Marie-Nicole Lemieux, “Gluck Haydn Mozart”

lemieux


di Ilaria Badino


Quel che balza all’occhio – pardon, all’orecchio – del sesto album solistico di Marie-Nicole Lemieux edito da Naïve, raffinata etichetta francese, è quel senso d’intimistico e prezioso scandaglio psicologico che viene profuso dall’interprete in tutti i brani presentati, siano essi celebri («Voi che sapete») o poco noti (l’aria da concerto, sempre mozartiana, «Ombra felice! – Io ti lascio», K. 255), concitati («Venga pur, minacci e frema» da Mitridate, re di Ponto) o raccoltamente elegiaci (è questo il caso di «Se non piange un’infelice» dall’haydniana Isola disabitata e del lamento dell’Orfeo gluckiano). Se è pur vero che il timbro non si contraddistingue per particolari malia ed immediata riconoscibilità – e ciò è da considerarsi anche nella sua connotazione positiva –, al giovane contralto canadese vanno riconosciute tante altre qualità: in primis, appunto, la capacità d’avvolgere ogni aria d’un velluto morbido e dalla tinta omogenea, la quale si screzia di molteplici sfumature coloristiche che trasportano piacevolmente in una dimensione dei sensi soffice e carezzevole. Come ci capita quando contempliamo un quadro del Giorgione. Questo è l’effetto che sortiscono, in particolar modo, le sezioni lente della rara quanto paradisiaca «Del mio destin tiranno» dal Montezuma di Carl Heinrich Graun, vera e propria oasi d’abbandono contemplativo: ammirevole la costanza con cui per lunghi minuti viene protratta un’interpretazione basata su appena percettibili variazioni dinamiche di un piano non solo evitando lo spiacevole inconveniente che esso possa venire a noia, ma addirittura raggiungendo un risultato di beatitudine che va ad accomunare esecutore ed ascoltatore. Le stesse considerazioni valgono per «Che farò senza Euridice», pezzo di cui spesso s’abusa utilizzandolo come semplice scaldavoce o riempitivo di recital; qui il delicato e mai banale cesello a fior di labbro permette di riconsiderarlo sotto una nuova luce, ossia quella di un sì disperato, ma al contempo tenero, pastorale compianto. Medesime impressioni genera il rondò di Sesto dalla Clemenza di Tito, dove prevale un’essenziale mestizia che si fonda sull’autoconsapevole impotenza del personaggio il quale, nonostante la flebilità del carattere, detiene il privilegio di disporre delle due arie più belle di tutta l’opera; mestizia, dicevamo, ma sempre venata da un’intensità nemmeno troppo latente.

L’altra aria del Grande Riformatore inclusa nell’album, «Jupiter, lance la foudre» tratta dall’Iphigénie en Aulide, è tipica dell’operato all’insegna dell’innovazione musical-teatrale svolto dal compositore tedesco in suolo francese, che non sapremmo se meglio definire come “temperamentoso rigore” o “aulico furore”: forse una fusione delle due espressioni? Quel che è sicuro è che anche su questo terreno l’interprete è convincente, mantenendosi nell’arduo equilibrio di quel fuoco nel marmo (espressione in realtà coniata per indicare i lavori di Luigi Cherubini, ma che ci sembra possa attanagliarsi anche a Gluck) della riforma del buon Christoph Willibald.

Con l’ultimo brano «Sudò il guerriero», dal Ritorno di Tobia di Haydn, veniamo fiondati in quello che per anni abbiamo creduto essere il repertorio di volontaria elezione della Lemieux, ossia il canto vocalizzato d’ascendenza secentesca-primosettecentesca. Tuttavia, in occasione del recente Falstaff scaligero, il contralto del Québec ha affermato di aver sempre provato una sorta di timore reverenziale nei confronti del Barocco, temendo di non possedere in partenza le carte in regola per affrontarne le vorticose agilità e di aver da tempo atteso, invece, di potersi mettere alla prova con parti mozartiane piane, da lei considerate cartina tornasole di quella che dovrebbe essere una tecnica solida. Timori infondati, comunque, dal momento che l’aria, che per scrittura nervosa e piglio battagliero fa il paio con quella iniziale di Farnace, è risolta con agio nella coloratura, per mezzo di polposa ma non sbracata discesa nella vocalità di petto e di sobria moderazione nella scelta delle variazioni. Un album mentale, insomma, al quale tuttavia non manca, di certo, l’anima.


Opera Arias | Contralto Marie-Nicole Lemieux | Les violons du roy, direttore Bernard Labadie | NAÏVE V 5264 DDD 69:50



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L'autore: Ilaria Badino

Laureata in Storia della Musica con una tesi di prassi esecutiva sull'Otello rossiniano, diplomata in Management per lo Spettacolo presso la SDA Bocconi, autrice di testi e presentatrice per il canale satellitare Classica, collabora come critico musicale per le riviste MUSICA, Il Corriere Musicale e per la Radio Svizzera Italiana.

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