Aljoša Jurinić nello Sturm und Drang

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Al Circolo della Musica di Bologna il giovanissimo pianista croato, vincitore di importanti concorsi, ha dato prova di particolare affinità con il repertorio romantico


di Giampiero Cane


F orse non molti ancora ne conoscono il nome, ma Aljoša Jurinić pare proprio meritevole di un gran successo sulla scena internazionale del pianoforte. È nato nel 1989, dunque è ancora giovane. L’anno scorso ha vinto il concorso “Encore! Shura Cherkassky” di Milano e il “Robert Schumann” di Zwickau, coronando così un curriculum che da Musica e Arti drammatiche dell’università di Vienna l’ha visto passare all’Accademia di Musica dell’università di Zagabria e, quindi, iniziare un’attività concertistica in tutta Europa con propri recital e come solista con orchestra. Ha vinto premi in altri importanti concorsi, tra cui il primo premio dello “Zlatko Grgošević” nel 2000, quindi a Gorizia (2001), a Vienna (2002), Udine e Taurisano nel 2009. Ha vinto anche il premio dell’università degli Studi di Zagabria per l’anno accademico 2008/2009.

Il Circolo della Musica di Bologna l’ha invitato per il concerto inaugurale della stagione invernale. Nel programma, Jurinić aveva messo la Sonata n. 46 di Haydn, la Fantasia in do maggiore op. 17 di Schumann, la Polacca fantasia di Chopin e due Studi da concerto di Liszt insieme alla Rapsodia ungherese n. 13. La sala concertistica non è grande, un 180 posti, più o meno, ma ha la buona acustica di tutte quelle a forma di scatola da scarpe. È una pertinenza della chiesa di San Rocco e vi ha sede l’associazione dei melomani bolognesi. È incrostata, pareti e soffitto, da illustrazioni generiche, tutte riferibili a leggende religiose. L’allegria dei colori cede ben presto all’anonimato delle rappresentazioni.

Non crediamo però che l’Haydn noiosetto che ha aperto il concerto abbia preso il proprio carattere dall’ambiente; diremmo invece che Jurinić dovrebbe evitare musiche come questa che per lui sono evidentemente caratterizzate da un eccesso di maniera, come dire? maiolicate, presepiesche. Evidentemente il pianista non s’è posto il problema. Ma nemmeno s’è accorto che col “suo” pianoforte la musica di Haydn suonava ancor più beneducata del solito, cerimoniosa, insopportabilmente tutta un inchinarsi e vezzeggiare. Va bene così: basta non farlo, giacché niente e nessuno obbliga a dar prova di saper suonare Haydn.

È evidente che il romanticismo di Schumann è più affascinante per questo pianista, che lo attrae e lo impegna maggiormente. È come passare da Metastasio a Jean-Paul, questo entrare nello Sturm und Drang (ma forse meglio Drunk). La musica prende a muoversi in una natura piena d’ombre, nel manifestarsi di forze di cui si sa che ci sono, ma non cosa sono, essendo stati costretti a lasciare al guardaroba la maschera del galateo, attraverso la quale chi l’indossò vide educato non soltanto sé, ma il mondo, ignorando o simulando di non sapere che le lenti attraverso cui vedere si chiamavano preti e bravi (ma forse oggi non è molto diverso). Jurinić suona con grande coerenza narrativa questa Fantasia che sembra giungere da mille rivoli e subito in altrettanti disperdersi. Ce la fa diventare un po’ come di un Frank Zappa d’allora, che sfugge alla forma senza che ci se ne accorga e vi rientra allo stesso modo, come una pittura di Thomas Benton, curvilinea e morbida, duttile e capace di interpretare la grande musica del passato nella originalità moderna di cui il compositore fu critico esemplare.

Da un punto di vista meramente tecnico è possibile che si giudichi più arduo il compito di suonare gli Studi da concerto di Liszt, un’ininterrotta cascata di semibiscrome che s’inseguono gioiose, incapaci di mostrare la fatica del correre, ma quanto a pensiero musicale essi sono assai più facili, immediatamente concepibili, visibili alla prima occhiata senza nulla di misterioso, evidenza “atletica” con la sua bellezza, col suo fascino, ma la mente può riposare. Anche qui comunque Jurinić procede con estrema nonchalance, ma, ammirata la prestazione, non resta praticamente nulla.

Non è che qui si voglia sostenere che il succo sta nell’oggetto e che nulla possa la performance che lo mostra. Diciamo però che il performer deve avere coscienza di quello che fa: sapere che con la sua tecnica darà vita, magari un’ombra di vita, a ciò che altrimenti, se ne ha, l’ha in altra forma. Diciamo dunque che se crede che Haydn sia un maestro di convenevoli, dovrebbe ricavarne che il pianoforte non gli renda un buon servizio (meglio uno strumentino in sé, come dire?, più stitico); che se crede che Liszt sia un maestro di fuochi d’artificio, va bene suonarne di conseguenza la musica senza nulla fingere, pura dattilografia, come Jurinić ha fatto. Magari potrebbe cimentarsi con Šostakovič e Prokof’ev, trovando altre anime e altre recite.

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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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