Nabucco a Palermo

Foto Franco Lannino

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Opera Il Teatro siciliano festeggia il bicentenario verdiano con la ripresa dell’opera vista nel 2010. Renato Palumbo alla direzione disegna un quadro vivace e dinamico in contrasto con la staticità della regia; Gagnidze è un eccellente Nabucco


di Monika Prusak


Si apre con toni sereni dal forte senso popolare la Sinfonia del Nabucco, andato in scena al Teatro Massimo di Palermo il 22 marzo scorso, inaugurando, insieme alla mostra “Verdi al Massimo”, le celebrazioni per il bicentenario della nascita del compositore bussetano. La direzione ferma e vigorosa di Renato Palumbo ha sottolineato il carattere bandistico della scrittura verdiana e ne ha risaltato il lato quasi folcloristico, nonostante l’argomento dell’opera appartenga a tutt’altra dimensione. La partitura di Verdi è effettivamente piena di riferimenti popolareschi che a tratti contrastano con il contenuto drammatico della composizione, come se volessero alleggerirlo o forse renderlo più accessibile allo spettatore. La spettacolarità dell’interpretazione di Palumbo fa anche riflettere sul sentimento patriottico di Verdi, di cui tanto si è discusso in ambito accademico, e che si mostra nella sua musica in maniera pressoché viscerale.

Lo spettacolo è stato riproposto nell’allestimento già applaudito sul palcoscenico palermitano nel 2010, con la regia di Saverio Marconi, qui ripresa da Alberto Cavallotti, scene di Alessandro Camera, costumi di Carla Ricotti e luci di Roberto Venturi. I contrasti tra il freddo sfondo e le calde tinte dei costumi dipingono bene le scene, conferendo due colori forti a due diversi mondi dell’opera: quello ebreo si tinge di profondo blu, mentre il rosso è dedicato ai babilonesi. Le pesanti scenografie rafforzano la particolare staticità della regia, rendendo l’azione immobile e lenta, e creando un evidente contrasto con la movimentata direzione di Palumbo, mentre i protagonisti si limitano a pochi gesti che cercano di delineare uno stato d’animo o una situazione. Nel 2010 Marconi spiegava che la sua idea intendesse «evidenziare la spiritualità« e la «conversione che tocca un po’ tutti i personaggi», ma il loro cambiamento interiore non riesce ad avere una successione abbastanza credibile, lasciando scorrere lo spettacolo in un andamento poco emozionante.

Foto Franco Lannino

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La staticità dell’azione non aiuta gli interpreti a eseguire la complessa scrittura verdiana. È tuttavia molto convincente Fenena di Annalisa Stroppa, mezzosoprano dal timbro scuro e coinvolgente, mentre Abigaille del soprano Anna Pirozzi – la vera protagonista dell’opera – non esalta in quanto alla recitazione, mostrando comunque una vocalità imponente e una notevole abilità nel registro acuto. Le due voci si fondono in maniera eccezionale nei concertati, insieme a quella del tenore Gaston Rivero nei panni di Ismaele. È ben assortito anche Zaccaria di Luiz Ottavio Faria, basso grave e scuro, nonostante qualche eccessivo rallentamento rispetto all’orchestra. George Gagnidze è un Nabucco straordinario per la sua statura e per la vocalità solenne e cruda, ma il personaggio appare piuttosto costruito e poco convincente. Buona la prova dell’Orchestra, ma non sempre sicura l’intonazione del Coro che comunque trionfa nel bis del “Va pensiero”.

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L'autore: Monika Prusak

Musicista e musicologa, dottoranda di ricerca in Storia e analisi delle culture musicali presso Sapienza - Università di Roma, docente. Ha al suo attivo collaborazioni con Il Giornale della Musica, il Teatro Massimo di Palermo, l'Opera Wroclawska, l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l'Associazione De Musica di Varsavia e l'Istituto Polacco di Roma.

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