Un “Ballo” noir e anni ’30


L’opera di Verdi chiude la stagione al Regio di Torino; bene soprattutto le voci femminili e l’orchestra diretta da Renato Palumbo | Fotogallery


di Attilio Piovano


C ome già era accaduto al termine della stagione 2003/2004, nuovamente al verdiano «Ballo in maschera» è toccato l’onere e l’onore di chiudere il cartellone al Regio di Torino. Ed è stato proprio l’allestimento che debuttò a Torino nel 2004 quello riproposto ieri sera, 19 giugno, con diretta radiofonica su Radio3. Non solo: assecondando un trend che sempre più pare riscuotere il consenso di nuove e consolidate fasce di pubblico, la recita del 21 giugno viene trasmessa in diretta alle ore 20 in Italia nei cinema del circuito Microcinema e all’estero nel circuito Emerging Pictures. Sempre la sera del 21 giugno l’opera viene trasmessa (in differita) a partire dalle ore 21,15 su Rai5. In teatro, nove complessivamente le recite previste sino al prossimo 1° luglio.

Opera dell’incipiente maturità (andò in scena per la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859) «Un ballo in maschera» è partitura difficile sotto vari aspetti – manco a dirlo, passata attraverso le consuete strettoie della censura – opera piena di contrasti: non solo il classico triangolo amoroso, bensì congiure, amori certo, gelosie e tradimenti, ma anche maledizioni, vaticini e un tragico epilogo; un crogiolo insomma di quelle situazioni drammaturgiche così congeniali a Verdi che per l’occasione attinse a Gustave III ou Le bal masqué di Scribe, volto in libretto dal fedele Somma. Opera dal colore tendenzialmente cupo, nonostante certune pagine per così dire leggere, nel contempo opera importante per le novità musicali che Verdi vi profuse, specie nel second’atto di innegabile bellezza, e in special modo sul piano della raffinata tecnica orchestrale e così pure sul versante armonico (a partire dal superbo Preludio dagli spunti fugati destinati a riapparire verso la fine in luogo topico).


Per dire: il complesso in palcoscenico dovrebbe ammantarsi di una sonorità per lo più in lontananza e così dialogare con l’orchestra; al contrario tale complesso suona in maniera eccessivamente robusta, vanificando giochi antifonici e svariate finezze presenti in partitura


Per una corretta ed articolata valutazione di tale allestimento (realizzato dal Regio in coproduzione con il Teatro del Maggio Musicale fiorentino e con il Teatro Massimo Bellini di Catania) occorrerà distinguerne nettamente le varie componenti, esaminando separatamente i singoli piani dell’opera, dunque orchestra, direttore, voci, coro, regia, scene e costumi, luci.

L’orchestra del Regio ha fornito nel complesso una buona prova (da elogiare le prime parti, in special modo il primo violoncello Umberto Clerici, il primo flauto Federico Giarbella per i ruoli solistici ad essi assegnati e l’arpa di Elena Corni in «Eri tu che macchiavi quell’anima»). Di fatto, però occorre tenere presente la direzione di Renato Palumbo che privilegia il lato brillante della partitura, che pure – è innegabile – ha il suo peso, imprimendo dunque ritmi gagliardi e balzanti, forse più consoni però al Verdi giovanile di un «Nabucco» o di una «Battaglia di Legnano», ma così facendo finisce per porre alquanto in ombra quegli aspetti di modernità, quei trasalimenti, quelle tortuose inquietudini, quei dettagli intimistici che qua e là dovrebbero emergere con singolare pregnanza, e così non avviene, purtroppo. Non solo: Palumbo appiattisce – è il caso di dirlo – eccessivamente le dinamiche, per lo più dal mezzo forte in su, tenendo il tutto quasi sempre come si suol dire sopra le righe. E le voci si devono adeguare, finendo per forzare, nel timore (più che legittimo) di venire sovrastate dalla massa sonora dello strumentale, in qualche caso addirittura dal frastuono e da eccessivi fragori (francamente ingiustificati). Per dire: il complesso in palcoscenico dovrebbe ammantarsi di una sonorità per lo più in lontananza e così dialogare con l’orchestra; al contrario tale complesso suona in maniera eccessivamente robusta, vanificando giochi antifonici e svariate finezze presenti in partitura. Inoltre la sera della prima si sono verificati alcuni ‘scollamenti’ ritmici tra orchestra e palcoscenico, alcune vistose sbandate (come ha potuto constatare in maniera incontrovertibile chi si fosse trovato a seguire la diretta radiofonica), cose che possono accadere, per carità e che sicuramente andranno a posto nel corso delle repliche. Resta però la lettura di fondo di Palumbo a non convincere per le ragioni suddette. E dire che la partitura di Verdi è di soverchia bellezza e rivela una miniera di preziosità (a fare pendant allo scandaglio psicologico dei personaggi) che richiedono un adeguato lavoro di cesello del tutto mancante.

Ed ora le voci. Un cast di livello internazionale. Al tenore Gregory Kunde (che al Regio fu Arrigo nei «Vespri siciliani» del 150° dell’Unità d’Italia) il ruolo di Riccardo, conte di Warwick: non si può dire che giganteggi come ci si aspetterebbe, nonostante la grande esperienza belcantistica. La sua certo è una presenza di rilievo, vocalità appropriata al ruolo di innamorato, veemenza quando occorre (talora fin troppa, forse alla ricerca del delicato equilibrio con lo strumentale) e innegabile capacità di trascolorare entro i vari atteggiamenti espressivi. Canta con slancio «La rivedrò nell’estasi» innescando sì applausi convinti, ma non certo ovazioni da stadio. Gli tiene testa  validamente Gabriele Viviani nel ruolo del rivale Renato, sposo di Amelia, moderatamente applaudito in «Alla vita che t’arride» (debutta tale ruolo al Regio, poi lo interpreterà alla Scala e nel 2013 a Vienna: in bocca al lupo). Nel corso delle repliche (secondo cast) a Kunde e Viviani si alterneranno Giancarlo Monsalve e Marco di Felice.

Sul versante femminile il giovane soprano ucraino Oksana Dyka dà voce alla protagonista Amelia, disimpegnando con assertiva espressività la parte vocalmente impervia che il suo personaggio comporta, pur con una voce dalla timbratura non priva di asprezze e con passaggi di registro talora un poco problematici. Emozioni specie nell’aria «Morrò, ma prima in grazia» affrontata con indubbio pathos. Nelle repliche le si alternano Rebeka Lokar ed Anna Pirozzi. Bene anche il mezzosoprano Marianne Cornetti (ha cantato con grande afflato «Re dell’abisso») nel ruolo inquietante dell’indovina Ulrica, quasi una sorta di Azucena minore. Affronta con forte carica e  vocalità appropriata il ruolo di questa donna cui spetta predire la morte al protagonista per mano di un amico, con una voce possente e corposa specie nell’ambivalente registro grave. Le si alterna Elisabetta Fiorillo (che già aveva cantato nell’edizione del 2004). Davvero ottima  la prova di Serena Gamberoni nel ruolo ‘mozartiano’ del paggio Oscar, che comporta una parte come suol dirsi en travesti. La Gamberoni ha presenza scenica, vocalità frizzante, dizione chiara, verve, precisione ritmica infallibile e molta agilità (e non solo vocale), insomma tutto quanto occorre per additarla in assoluto a elemento migliore dell’intero cast. Nelle repliche le si alterna Barbara Bagnesi. Allineati su un buon livello generale i comprimari Marco Camastra (Silvano), Antonio Barbagallo (Samuel), Gabriele Sagona (Tom), Luca Casalin (Un giudice), Dario Prola e Alejandro Escobar che si alternano nel ruolo del servitore di Amelia.


Il conte si dà da fare a rassettare sedie chissà perché rovesciate, come fosse un servo; e minaccia la consorte con una doppietta da cacciatore, boh


Qualche riserva è opportuno avanzare invece sulla regia di Lorenzo Mariani che al Regio – la ricordiamo tuttora con viva emozione – firmò nel lontano 1992 una memorabile «Esclarmonde» e che, in questo caso, dichiara di ispirarsi – assieme alle scene di Maurizio Balò francamente discutibili ed ai costumi un po’ eterogenei di Maurizio Millenotti – alle atmosfere in bianco e nero dei film thriller di Hitchcock, insomma al noir, al tempo stesso reinterpretando il Settecento attraverso l’Art Nouveau degli anni ’30, «come se il governatore Riccardo fosse il viceré dell’India o di un’altra colonia». Peraltro muove bene i personaggi (grazie ai sapienti movimenti scenici di Elisabetta Marini) specie nelle scene d’insieme, già in apertura, e con innegabile arguzia (memorabile, occorre ammetterlo, quella finale, vero coup de théâtre, con la festa mascherata piena di luci, rosse stelle filanti e un enorme lampadario che campeggia al centro), ma numerose incongruenze vi sono qua e là: l’erba ‘verdeggiante’ secondo il libretto per esempio è un ammasso chissà perché rosso arancio, certo d’effetto, ma poco consono, inoltre Amelia giunge nei pressi del patibolo (reso con una scena simbolica, ma poco gradevole) a cercare l’erba stessa ingioiellata e con tanto di pelliccia… e si potrebbe continuare. Il conte si dà da fare a rassettare sedie chissà perché rovesciate, come fosse un servo; e minaccia la consorte con una doppietta da cacciatore, boh. E ancora: i biglietti con i nomi per tentare la sorte vengono deposti in un cappello a cilindro quando il libretto allude invece all’urna. Particolari, certo, ma significativi di una regia intellettualistica e forse eccessivamente discosta dal libretto con risultati poco convincenti. Le scene, in special modo, imbevute delle luci livide di Andrea Anfossi convincono solo in parte, benché appaiano giustificate: moderne sì, ma poco accattivanti, dominate dallo squilibrio delle dimensioni; così una grande porta grigia giganteggia nel primo quadro, una piattaforma circolare nell’abituro dell’indovina sovrastata da una enorme lampada oscillante con senso di incubo, mentre di fianco la caldaia è una ciotola rosseggiante (il rosso, con tutta la sua carica metaforica e simbolica, è l’altro colore dominante assieme al bianco ed al nero), e poi le allusioni cupe al patibolo o ancora un letto sghembo con coperta allusivamente rossa, il citato lampadario di cristallo, enorme e riverso a terra ed un casoratiano pavimento a quadri. Ciò detto occorre registrare l’ottima performance del coro istruito da Claudio Fenoglio, il cui apporto è fondamentale in quest’opera (di stupenda resa il celeberrimo passo «E che baccano sul caso strano e che commenti per la città»). Nel complesso misurato successo di pubblico, senza eccessi, apprezzate soprattutto le voci, meno la regia e la direzione. Uno spettacolo insomma che si ricorderà positivamente per il lato vocale, un po’ meno memorabile sul piano registico.


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L'autore: Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo e scrittore, ha pubblicato Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002) e Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006), i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rueBallu 2009, prefazione di Uto Ughi). In preparazione una nuova raccolta di racconti musicali. Laurea in Lettere, studi in Composizione, diploma in Pianoforte, in Musica corale e Direzione di Coro, è autore di contributi, specie sulla musica di primo Novecento, apparsi in volumi miscellanei, atti di convegni e su rivista. Saggista e conferenziere, ha collaborato con La Scala, la RAI, il Festival MiTo, lo Stresa Festival, La Fenice, l’Opera di Roma, il Teatro Lirico di Cagliari, l’Unione Musicale, il Teatro Regio, il Politecnico di Torino e con varie altre istituzioni. Corrispondente del «Corriere del Teatro», scrive per «Torinosette», magazine de «La Stampa», ha collaborato con «Amadeus», scrive inoltre per «La Voce del Popolo» (da 24 anni) ed esercita la critica su più testate. Docente di Storia ed Estetica della Musica (dal 1986, presso vari Conservatori), dal 1991 a tutt’oggi è titolare di tale disciplina presso il Conservatorio ‘G. Cantelli’ di Novara dove è inoltre incaricato dell’insegnamento di Musica sacra moderna e contemporanea (Analisi delle forme compositive) nell’ambito del Corso biennale di Diploma Accademico in Discipline Musicali (Musica sacra) attivato a partire dall’a.a. 2008/2009 in collaborazione con il Pontificio Ateneo di Musica Sacra in Roma. A partire dall'anno accademico 2012-2013 tiene un corso monografico su «Architettura, Scenografia e Musica» presso il Dipartimento di Architettura & Design del Politecnico di Torino (in collaborazione con Fondazione Teatro Regio: workshop specialistico destinato al Corso di Laurea Magistrale). È stato Direttore Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Da 37 anni (dal 1976 a tutt’oggi) è organista presso la Cappella Esterna dell’Istituto Internazionale ‘Don Bosco’, Pontificia Università Salesiana (UPS), sezione di Torino. È citato nel «Dizionario di Musica Classica» a cura di Piero Mioli, BUR, Milano (2006), che gli dedica una ‘voce’ specifica (vol. II, p. 1414).

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