; lei lo pugnala! Poi: rabbia terrore spaesamento, Tosca gira per la stanza sempre rossa tra i divani rossi, mentre Scarpia ancora geme e infine, lui morto, dice impostata, un po’ retrò, con birignao: «E avanti a lui tremava tutta Roma!». Esce nascondendo tra i seni il salvacondotto.

Atto III. Piattaforma di Castel Sant’Angelo. Sbirri in veste napoleonica, uno in proscenio giuoca agli scacchi. Scenografia riciclata dal sopra citato Tristano: sfondo scuro, nebbiolina, muro a mattoni grigi con scala. Si sente in lontananza una voce di ragazzo che canta uno stornello. Le guardie vagano con sguardo sognante, incantate dalla quella come fosse irresistibile sirena ammaliatrice. Poi si rianimano. Il carceriere invece che indicare al Cavaradossi il registro sul quale apporre la firma, lo invita a far la prossima mossa agli scacchi. Siccome che devo morì, armeno famme vince sta partita! Però è pensieroso, si gratta il capo mentre guarda la scacchiera, poi s’alza. E lucevan le stelle. Pronuncia con cadenza alla spagnuola; singhiozzando un poco; bene. Giunge Tosca, abito scuro in tinta colla scenografia (coerentemente con l’atto II). Ha il salvacondotto: duetto. Lei sempre sognante anche nel rievocare il fatto di sangue e guarda in alto nel buio della platea, lui s’aggiusta il gilet sgualcito per le torture, poi entra in empatia con l’amante stringendosi a lei colla più tenera commozione (?). Tosca spiega il piano della finta fucilazione: «Io saprei la movenza» e non si fa sfuggire l’occasione per mimare la movenza. Com’è lunga l’attesa etc etc. Sparano, Cavaradossi cade, morto. Disperazione di Tosca. Sale le scale, trattenuta invano dalle guardie, lei ringhia e riesce a raggiungere la sommità del parapetto: fa per gettarsi, fermo immagine del gesto suicida, si spengono le luci. Fine.

Note a margine

Direttore d’orchestra generalmente energico, buon piglio ritmico, d’ampio respiro le melodie, ma il tutto non brilla per sfumature. D’altra parte Luisotti, come dichiara in una video intervista pubblicata sul sito del Teatro, cerca l’ossequio alle indicazioni che lo stesso Puccini diede della sua partitura, tenta la spersonalizzazione. Ma non è forse la interpretazione il più bello e sacrosanto rischio del teatro? Così pure la regia sembra leggere solo la superficie della vicenda e, come si è tentato di dire, diventa una retrospettiva di recitazione, uno spettacolo “provinciale”, dalla tipica gestualità ridondante, che doppia ad ogni occasione l’azione descritta dal testo. Senza eccessiva infamia e senza eccessiva lode. Però Tosca è sempre Tosca, Puccini è sempre Puccini. Quindi grande successo di pubblico, nostrano e non, molti applausi per gli interpreti.

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