Me ne vado all’estero a fare musica

Il controtenore Raffaele Pe


Testimonianze • Nuove e vecchie generazioni di musicisti che non ci stanno: via dall’Italia per poter lavorare ed essere valorizzati. Ne abbiamo interpellati tre: Raffaele Pe a Londra (domani mattina alle 9,30 su Radio Tre sarà presentato il suo disco di debutto), Carla Nahadi Babelegoto a Berlino, Andrea Baggi in Svizzera


Raffaele Pe, Londra

M i sono trasferito a Londra da più di un paio di anni ormai. Dopo i primi studi a Lodi (dove sono nato) e a Milano, ho pensato che l’Inghilterra fosse il posto giusto per approfondire la tecnica vocale e in particolare quella falsettistica. Il mio interesse per il repertorio antico e barocco mi ha spinto infatti a cercare nella tradizione anglosassone le origini di questa straordinaria e per certi versi ancora oscura prassi. Come è noto proprio nelle cattedrali inglesi la voce del controtenore è stata coltivata sin dagli esordi della musica polifonica per coprire il registro tra il soprano, normalmente appannaggio dei ragazzi cantori, e le voci più gravi dei tenori e dei bassi. Qui la disdicevole pratica – tutta italiana – della castrazione non ebbe lo stesso successo, e permise in tempi a noi più recenti la rinascita di questo importante lascito culturale grazie all’arte di Alfred Deller e di James Bowman.

belladamaHo iniziato così a lavorare in questo ambito con l’aiuto del mio insegnante Colin Baldy, per molti anni vocalista al New College di Oxford, lui stesso eccellente baritono e autore tra l’altro di un interessante libro di tecnica di recente pubblicazione, intitolato The Student Voice, che dedica alla vocalità del controtenore alcune pagine davvero illuminanti. Grazie a lui sono venuto a contatto con una realtà musicale molto articolata ed evoluta, confrontandomi con un sorprendente numero di altri colleghi che condividono con me la stessa passione.

Londra in questo senso è una città davvero stimolante. Impressionante il numero di concerti ogni giorno e la varietà della proposta sia artistica che musicale. Dalle chiese ai teatri si percepisce l’interesse di un pubblico il più delle volte preparato e comunque molto attratto anche da titoli nuovi e programmi meno conosciuti. Gli incontri con Bowman e Sarah Walker mi hanno poi permesso di riflettere sul percorso intrapreso e sugli orizzonti possibili di questa professione. Preziossimo in particolare il supporto di James Bowman, leggendario interprete della musica di Britten tanto quanto di quella di Händel. Bowman segue da diversi anni e con grande attenzione il mondo dei giovani cantanti emergenti, invitando gli stessi a esibirsi in concerti da lui organizzati. Lavorare con lui, conoscere la sua esperienza e il suo punto di vista sul panorama attuale mi ha permesso di fare scelte più consapevoli e di comprendere appieno il valore estetico che questa tecnica porta con sé.

Infine, o per meglio dire “all’inizio”, Londra è stata sfondo insostituibile del mio incontro con John Eliot Gardiner. Nella primavera del 2010 ho partecipato infatti al prestigioso Apprenticeship Scheme, un’accademia di specializzazione di un anno in cui un gruppo selezionato di cantanti lavora col maestro sul proprio repertorio e prende parte a diversi progetti. Indimenticabile sarà il mio primo concerto alla Royal Albert Hall per i Proms, dove abbiamo presentato i Vespri della Beata Vergine di Monteverdi. Lavorare con Gardiner su un brano che ha significato così tanto per la sua carriera e la sua stessa evoluzione è stato estremamente formativo. Da lì è iniziata infatti una collaborazione che si è rivelata per me fecondissima anche nel costruire nuovi rapporti lavorativi e nel permettermi di affrontare con maggior perizia nuove produzioni e nuovi direttori.

Nonostante il mio attaccamento – soprattutto intellettuale – all’Italia, è con rammarico che devo ammettere la difficoltà di trovare occasioni di esprimere il mio contributo nel mio Paese, e per ora mi vedo costretto a continuare la mia strada dall’estero pensando a un rientro forse in futuro. Al momento posso solo riconoscere che alcuni dei migliori gruppi e interpreti del repertorio barocco a livello internazionale si trovano in Italia in attesa loro stessi di una maggiore valorizzazione da parte delle istituzioni e dei teatri. Molti sono comunque i tentativi di sensibilizzazione e divulgazione degni di nota: tra le varie iniziative mi viene in mente l’attività di Giulio Prandi e del suo Arion Consort, che presso il collegio Ghislieri di Pavia sta promuovendo un numero rilevante di progetti importanti in questo campo, cercando di costruire un legame stretto tra università, ricerca e discografia. Un ottimo metodo, trovo, per una diffusione più capillare e profonda di questi valori artistici, anche vedendone l’efficacia sperimentata dalla tradizione britannica nei college di Oxford e di Cambridge.


Carla Nahadi Babelegoto, Berlino

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A nche se è solo da un paio d’anni che vivo a Berlino, è molto tempo che bazzico gli ambienti artistici extraeuropei, grazie a uno spettacolo di teatro circo di nome “Creature” con cui ho partecipato, in veste di cantante-attrice, a numerosissimi festival di strada, arrivando a superare le trecento repliche. Ho studiato all’Accademia Internazionale della Musica di Milano, dove ho affrontato un repertorio prevalentemente operistico ottocentesco, anche se la mia vera passione è sempre stata la musica antica e barocca. Per questo motivo ho partecipato a masterclass negli anni successivi con Roberta Invernizzi, Sara Mingardo e Rinaldo Alessandrini, e ho continuato a studiare con Marina De Liso.

Ho deciso di andarmene dall’Italia, paese che amo profondamente, perché nella capitale tedesca ho trovato una città rilassante, piena di verde, efficiente, con una scena musicale e culturale mesmerizzante. Una vita che a Milano mi mancava. In questa città ho anche trovato due insegnanti di canto straordinari: John Norris, e il tenore Thomas Michael Allen. L’apporto fondamentale alla scelta di trasferirmi è stata, ormai tre anni fa, un’audizione all’Accademia Chigiana di Siena, che ha determinato l’inizio della mia collaborazione con il Collegium Vocale Gent, diretto da Philippe Herreweghe. Ho avuto quindi la possibilità di esibirmi in numerose sale da concerto, dal Concertgebouw di Amsterdam al Lincoln Center di New York, eseguendo con il coro un repertorio prevalentemente romantico e contemporaneo.

Ultimamente sono entrata a fare parte di un collettivo musicale di Anversa che esegue principalmente musica medievale: Graindelavoix, diretti da Bjoern Schmelzer. Mi ha colpito la conoscenza del gruppo di autori italiani del periodo medievale e rinascimentale, e della possibilità che hanno di poter eseguire questa musica. Parlo di possibilità perché in Italia abbiamo una scena a livello vocale e non dominata principalmente dall’opera ottocentesca, che erode l’esiguo spazio che viene dato alla musica classica nel nostro paese. Devo dire che è triste constatare che validissimi interpreti italiani del periodo barocco e antico trovano prevalentemente all’estero la loro valorizzazione. Sarebbe bello poter tornare e constatare che anche in Italia finalmente le istituzioni si prendano cura di una parte del nostro patrimonio artistico così grandioso, che altri paesi hanno sostenuto e promosso.


Andrea Baggi, Svizzera, Canton Vaud

S ono andato in Svizzera perché ho vinto un concorso per suonare un anno interno in un’orchestra. In Svizzera quasi tutte le orchestre ti permettono di fare un anno di quello che loro chiamano “volontariato”, che non è un volontariato come lo intendiamo in Italia poiché è pagato, però permettono ai giovani di fare un’esperienza in un’orchestra professionale. Passato quell’anno ho deciso di fare una formazione anche lì: ho cominciato a lavorare e non sono più tornato. Da un punto di vista musicale è un Paese interessante, c’é un certo fermento e rispetto all’Italia, almeno per quello che si può vedere dal di fuori, è un Paese che ancora investe sulla cultura, quindi puoi lavorare e lavorare bene a tantissimi livelli. In Italia, così sembra da fuori,  per riuscire a vivere o hai il posto in una grande orchestra oppure con la musica non vivi. Oppure insegni in Conservatorio, ma se insegni in altre scuole di musica non ti pagano niente. In Svizzera non è così. Sei pagato sempre decentemente, come in Germania, dove ci sono orchestre di serie A, B, C, e tutte riconosciute. L’orchestra di “serie C”, nell’ambito delle proprie funzioni, non ha meno valore ma solo diverse finalità. La Svizzera è un Paese dove il federalismo funziona. Quindi c’è uno Stato che non è centrale e dà delle direttive, poi i Cantoni hanno un’autonomia notevole. Quando mi sono trasferito in Svizzera nei primi anni Novanta sono finito in uno dei cantoni tutto sommato peggiori per quanto riguarda l’importanza che davano alla musica e all’istruzione musicale. Questo ovviamente non lo sapevo prima. Perché tra i peggiori? Perché era uno dei pochi Cantoni che all’epoca non aveva una legge che obbligava il Cantone e i Comuni a stanziare fondi per la formazione musicale. Questa cosa è cambiata recentemente anche nel mio Cantone e in più c’è stato un referendum che cha chiesto ai cittadini se era importante inserire a livello di legge la formazione musicale nella costituzione svizzera; questo è stato votato favorevolmente al 77%. Quindi essendo nella Costituzione, ora i Comuni, i Cantoni e la Confederazione sono obbligati ad attuare tutte le misure necessarie per rendere la formazione musicale accessibile a tutti.

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L'autore: Simeone Pozzini

È pianista e critico musicale. È stato tra i fondatori e successivamente direttore artistico del Festival ContemporaneaMente di Lodi. Ha registrato per Stradivarius. Ha fondato e dirige Il Corriere Musicale. È stato tra i collaboratori del canale televisivo Classica in onda su Sky.

Ci sono 6 commenti all'articolo

  1. Pino C.

    ciao, premetto che, io non ho studi di Conservatorio.
    Ciò non toglie che il buon Dio mi abbia dato dei doni.
    Sono un autore compositore arrangiatore, ho lavorato sopratutto nel mondo del pop italiano, scrivendo diversi successi mondiali. Morale: il giorno dopo non ero nessuno. E continuo a non esserlo. Non che me ne importi, però, questo non ha determinato una continuazione lavorativa. L’Italia non premia i talenti e non v’è alcuna meritocrazia. In Italia lavorano i furbi, i mafiosi e gli ammanicati. Quindi vorrei al più presto andare via da questo Paese dove vige imperante la corruzione, l’inciucio e il male in tutta la sua essenza. Mi sono completamente disaffezionato. Se qualcuno per cortesia sa indicarmi quale possa essere una buona destinazione per uno come me che, è in grado di scrivere, arrangiare e realizzare qualsiasi tipo di musica, dallo spot pubblicitario, al pop, al rock fino alla colonna sonora da film, mi faccia un fischio per cortesia. Il mio contatto facebook è: Haereticum fidelis Grazie ciao Pino

  2. giuseppe gavazza

    Dopo i dipomi di Composizione a Milano (con A.Corghi) e Musica Elettronica ho iniziato, nei primi anno ’90, a studiare e collaborare all’estero: Experimental Studio H.Strobel Stiftung, Freiburg, IRCAM,Paris, ACROE-ICA, Grenoble. L’elenco di attività artistiche degli ultimi anni vede soprattutto l’estero. Qui, in Italia ho la fortuna di essere docente di ruolo presso il Conservatorio di Cuneo, dove c’è una realtà viva e gratificante per la didattica. Ma ho avuto conferma delle mie competenze artistiche fuori dall’Italia: qui, soprattutto a Torino – la mia città – ciò che sai fare vale poco. I criteri di scelta sono altri.

  3. Mauro Bertoli

    Quasi 4 anni fa anch’io ho lasciato l’Italia, destinazione Canada.
    E’ stata inizialmente un’avventura, nel senso che mi avventuravo in un Paese totalmente a me sconosciuto, accompagnato da mia moglie e lasciando alle spalle tutto cio’ costruito in Italia a livello lavorativo (dagli studi al Conservatorio Verdi di Milano, all’Accademia Santa Cecilia di Roma terminata con l’ottenimento del Premio Sinopoli, fra i vari concorsi vinti ed il tentativo di farmi largo nel mondo concertistico) e sociale/familiare. Ora sono molto felice di vivere ad Ottawa, dove insegno pianoforte all’Universita’ Carleton da 3 anni, insegno privatamente ed ho per ora una bella attivita’ concertistica in Canada ed all’estero (unico neo, se gli si vuole dare importanza, sta nel fatto che non ho assolutamente proposte di concerti in Italia, come se il mio nome fosse andato nel dimenticatoio dopo aver lasciato nel mio piccolo, un segno nell’ambito musicale del mio Paese natio). E posso finalmente dire che fare il pianista sia la mia professione (non solo a livello immaginario, ma nel senso che riesco ad ottenere uno stipendio che permette a me ed alla mia famiglia di vivere), cosa quasi impensabile per i piu’ al giorno d’oggi in Italia.

  4. Redazione

    Verissimo, e questi interventi vogliono essere uno spunto per toccare l’argomento. Così come riteniamo sarà interessante ascoltare le motivazione di quelli che invece scelgono di restare in Italia

  5. giuseppe gavazza

    Sarebbe interessante avere anche opinioni di compositori italiani trasferiti all’estero: è un mondo che conosco e mi permetto di dire che forse i compositori, più ancora degli interpreti, hanno dovuto andare altrove per poter lavorare. I nomi di compositori italiani che da anni hanno ottenuto principalmente in altri stati riconoscimenti anche di alto livello sono davvero molti.

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