Der König Kandaules. Zemlinsky in prima italiana a Palermo

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(foto Franco Lannino/Studio Camera)

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Completata postuma nel 1995, l’opera mette al centro dell’azione un triangolo amoroso e la perversa dinamica del potere. Specchio dell’atmosfera della prima metà del Novecento, occasione per riflettere sul nostro tempo storico


di Monika Prusak


A lexander Zemlinsky è un compositore che appare raramente nelle programmazioni concertistiche e del teatro d’opera. Ingiustamente, perché la sua musica coinvolge e stupisce per la densa orchestrazione e per il notevole lirismo dal carattere fortemente espressionista. Der König Kandaules, andato in scena in prima italiana al Teatro Massimo di Palermo in questi giorni, è un’opera inquietante e complessa, ma allo stesso tempo affascinante e curiosa. I solisti, tra cui Nicola Beller Carbone nel ruolo di Nyssia e Kay Stiefermann nel ruolo di Gyges, hanno ulteriormente esaltato il tragico teatro del compositore austriaco di origine ebrea.


Il personaggio di Gyges presenta un notevole cambiamento dal punto di vista sociale, da semplice pescatore a re, ma in realtà egli rimane sempre della stessa grettezza e semplicità


All’origine del libretto, che fu steso dallo stesso Zemlinsky negli anni Trenta del XX secolo e la cui elaborazione musicale fu portata avanti in esilio negli Stati Uniti, sta Le Roi Candaule di André Gide. La partitura, incompiuta, fu ripresa dopo la morte dell’autore da Antony Beaumont su commissione della Staatsoper di Amburgo, dove l’opera ebbe la prima esecuzione assoluta addirittura il 6 ottobre 1996. Ma la storia di Kandaules ha origini ben più antiche del testo di Gide, risalenti alle Storie di Erodoto di Alicarnasso, che raccontano la vicenda del re di Lidia. Il monarca costringe uno dei servi a guardare sua moglie nuda per convincerlo della sua rara bellezza, ma infine muore ucciso dallo stesso cortigiano, che lo sostituirà al trono. Questa storia dà a Zemlinsky uno spunto importante per mostrare la realtà perversa dei suoi tempi, la dissolutezza morale e, in uno specchio piuttosto ironico, l’avvento della dittatura.

Peter Svensson e Kay Stiefermann

Zemlinsky mette al centro dell’azione il triangolo amoroso, che costituisce un’interpretazione in chiave moderna del triangolo borghese ottocentesco. Vi sono due uomini e una donna, ovvero una coppia reale e un pescatore che diventerà re successivamente. La storia antica si inserisce perfettamente nel carattere espressionista dell’opera: la crudeltà delle scene, la nudità e la violenza rispecchiano al meglio l’atmosfera della prima metà del Novecento, la crisi d’identità della società e dei valori. Tra i tre personaggi quello più debole è lo stesso Kandaules, anche se è proprio la sua deviazione a muovere l’azione in una dimensione perversa. Peter Svensson, interprete del ruolo, si distingue per l’ottima recitazione e convince nella resa di un re potente e fiacco allo stesso tempo. Il timbro della voce è adatto al personaggio, ma nei momenti di fortissimo, così frequenti nelle pagine di Zemlinsky, la sua vocalità spesso non riesce a superare la densità dell’orchestra. Gyges, il pescatore che apre l’opera in un monologo parlato, è un suo amico d’infanzia, del quale Kandaules non si ricorda più. La sua apparizione nel palazzo è legata al ritrovamento di un misterioso anello nel ventre di un pesce, per il quale Kandaules chiede spiegazioni. È un anello che rende invisibile chi lo indossa; «io nascondo la felicità» informa la scritta all’interno, richiamando le parole del Prologo di Gyges: «Chi possiede la felicità deve nasconderla per bene! Anzi, deve tenerla nascosta agli altri». Ma l’anello che promette la felicità diventerà la fonte della sfortuna e della morte di Kandaules.

Zemlinsky e Schönberg

Il personaggio di Gyges presenta un notevole cambiamento dal punto di vista sociale, da semplice pescatore a re, ma in realtà – e il cantante Kay Stiefermann lo fa capire chiaramente – egli rimane sempre della stessa grettezza e semplicità, pronto ad agire senza l’ausilio della ragione. Il cieco orgoglio e il senso di possesso lo portano a uccidere crudelmente la moglie, accusata di tradimento, ed è proprio questo che farà innamorare di lui il re: il suo agire senza scrupoli lo fa diventare ricco e potente. Stiefermann spaventa e incanta, sin dall’inizio facendo notare la forza di carattere e la capacità di dominare del personaggio. La statura imponente e il timbro baritonale di una singolare profondità, nonché il volume sorprendente della voce, lo fanno apparire più re del re stesso. La sua sicurezza diventa autorità per Kandaules che già alla fine del primo atto afferma: «Tu non sei mio servo, Gyges, ed io non sono tuo signore, ma tuo amico!».

Il fatto di nascondersi e nascondere la felicità è un evidente segno dei tempi di Zemlinsky: con il magico anello si può passare inosservati, ma allo stesso tempo si potrebbe essere spiati o perseguitati. Manfred Schweigkofler, regista e autore delle scene insieme ad Angelo Canu, accentua questo aspetto mettendo in scena delle sagome umane trasparenti che sembrano osservare costantemente l’azione. Gyges, invitato da Kandaules a indossare l’anello, passa la notte con la regina Nyssia, interpretata dalla splendida Nicola Beller Carbone. La protagonista femminile è quella che attraversa la trasformazione più significativa dal punto di vista drammaturgico e musicale. La sua apparizione al banchetto del primo atto, dove svela per la prima volta il suo volto agli amici ubriachi del re, è alquanto insignificante. È una donna sottomessa, trattata da Kandaules come una marionetta o meglio un’opera d’arte, sola e infelice. Le parti vocali iniziali sono poche, tutte in registro medio e piatte. La Beller Carbone si immedesima con una particolare bravura nel carattere della protagonista, mostrando sin dall’inizio timbro e tecnica eccellenti.

Il secondo atto porta un cambiamento, perché sarà la notte con Gyges ad accendere la sensualità della donna, la notte in cui la regina sveglierà la coscienza della propria fisicità: il nudo integrale della cantante rende l’atto realistico e seducente. Nyssia, convinta di aver passato la «notte d’amore più bella» con il proprio marito, non vuole indossare più il velo che ne nascondeva l’identità; ella è libera e cosciente, non ha più bisogno di coprirsi. La sua emancipazione progredisce ancora nel terzo atto, in cui scopre di essere tradita: è qui che la sua forza e autonomia prendono il sopravvento, la voce diventa drammatica e spinta, seguendo la scrittura di Zemlinsky che si lancia in ampi salti intervallari e in orchestrazioni e dinamiche stupefacenti. Sorprendente la recitazione della Beller Carbone e il cambiamento vocale, che fa apprezzare gli slanci deliranti e i pianissimo in registro acuto. Nyssia è furiosa mentre presenta il piano a Gyges: «Deve essere uno di voi due a morire!». Stavolta è la voglia di salvarsi a portare Gyges a commettere un altro crimine, tratto che di nuovo lega l’opera al clima contemporaneo di Zemlinsky. Il velo di Nyssia nasconde quindi un alter ego forte, come l’anello libera quello di Gyges, esaltandone i più profondi desideri: il gioco di sparire e riapparire, la felicità fugace e la sete di potere.

La messa in scena di Der König Kandaules non è una delle più semplici, per il fatto che tutta l’opera si svolge nelle stanze del palazzo reale. Schweigkofler sceglie una soluzione unica per tutti gli atti – diversi piani d’azione con scalinate -, che comunque appesantisce e rende piuttosto statica l’azione del dramma. L’assalto a Kandaules, come nelle Storie di Erodoto, si svolge nello stesso posto dove la regina si era mostrata nuda ed è una delle scene migliori per intensità drammaturgica e musicale. I cambiamenti più visibili sono dati dalle luci di Claudio Schmid, che tuttavia non riescono a differenziare effettivamente le scene tra loro. È apprezzabile lo spostamento della vicenda al futuro, con una scenografia che tradisce elementi futuristi e influenze di fantascienza, e che si specchia nei costumi dai riflessi metallici di Mateja Benedetti. Notevoli le voci di alcuni personaggi secondari tra cui si segnalano Alex Wawiloff (Simias), Nicolò Ceriani (Phedros), Matias Tosi (Philebos), Cristiano Olivieri (Syphax) e Giulio Pelligra (Sebas). Applausi all’Orchestra del Teatro Massimo che, guidata dal direttore israeliano Asher Fisch, ha dato una prova equilibrata ed espressiva di questa complessa partitura.

© Riproduzione riservata

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Musica di Alexander Zemlinsky
Nuovo allestimento

Prima rappresentazione in Italia

Direttore Asher Fisch (16, 17, 18, 19, 20) /
Francesco Cilluffo (22)
Regia Manfred Schweigkofler
Scene Manfred Schweigkofler e Angelo Canu
Costumi Mateja Benedetti
Luci Claudio Schmid

Assistente alla regia Franz Braun
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© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'autore: Monika Prusak

Monika Prusak, musicista, musicologa e docente. Diplomata in Flauto traverso e laureata in Educazione artistica nel campo dell’arte musicale e Direzione di coro presso l’Accademia di Musica “F. Chopin” di Varsavia, in Canto presso il Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo e in Musicologia e Beni Musicali presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e analisi delle culture musicali presso la Sapienza - Università di Roma con una tesi dal titolo Il senso musicale del Nonsense: Petrassi e Ligeti. Due esempi di “neomadrigalismo” nel secondo Novecento. Ha al suo attivo conferenze scientifiche e divulgative su argomenti musicologici (Sibelius Academy di Helsinki, Società Italiana di Musicologia, Associazione Amici di Santa Cecilia di Roma, Bologna Festival, Istituto Polacco di Roma, Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo) e collaborazioni pubblicistiche (Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Teatro Massimo di Palermo, Opera di Wroclaw, Drammaturgia Musicale, Il Giornale della Musica, riviste Ruch Muzyczny e Krytyka Muzyczna di Varsavia). Dal 2011 è critico musicale presso «Il Corriere Musicale» on-line e fa parte del comitato di redazione della rivista musicologica «Krytyka Muzyczna» di Varsavia, fondata da Michał Bristiger.

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