Un verziere di sesso: il Canto de’ cardoni

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Baron Antoine Jean Gros, Bacco e Arianna

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Contrafactum  Stessa musica, altre le parole

Pillole di Storia della musica/3 a cura di Laura Bigi

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La festa del Carnevale sintetizza dietro una maschera piacere e licenza erotica:  un canto carnascialesco, il Canto de’ cardoni, ci guiderà alla scoperta della giocosa sessualità quattrocentesca in musica


di Matteo Mainardi


L ‘Umanesimo chiude il Medioevo e riporta al centro dell’Universo l’Uomo. In primis il Genio, che con la sua cultura e il suo acume controlla e plasma la Natura secondo la propria volontà. Ecco quindi la cupola del Brunelleschi, gli affreschi di Masaccio e Lorenzo il Magnifico; ma un altro aspetto naturale acquista sempre maggior preminenza: il piacere, soprattutto quello sessuale. La festa del Carnevale sintetizza dietro una maschera piacere e licenza erotica: appunto un canto carnascialesco, il Canto de’ cardoni, ci guiderà alla scoperta della giocosa sessualità quattrocentesca.

Il soggetto di questa ballata è il cardone, la Cynara cardunculus, ortaggio lungo e ricurvo dal facile parallelismo fallico. La ballata si immagina cantata alle donne da “maestri di cardoni” dotati di ortaggi “grossi et buoni”, ovviamente. Subito la dimensione incute timore nelle fanciulle, se i maestri si lamentano di come sia “oggidì la cosa stretta” (se non capite l’allusione, preoccupatevi). Non manca poi un riferimento eiaculatorio, nel “gittar forte il seme per l’asciutto”; si passa quindi alla lezione pratica e a parlare della necessità di “coprirlo e ritto ritto sotterrarlo”, il che ci fa comprendere come il profilattico non sia stata un’invenzione dell’industria farmaceutica moderna. Leziosa la precisazione che “ècci qualcun che lo pianta bocconi”, sia per il riferimento alla pratica amatoria “alla moda delle cavalle partiche” di boccacciana memoria, sia per il fatto che “qualcun” è invariabile e quindi si parla sia di amore etero che omosessuale. Non manca quindi un appunto di machismo quando si vanta la misura del cardone in “un palmo, o poco più” (30 cm.) e si sottolinea la predilezione per pratiche di fellatio, in quanto “a noi piaccion sempre e’ gran bocconi”. Che sia un piacere lo sottolinea la volta conclusiva. Ma il sesso senza fantasia, “il cardon senza sale”, è come “far col marito il carnovale”: che gusto c’è? Quello che prova una fanciulla maliziosa alla Via Crucis…

[box bg=”#ededed” color=”#000000″] Noi siàm, donne, maestri di cardoni,
che ne’ nostri orti si fan grossi et buoni.

Se ‘l far, donne, questa arte vi diletta,
benché va di oggidì la cosa stretta,
no’ vi darén questa nostra ricetta
che non habbiàn da farvi maggior doni.

Il modo a culturar un cotal frutto
È gittar forte il seme per l’asciutto,
ché quando e’ piove, o il seme va mal tutto,
o produce scrignuti e stran cardoni.

Bisogna prima d’intorno sarchiarlo,
pigliar le foglie in man et poi legarlo,
coprirlo e ritto ritto sotterrarlo,
ècci qualcun che lo pianta bocconi.

Vuol esser il cardon di tal misura,
un palmo o poco più, che la nattura
smaltir non può si gran cosa et sì dura,
benché noi piaccion sempre e’ gran bocconi.

Tanto è mangiar il cardon senza sale
Quanto far col marito il carnovale,
chè ‘l sugo per se stesso tanto vale
quanto alle non pentite le stazioni.
[/box] © Riproduzione riservata


© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'autore: Matteo Mainardi

Diplomatosi in clarinetto, si laurea in Storia della musica con Francesco Degrada, frequenta il corso di laurea specialistica in Musicologia presso l’Università Statale di Milano. Insegna italiano nella scuola media e Storia della Musica presso il Civico Liceo Musicale “Malipiero” di Varese, dove coordina un gruppo di lavoro impegnato nella valorizzazione della musica popolare del territorio varesino. Socio della Società Storica Varesina è attivo nella valorizzazione del patrimonio storico musicale del territorio. Ha pubblicato saggi sulla storia dell’editoria musicale milanese, su Nicolò Paganini, Alessandro Rolla e sulla penetrazione a livello popolare del repertorio operistico italiano dell’Ottocento, sono stati inoltre pubblicati suoi contributi sulla storia del teatro di Gallarate (Varese) nel XVIII secolo. Accanto all’attività didattica e di ricerca, svolge opera di divulgazione. I suoi interessi di ricerca sono la storia dei teatri minori milanesi nel primo Ottocento e l’indagine dei meccanismi che hanno reso la musica di Giuseppe Verdi un patrimonio autenticamente popolare in Italia.

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