Michael Nyman saggista, riflessioni da Cage in avanti

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Michael Nyman

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Tradotto in italiano il volume “Experimental Music: Cage and Beyond” del compositore inglese. Occasione per riflettere sulla nascita del Minimalismo


di Paolo Tarsi


La musica sperimentale è una testimonianza in prima persona della tradizione musicale postbellica, essenzialmente angloamericana, legata alla musica e alle idee di John Cage. Quando nel 1969 Michael Nyman – che esordisce inizialmente come musicologo e critico musicale – scrive il libretto per l’opera Down by the Greenwood Side di Harrison Birtwistle, aveva già introdotto da un anno il termine minimalismo in musica (una paternità peraltro contesa con Tom Johnson) per definire le nuove forme artistiche che reagivano con semplicità alla modernità ufficiale di quegli anni, caratterizzata da un linguaggio musicale di grande complessità.


Alex Ross fa alcuni distinguo sulle scelte di Nyman, reo secondo il critico americano di aver «definito il minimalismo una sottocategoria della musica come processo»


La stessa considerazione è al centro del volume Experimental Music: Cage and Beyond – pubblicato nel 1974 e finalmente disponibile oggi per la prima volta anche in italiano (nella traduzione di Serena Zonca e Giancarlo Carlotti) –, in cui Nyman esamina il minimalismo come corrente dominante del secondo dopoguerra a partire dalle sperimentazioni cageane e degli artisti della New York School. In un’intervista con Carlo Boccadoro, contenuta nel libro Musica Coelestis (1999 Einaudi), Michael Nyman ricorda così le fasi di scrittura del suo libro: «Quando ho incominciato a occuparmi di Cage, era una figura ancora ai margini del mondo musicale, si muoveva in un contesto decisamente underground e la sua musica non aveva raggiunto l’incredibile successo che ha avuto nel decennio prima della sua morte. Quando ho scritto quel libro ci tenevo molto a distinguere il lavoro di Cage da quello di Boulez, Stockhausen e gli altri protagonisti delle avanguardie europee, proprio dal punto di vista dell’ascolto, ma adesso mi rendo conto che avevo torto; tutti questi compositori appartengono in realtà alla stessa tradizione del modernismo, e le affinità tra di loro sono molto più marcate di quelle che puoi trovare tra Cage e me, Glass, Reich o La Monte Young. È comunque vero che con il suo esempio teorico Cage ha dato un enorme incoraggiamento a percorrere strade musicali differenti, anche diversissime dalla sua».

Nel suo bestseller The Rest is Noise (edito in Italia da Bompiani) Alex Ross fa alcuni distinguo sulle scelte di Nyman, reo secondo il critico americano di aver «definito il minimalismo una sottocategoria della “musica come processo”, classificandolo accanto ai procedimenti casuali di Cage, ai “people processes” di Frederic Rzewski (nei quali i musicisti eseguono la propria parte seguendo una propria velocità), e ai procedimenti elettronici di Lucier e Ashley». Secondo Ross, infatti, il minimalismo fu fin dall’inizio un tipo di procedimento diverso: «I compositori colsero immediatamente tutte le opportunità – tentazioni, potrebbe dire il purista cageano – per interferire con lo svolgersi del processo, per piegarlo a modalità espressive più personali».


Nyman celebra in ogni caso le influenze che i concetti provocatori di questa cultura musicale, un tempo ghettizzata, hanno avuto sul nostro modo di pensare e sul repertorio musicale degli ultimi trent’anni. Compositori e performer come Cardew, Bryars, Skempton, Tilbury e Wolff «si guadagnavano da vivere insegnando negli istituti d’arte», ricorda Brian Eno nella sua prefazione al testo, perché le accademie musicali non erano minimamente interessate al loro lavoro, e le radici di molti dei compositori oggi decisamente più popolari, come Reich o Glass, affondano proprio in questa tradizione sperimentale. Nel 1971 Nyman è stato tra gli interpreti dell’esecuzione londinese di Drumming insieme a Gavin Bryars, Cornelius Cardew e Steve Reich, l’autore del brano. Proprio a proposito del libro del collega inglese Reich dichiarerà in seguito: «A impressionarmi non è solo la quantità di informazioni ma anche la sensibilità che dimostra nei confronti della ‘vera carica’ di quei pezzi e compositori particolari. È a quella parte che nessuno avrebbe potuto neppure avvicinarsi. Diventerà senza dubbio il lavoro di riferimento su quel periodo». Se vi interessa l’argomento non perdetevi Silenzio di John Cage, (edizioni ShaKe).

© Riproduzione riservata


La musica sperimentale, Michael Nyman, prefazione di Brian Eno, ShaKe Edizoni, pp.222, 20 euro


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INTERVISTA A MICHAEL NYMAN
di Michele Manzotti


È uno dei compositori più importanti della corrente minimalista nata nella seconda metà del Novecento. Ma a differenza di tanti suoi colleghi ha ottenuto un successo mondiale grazie alle colonne sonore, specialmente dei film di Peter Greenway (da I Misteri del giardino di Compton House a Giochi nell’acqua) e di Jane Campion (Lezioni di piano). Il rapporto tra musica e immagine è una costante del suo lavoro tanto da presentare a Palermo nel febbraio di quest’anno un progetto in esclusiva nazionale intitolato The Piano Sings, incentrato sulla sonorizzazione dal vivo di alcuni cortometraggi del cinema muto e alcuni video contemporanei (in parte realizzati dallo stesso Nyman come regista). L’appuntamento è stato curato dagli Amici della Musica di Palermo.
Cosa l’affascina della prassi di creare musica per lo schermo?
«Ho spesso utilizzato film muti, sia dell’inizio del secolo scorso, fino alla realizzazione di film miei, dove non c’era nessuna parte recitata e dove in realtà la musica veniva sovrapposta all’immagine. L’arte cinematografica e l’arte compositiva sono due cose che tengo distinte, sia quando fruisco della visione, sia quando realizzo un film. A volte addirittura la musica che ho composto per alcuni film, è stata realizzata senza nemmeno vedere la pellicola, ma sulla sceneggiatura (come Lezioni di piano). Ho realizzato alcune basi per film muti come Witness o Manhattan, utilizzando in parte nuove realizzazioni, ma anche composizioni esistenti che ben si adattavano all’immagine che veniva trasmessa. E’ chiaro comunque che le suggestioni di un film muto, si adattano molto bene alla capacità della musica».
Ci può parlare del progetto The Piano Sings?
«È stato il primo disco della nuova casa discografica Micheal Nyman Records, ed è una raccolta di brani per piano solo rappresentativa di alcune colonne sonore di film, come Lezioni di Piano o Wonderland, una scelta dettata dall’esigenza di porre discograficamente un racconto di quelle che sono state le colonne sonore più importanti della mia carriera come compositore. Durante il concerto di Palermo ci saranno alcuni brani inediti che faranno parte di una seconda raccolta di Piano Sings,e che sarà registrata poco dopo il concerto per poter uscire sul mercato in estate».
Lei a Palermo si presenta anche come regista. È il caso di Witness I e II, che nascono da una serie di fotografie di zingari o gitani internati in campi di concentramento francesi durante la Seconda guerra mondiale o di ebrei polacchi rinchiusi ad Auschwitz. Qual è stata l’idea di questo lavoro?
«Il progetto risale a 3 anni fa. Sono un collezionista di foto da sempre e recentemente, riguardandole, mi è venuta l’idea di realizzare due video. Questo titolo nasce dalla voglia di rendere una testimonianza per le generazioni future. Per queste non ho realizzato una colonna sonora originale, ma tutti brani preesistenti, perché volutamente ho sentito la necessità di mettere in risalto il messaggio in sé, evitando la contrapposizione tra l’arte cinematografica e quella musicale».
Il suo catalogo è molto ampio, continua a lavorare a nuovi progetti?
«Oltre al disco “siciliano”, ci sono quattro produzioni discografiche in cantiere, due con la Micheal Nyman band, e due con orchestra e coro. Poi ci sono i tour (Spagna, Italia, Francia, paesi scandinavi), ed è in fase di realizzazione la colonna sonora di un film che uscirà nelle sale in autunno. Infine sto lavorando a una nuova composizione che mi è stata commissionata per le Olimpiadi 2012 di Londra, la mia città».
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© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'autore: Paolo Tarsi

Ha compiuto gli studi di pianoforte, composizione, organo e musicoterapia. Dedicatosi alla ricerca musicologica, rivolge particolare attenzione alla musica del secondo Novecento. Ha seguito corsi di giornalismo e musicologia jazz con Stefano Zenni e Luca Bragalini. Dal 2010 collabora regolarmente con la rivista Argo Ogra (www.argonline.it).

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