Un coeur en hiver

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Emmanuelle Béart in Un coeur en hiver di Claude Sautet, 1992

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A vent’anni dall’uscita, una riflessione sul film di Claude Sautet che racconta il rapporto ineludibile fra controllo ed emozione nell’esperienza artistica. Ma che è anche una storia d’amore e di paura. La musica di Ravel fa il resto


di Francesco Maria Colombo*


P roprio come in Così fan tutte, i personaggi di Un coeur en hiver (1992) sono sei, e compongono una geometria apparentemente perfetta. Ma il film di Sautet, al contrario dell’opera di Mozart, è un’opera tarda, concepita e realizzata da un uomo di quasi settant’anni: e a quel punto della vita le simmetrie e i chiasmi della struttura perfetta scivolano leggermente: l’equilibrio è fragile e precario. Un coeur en hiver mi lascia con la stessa domanda che tutte le volte mi ha lasciato il capolavoro di Mozart: che ne sarà adesso? come continueranno a vivere i sei personaggi (per non parlare del cercato autore)?

E dunque: l’azione ha luogo in Parigi.

a) Camille (Emmanuelle Béart) è una violinista di 29 anni con una carriera internazionale, è bellissima, controllata e disciplinata, tiene i capelli raccolti in uno chignon protetto da una retina (cosa che per me ha un’attrattiva erotica non pareggiabile da alcunché), è ferocemente attaccata alla musica e per questo un poco distante nei rapporti umani, come lo è chiunque sappia di dover custodire la parte nevrotica del proprio talento. Quando il film comincia, a) ha una storia d’amore con b).

b) Maxime (André Dussollier) ha 46 anni, è il patron di un importante, reputatissimo atelier di liuteria. Elegante, mondano, perfettamente a suo agio in ogni situazione, accoglie gli artisti che sanno di trovare in lui la più affidabile persona. Ecco, forse a) ama, di b), proprio questo: è un uomo affidabile, non la lascerà mai sola, non mancherà mai di aprirle la portiera della macchina. Nell’atelier di b) lavora c).

c) Stéphane (Daniel Auteuil) ha 42 anni, è un liutaio di straordinaria perizia, maniaco del proprio lavoro, correttissimo, chiuso, gentile, silenzioso. Vive nella penombra dove crea o ripara oggetti perfetti. Nel tempo libero rimette in moto il meccanismo di antichi automi. Non è propriamente un amico di b), ma i due formano una magnifica coppia professionale. È invece amico di d). Quando il film incomincia, c) non conosce ancora a), la fidanzata di b).

d) Hélène (Elisabeth Bourgine), 35 anni, fa la libraia, è una bella donna colta che non sa trovare l’uomo giusto. Ha uno stretto legame con c) e ne è probabilmente attratta, ma non c’è il minimo segno che c) la contraccambi.

e) Louis (Maurice Garrel) è un violinista che si è ritirato nella campagna fuori Parigi, ha 69 anni, è stato il maestro sia di a) sia di c). Quest’ultimo ha lasciato lo strumento, ma intrattiene con il vecchio artista un rapporto cordiale, lo visita ogni tanto e fanno passeggiate insieme.

f) Régine (Brigitte Catillon) è l’agente di a) e le è legata in un rapporto protettivo e possessivo, che probabilmente include una sfumatura erotica. È una donna di 41 anni, bella, elegantissima, assolutamente social, molto rispettata nel mondo della musica. Quando il film incomincia, f) sopporta a stento il legame fra a) e b).

I sei personaggi non si incontrano mai tutti insieme.

Di cosa è fatto lo strano poliedro che a), b), c), d), e) e f) compongono? Apparentemente, dell’insorgere dell’amore con tutto quello che porta con sé, il rischio, lo scoprirsi, il diventare vulnerabili perché veri, il fluire dell’energia e della speranza, quei momenti irripetibili che ciascuna coppia ha vissuto, quando si sa e non si sa ancora che il desiderio è condiviso; e naturalmente della musica, che è la sostanza tematica del film. Senza raccontare la trama del film, non è difficile immaginare quali fili si spezzino e quali si creino. Chi s’innamori di chi, chi veda l’amicizia incrinarsi o rafforzarsi, chi vada verso la solitudine (probabilmente tutti) e chi la rimandi a un’altra volta. Non si tratta di ragazzi allo sbaraglio (Roger Ebert, quando recensì il film, disse giustamente che nel cinema francese c’è una componente di maturità sconosciuta alle love stories americane), si tratta di persone mature, di successo, con codici di comunicazione complessi, all’interno di un mondo com’è quello della musica (o almeno, come era 20 anni fa) in cui lo stile conserva la sua importanza. In una scena apparentemente secondaria, e invece molto importante, si è a cena in campagna, in un tavolo all’aperto circondato dal verde, da grilli e falene, dalla douceur de vivre, e si discute con levità e intensità se la cultura sia per pochi o per tutti, mentre si assaggia una tarte aux pommes. La civiltà francese è il culmine di quella meravigliosa esperienza umana che è (che era) l’arte del conversare. Per tutti? Per pochi? Il solo fatto di parlarne, in quella sede e in quel modo, ha già dato una risposta.

Per tutti, Un coeur en hiver sarà un bellissimo, raffinatissimo, doloroso e spietato film sull’amore. Per pochi, ma secondo me a un livello più profondo, è un film sul rapporto ineludibile fra controllo ed emozione che c’è in ogni esperienza artistica; dunque, sul rapporto fra arte e vita. È necessario che il cuore si congeli, per produrre un’opera perfetta (sia essa un violino, un’esecuzione, una tarte aux pommes)? O all’opposto è possibile suonare sguinzagliando finalmente la passione, come Camille fa quando in sala d’incisione entra l’uomo che ama? E questa passione, dopo aver toccato il picco della bellezza, non innescherà un processo distruttivo? Si può essere contemporaneamente dentro e fuori un’esperienza artistica?, dentro perché vi risuoni la vita, fuori perché la perfezione sia immacolata? Quanto conta, nell’arte, la freddezza infallibile del calcolo (le “fredde estasi del cervelletto” di cui parlava Gottfried Benn), e quanto invece l’elemento spurio, sporco, troppo umano ma insostituibile, del sentimento?

La risposta (non) la dà la musica che percorre tutto il film, una musica che io amo infinitamente, la più controllata e la più sensibile che io conosca, le Sonate per violino e il Trio di Maurice Ravel: la musica che ad ogni battuta sembra sciogliersi e toccarci, e un istante dopo ritrova la sua apollinea distanza, il proprio cristallino nitore.

*tratto dal blog francescomariacolombophoto
Il Corriere Musicale desidera ringraziare l’Autore per la gentile concessione


© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'autore: Francesco Maria Colombo

Nato nel 1965, è stato critico musicale del Corriere della Sera dal 1993 al 2001. Nel 2001 Gian Carlo Menotti l'ha chiamato a debuttare come direttore d'orchestra al Festival di Spoleto. Da allora ha diretto centinaia di concerti e rappresentazioni operistiche in Italia, Stati Uniti, Canada, Messico, Argentina, Germania, Spagna, Grecia, Portogallo, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Corea del Sud, Giappone. Il suo prossimo impegno è La Fille du Régiment a Rio de Janeiro (novembre 2012). Ha da poco aperto un sito come fotografo ( francescomariacolombophoto) e ha iniziato a pubblicare come fotografo in un volume dedicato a Villa Carlotta (Allemandi 2012).

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