La fertile Scuola di Vienna

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Carte da gioco per Bridge disegnate da Arnold Schönberg ( Foto © Archivio Arnold Schönberg Center di Vienna)

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Nel resoconto di una tra i relatori, una giornata di studi a Gorizia che attraverso vari interventi ha fatto luce sulla linea continua di pensiero compositivo, analitico e cosmopolita, protesa da Haydn, Mozart e Beethoven, e poi da Schönberg, Webern e Berg, fino ai giorni nostri


di Ida Zicari


Q uali i limiti entro cui circoscrivere la Scuola di Vienna, quali le caratteristiche con cui designarla? Una giornata di studi a Gorizia ha inteso fare il punto sull’argomento. Organizzato dall’Istituto per gli Incontri Culturali Mitteleuropei, con il Patrocinio della Provincia di Gorizia, e in collaborazione con l’Accademia di Musica dell’Università di Lubiana e il Conservatorio “G. Tartini” di Trieste, il convegno “La Scuola di Vienna da Mozart a Schönberg” è stato ospitato, il 26 settembre, nella Sala conferenze dei Musei Provinciali del Borgo Castello di Gorizia. Al tavolo dei relatori, David Macculi ha dissertato su “La struttura della lingua sacra nel pensiero compositivo di Mozart”, Ivan Florjanc su “La via di Marij Kogoj verso la atonalità”, Barbara Magnoni su “Aspetti del pensiero compositivo nella Scuola di Vienna: Anton Webern e Aldo Finzi”, Adriano Martinolli su “L’eredità della scuola di Vienna e l’evoluzione compositiva di Giampaolo Coral”, Fabio Cavalli su “Luigi Dallapiccola: una poetica musicale tra Firenze e la Mitteleuropa”; infine, la mia relazione è stata su “Liszt e la sonata, tra Beethoven e la musica a programma”.

Ma quale filo “viennese” tiene uniti compositori che la storiografia ufficiale invece lascia separati? L’ambito musicale che si è configurato durante la giornata goriziana esorbita certamente i confini storici, estetici e stilistici segnati dalle figure di Haydn, Mozart e Beethoven prima, e di Schönberg, Webern e Berg successivamente. Ciò è l’esito di ricerche che hanno privilegiato una prospettiva nuova e fervida di conseguenze, attraverso la quale lo scardinamento dei limiti, l’allargamento di concezione e la relativa estensione dei termini consentono di accomunare, sotto l’egida della Scuola di Vienna, esperienze compositive così diverse e apparentemente distanti. I nostri studi hanno proposto allora una Scuola di Vienna non quale hortus conclusus in cui fiorisce per due volte una stagione felice, bensì fiume che scorre senza sosta, immutabile eppure continuamente mutante. Vienna è risultata essere non tanto e non solo il contesto geografico che ha visto all’opera, prima Haydn, Mozart e Beethoven, poi Schönberg, Webern e Berg, bensì il terreno fertile di un pensiero fondante ovvero un luogo, perenne quasi mitico, cui attingerne le certezze. E allora, piuttosto che di prima e seconda Scuola, si è parlato di una cultura, unitaria e continua, che da Mozart in poi determina un pensiero musicale decisamente analitico, fortemente speculativo, e consapevolmente cosmopolita; si è delineato un percorso creativo che assume a vettore costante l’analogia tra strutture compositive e strutture di una lingua sacra; si è tracciato un itinerario artistico che da Mozart giunge, senza interruzioni, fino ai nostri giorni.

È emersa, cioè, una “linea viennese”. In essa trovano cittadinanza a pieno diritto musicisti che, sia pure lontani tra di loro, partecipano della sua stessa evoluzione in tempi e modi diversi. Sulla “linea viennese” si colloca quindi Mozart, già artefice consapevole di un modo di comporre seriale, come ha precisamente illustrato David Macculi, se per serie si intende non solo quella dodecafonica, ma una formula base da cui derivano tutti i parametri di una composizione e che subisce l’elaborazione come un mantra; così come vi si collocano l’istriano Dallapiccola e lo sloveno Marij Kogoi, che elaborano personali tecniche compositive dodecafoniche seriali e combinatorie. E sulla stessa linea si colloca anche il milanese Aldo Finzi, autore di un imponente quartetto d’archi che è precipua espressione di una posizione musicale non nazionalista e di una visione profondamente speculativa; così come vi si colloca il Liszt della Dante Sonata, l’eclettico musicista della generazione romantica che rinnova la forma sonata in un modo originale e pionieristico dissimulando lo schema di sonata sotto ambigua apparenza di fantasia, facendo attraversare la struttura sonatistica della tradizione beethoveniana da un contenuto letterario, ed elaborando un linguaggio musicale, poetico e simbolico, capace di veicolare i valori formali viennesi verso sponde più moderne.

In conclusione, se la giornata goriziana, da una parte, ha presentato un concetto di Scuola dai contorni assai sfumati, dall’altra, ha reso chiara evidenza a quella linea continua di pensiero compositivo analitico e cosmopolita che Vienna pare deputata ad accogliere e che, di testimone in testimone, si dipana diritta fino ai nostri giorni.

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L'autore: Ida Zicari

Diplomata in Pianoforte con il massimo dei voti e con lode in Musica vocale da camera presso il Conservatorio di Musica di Cosenza. Si è perfezionata con i maestri D. Rivera, N. Delle Vigne, K. Bogino, L. Howard, L. Berman. Concertista, si è esibita a Praga, Roma, Bologna, Rieti, Lugano, Salonicco, Venezia, Saronno, Tolmezzo, Asti, Lecce, ecc. È vincitrice di importanti premi pianistici tra cui il "D. Macculi" al Concorso Pianistico Internazionale "Roma 2003". Insegna Pianoforte complementare al Conservatorio di Vibo Valentia. Ha conseguito la laurea in Lettere moderne con lode presso l'UNICAL. La tesi in Letteratura italiana moderna e contemporanea ha ricevuto consensi al XVII Premio Internazionale Eugenio Montale 1999, ha ricevuto il terzo premio al concorso “Dialetti in Tesi”, dell’IBC, Regione Emilia Romagna, 2010, ed è stata pubblicata nella rivista «Filologia Antica e Moderna» e nel volume Lei capisce il dialetto, Editore Longo, Ravenna. Giornalista pubblicista, collabora con la rivista Amadeus. Di recente pubblicazione i suoi saggi La musica di Liszt interpretata dai coreografi, e Marguerite and Armand: una coreografia sulla Sonata in si minore di Liszt, sui «Quaderni dell’Istituto Liszt», 2009 e 2010, Rugginenti, Milano.

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