Isabella Colbran, Isabella Rossini

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Rossiniana  Un convegno e un concerto al Teatro di San Carlo a Napoli in omaggio alla storica interprete ma anche compositrice tutta da svelare


di Ilaria Badino


P er quanto riguarda l’aurea coppia Rossini-Colbran, l’antico adagio «dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna» calzerebbe meglio se riplasmato in «prima di un grande uomo c’è sempre una grande donna». In questo caso, porre l’accento sulla distanza temporale che separa i due non serve tanto a sottolineare la differenza d’età fra loro esistente – quei sette anni che, alla lunga, furono forse anch’essi uno dei motivi per i quali il Cigno di Pesaro preferì scegliere come definitiva compagna di vita l’assai più giovane, benché tutt’altro che immacolata, Olympe Pélissier – quanto a rendere evidente la consistenza dell’apporto della cantatrice madrilena sull’operato del garçon prodige. Come poter ignorare, infatti, soprattutto alla luce dell’appassionato lavoro di Sergio Ragni nel riportare a galla il sommerso colbraniano, l’influenza che ebbero le fino ad adesso semisconosciute Sei canzoncine dédiés à Sa Majesté l’Impératrice de toutes les Russies e le Six petits airs italiens dédiés à Sa Majesté Catholique Marie Julie Reine des Espagnes et des Indes sui celebri Péchés de vieillesse rossiniani? Certo, alle prime manca il guizzo del genio: ma la confidenziale semplicità compositiva screziata d’un velo d’ironia salottesca, nonostante le coronate dedicatarie, è già tutta lì. Per non addentrarci, poi, nell’importanza che Isabella ebbe nei fondamentali sette anni napoletani di Gioachino (1815-1822) non soltanto in qualità di primadonna dei teatri partenopei e di protagonista delle nove opere da lui qui portate in scena, ma soprattutto quale vera e propria musa ispiratrice su cui le parti venivano cucite come i più preziosi degli abiti sciancrati, e non viceversa.

È principalmente su questo aspetto di precedenza e di parziale superiorità di colei che è stata nell’ombra più del dovuto che si sono voluti soffermare i relatori della conferenza di presentazione di Isabella Colbran, Isabella Rossini – colossale doppio tomo scritto amorevolmente da Sergio Ragni e fresco di pubblicazione da parte di Zecchini –, tenutasi nel nuovo ridotto d’ingresso del Teatro San Carlo e moderata dal critico musicale Massimo Lo Iacono. Il nuovo Direttore Artistico Vincenzo De Vivo ha difatti proposto il paragone con un’altra blasonata coppia, più o meno contemporanea a quella su cui era imperniata la serata, all’interno della quale ha scorto i medesimi rapporti d’equilibrio e la successiva ingiustizia dei posteri: quella formata da Giuseppina Beauharnais e da Napoleone Bonaparte. Esempi analoghi riporta anche il musicologo Paologiovanni Maione, scavando più in là nel passato ed arrivando a recuperare i nodi che legavano rispettivamente Johann Adolph Hasse a Faustina Bordoni (conclamata virtuosa nonché eterna rivale della Cuzzoni) e Marianna Benti Bulgarelli detta La Romanina (soprannome derivatole dalla sua città natale) a Pietro Metastasio. Lo studioso napoletano rileva, inoltre, come sia un tratto costante nei documenti inerenti le primedonne d’ogni epoca quello di porre l’accento sulla maestria attoriale più che sulla loro perizia musicale: la possibilità di spostare l’attenzione dal canto al gesto era proprio data dalla tranquillità che veniva garantita quasi a priori dal loro assoluto dominio della voce. A tale discorso si riallaccia il filologo musicale Lucio Tufano quando fa notare che le critiche colbraniane attribuiscono maggiore spicco alla caratura interpretativa (la quale trova la quadratura del cerchio nelle parti da regina, coturnate ma al contempo intrise d’intimo tormento) rispetto all’abilità tecnica, pure lodata, ma che passa quasi sempre inesorabilmente in secondo piano. Sua Rossinità Philip Gossett, penultimo ad intervenire, afferma che le composizioni della Colbran, nonché le di lei variazioni scritte per opere altrui, conservate presso la Collezione Michotte di Bruxelles, sono un patrimonio immenso ancora tutto da investigare per comprendere appieno l’apporto che esse hanno dato a quelli che poi sono diventati capolavori indiscussi, come, per esempio, Ermione o le Soirées musicales del pesarese; dunque, secondo l’insigne musicologo statunitense, Ragni ci ha aperto le porte per fondamentali ricerche: chissà quanti e di quale inebriante entità potrebbero essere gli eventuali reperimenti futuri! Ci tiene a concludere con una breve ma incisiva chiosa l’autore stesso, rendendoci edotti della ragguardevole somiglianza tra la posa assunta dalla cantante spagnola nelle vesti di Partenope in un bozzetto di Giacomo Pregliasco – da lui scelto come copertina per il proprio libro –  con quella della scultura raffigurante la mitica fondatrice della città posta come elemento culminante della facciata del San Carlo. Forse che con ciò abbia voluto suggerire che lo spirito d’Isabella continui a vegliare sul suo amato teatro, indipendentemente dalle sorti più o meno felici in cui ha versato negli ultimi duecento anni?

Anna Bonitatibus (foto Gianni Rizzotti)

Anna Bonitatibus (foto Gianni Rizzotti)

A ruota s’è tenuto il recital-tributo del mezzosoprano Anna Bonitatibus, accompagnata al pianoforte da Marco Marzocchi. Il programma – come c’era da aspettarsi da una cantante che è anche fine musicista ed arguta studiosa dell’arte dei propri predecessori – è un gioiello di perfezione in quanto a concinnitas ed a varietas. La suddivisione in due parti riprende quella del titolo della biografia di Ragni: la prima, Isabella Colbran, contempla brani che videro protagonista il soprano spagnolo (un paio dei quali composti da lei medesima) prima del fatale incontro con l’uomo della sua vita; la seconda, Isabella Rossini, s’incentra proprio su quelle dieci opere che il pesarese scrisse appositamente per lei (le nove partenopee più l’ultima da lui concepita per un teatro italiano, ossia Semiramide). La scelta ricade soprattutto su brani dall’andamento lento e dal tono patetico, tenero o conciliante (in quest’ultimo caso, è esplicita l’allusione alla sezione «Bell’alme generose» dall’aria conclusiva della protagonista eponima in Elisabetta, regina d’Inghilterra), i quali mettono sommamente in risalto le doti di raffinata fraseggiatrice, nonché, in alcuni frammenti, d’incisiva declamatrice, del mezzosoprano lucano, che permea ogni nota con la seta avvolgente del proprio timbro e l’eleganza del proprio portamento.

Agli estremi di questo morbido tessuto di fondo si collocano da un lato le festanti roulade di «Ah no, non posso esprimere» da Lauso e Lidia di Giuseppe Farinelli (la Bonitatibus principia con una delicata messa di voce seguita da un trillo, da vortici di agilità e da alcuni vertiginosi scarti grave-acuto, mentre la seconda sezione è tutta un adagio sospiroso e, infine, la coda si configura come la gioia dei belcantisti, con tutte quelle appoggiature e pirotecnie) e le nugae colbraniane (ariette scaldavoce da salotto che, come anticipato, saranno precedente imprescindibile per i Péchés rossiniani in quanto a brevità, levità ed insieme espressività), tutte prime esecuzioni mondiali in epoca moderna; dall’altro, le pur levigate afflizioni della Vestale spontiniana o i contenuti furori dell’Arianna a Naxos haydniana, oltre a quelli più espliciti di Ermione ed agli ambiziosi vagheggiamenti della regina babilonese. Soprattutto nella cantata del compositore austriaco s’intuisce la regalità intrinseca che contraddistingue il mezzosoprano e che, per proprietà transitiva, ella attribuisce alle eroine storiche o del mito dilaniate da angosce amorose, risolte con sofferta compartecipazione di donna tuttavia sublimata in un aulico distacco dato dalla consapevolezza della nobiltà del proprio personaggio, non tanto di sangue quanto d’animo. Più che nota di colore, parte integrante dell’esecuzione s’è rivelata la scelta degli abiti e della minimalistica disposizione scenica; Marzocchi, ottimo accompagnatore nonché virtuoso di rango nelle riduzioni per solo pianoforte di brani orchestrali quali i Balli dell’Armida e l’Introduzione del second’atto del Maometto II, entra in scena con gilet damascato, giacca del frac e cilindro, novello cicerone della diva la cui presenza spirituale in sala è simboleggiata da una poltrona ricoperta da un drappo rosa sulla destra del palco, davanti alla quale la Bonitatibus, con la sua prima veste stile impero, s’inchina «molto ossequiosamente». La seconda parte vede invece la cantante indossare la copia esatta della mise con la quale la Colbran posò nella sua villa di Castenaso per il ritratto effettuato dalla scuola di Ferdinand Georg Waldmüller: taffetà color bronzo cangiante, ampia scollatura e maniche a sbuffo. L’unico bis concesso, ciliegina su una torta di bontà e d’abbondanza rare, è di nome e di fatto una degnissima conclusione: della stessa Colbran, «Parto, vi lascio, addio». Sipario e commozione.


Conferenza sull’omonimo libro di Sergio Ragni; Nuovo ridotto d’ingresso del Teatro di San Carlo. Recital con Anna Bonitatibus, mezzosoprano, e con Marco Marzocchi, pianoforte; Teatro di San Carlo
Giovedì 7 febbraio 2013


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L'autore: Ilaria Badino

Laureata in Storia della Musica con una tesi di prassi esecutiva sull'Otello rossiniano, diplomata in Management per lo Spettacolo presso la SDA Bocconi, autrice di testi e presentatrice per il canale satellitare Classica, collabora come critico musicale per le riviste MUSICA, Il Corriere Musicale e per la Radio Svizzera Italiana.

Ci sono 5 commenti all'articolo

  1. CLAUDE FERNANDEZ

    Resoconto molto interessante , ricco , preciso , nel quale si vede la gran cultura storica e musicale della musicologa . Grazie .
    Claude

  2. alessandra

    leggere un così passionale e preciso riscontro di un convegno e del successivo recital, mi porta a rivedere il mio scarso amore per il mondo rossiniano. grazie Ilaria!

  3. Ilaria Badino

    Non sono la Pizia (anche se dall’Alto m’ispira un Nume), ma grazie infinite per le belle parole! Sono solo mossa da tanta, tanta passione. Di quella positiva, che è al contempo madre e figlia della curiosità intellettuale. Quanto sommerso da far riemergere, quante composizioni note da rivalutare secondo nuove prospettive. E poi, basta con i luoghi comuni secondo i quali Rossini sarebbe musicalmente un reazionario (sebbene talvolta abbia copiato Isabella la pasionaria e spessissimo se stesso); si senta la sezione lenta della scena della pazzia di Assur: risulta evidente che il pur ‘immenso Verdi aveva qualche (a sua volta immenso) debito nei confronti del pesarese. Sempre che si voglia valutare la qualità di una composizione soltanto per la sua portata innovatrice e non per la sua bellezza intrinseca.

  4. Nicholas Tagliatini

    Ancora una volta… brava Ilaria !!!
    Articolo chiaro ma allo stesso tempo ricco di cultura e aneddoti interessanti!
    Continua sempre la tua passione per la lirica e deliziaci sempre con i tuoi studi e articoli che ci permettono di approfondire e chiarire tutti i nostri dubbi

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