Hänsel und Gretel secondo Richard Jones

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Opera La gola nei suoi estremi, il desiderio del cibo fino al parossismo sono i temi indagati nella regia dello spettacolo della Bayerische Staatsoper, dove gli eroi buoni sono i bambini tra adulti abbrutiti; saggia la direzione di Tomáš Hanus, nel cast spiccano Rainer Trost e Tara Erraught


di Riccardo Rocca


Arriva alla Bayerische Staatsoper l’allestimento di Hänsel und Gretel firmato dal regista Richard Jones, nato nel lontano 1998 alla Welsh National Opera di Cardiff e immortalato in dvd nel 2010 al Metropolitan di New York. Lo spettacolo di Jones ha mandato in cantina lo storico allestimento di Herbert List che, per quarantotto anni, a partire dal 1965, ha meravigliato e divertito a Monaco intere generazioni di adulti e bambini. Se comprensibili sono, dunque, i malumori di coloro che, difensori di una certa idea di tradizione, alla prima hanno addirittura contestato sonoramente la nuova realizzazione scenica, basta aver visto (lo scorso dicembre) le ultime recite dello spettacolo di List per accorgersi di quanto fosse ormai invecchiato e impoverito rispetto ad altri pur antichi e gloriosi spettacoli della tradizione austro-bavarese, come il Pipistrello o il Rosenkavalier firmati da Otto Schenk, che sono tuttora in vita tra Vienna e Monaco.

L’arte di Richard Jones sta ancora una volta nel saper costruire uno spettacolo perfettamente lineare e coerente partendo da uno spunto presente nel testo ed organizzando intorno ad esso un tessuto drammaturgico interessante e comprensibile, nel quale lo spettatore si trova immediatamente a proprio agio. Nel caso di Hänsel und Gretel è il cibo ad assumere un ruolo onnipresente per tutta la durata dell’opera, un’ossessione per il mangiare che non è solo legittima conseguenza – in qualche misura anche concausa, si potrebbe dire – di una atroce condizione di povertà, ma che, secondo meccanismi distorsivi che pure appartengono alla sfera umana, assume una dimensione che, se è di trasgressione per i bambini, per gli adulti assume contorni abbrutenti e addirittura degradati. Non solo qui dunque i bambini finiscono imprigionati dalla strega attirati da ghiotti dolciumi, ma lo stesso padre al ritorno da una giornata di duro lavoro ritrova una moglie che altro interesse non ha che divorare tutte le provviste, strafogandosi al punto di vomitare nel lavandino nell’istante in cui il marito, seppur totalmente ubriaco, le farà prendere coscienza del pericolo a cui sono sottoposti i loro figli.

Jones coglie dunque nel capolavoro di Humperdinck quegli aspetti di universalità che gli permettono uno straordinario affresco sulle pulsioni degli uomini. Hänsel e Gretel vengono così raffigurati come i protagonisti positivi e di gran lunga più maturi della storia, interpretando paradossalmente, tra i diversi stadi umani illuminati nell’opera, quello più saggio, giusto e alto. In questo senso, più che sotto ogni altra prospettiva, il capolavoro di Humperdinck è un’opera per i bambini: essi ne sono protagonisti ed eroi. La strega di Jones, collocata in una sorta di inquietante laboratorio nel quale incombe un forno gigantesco, nonché strumenti vari per cucinare dolci ad ingrediente di bambino, rappresenta così l’ultimo degli stadi umani, quello più morboso e terrificante, nel quale l’ossessione per il cibo assume tratti addirittura feticistici. L’impaccio ai limiti tra il comico ed il grottesco con cui la strega di Rainer Trost, proprio nell’istante di quella climax musicale quasi orgiastica voluta da Humperdinck nel Hexenritt, si arrampica in piedi danzante sul tavolone della cucina, impiastrandosi tra creme e dolciumi vari, raggiunge in questo spettacolo un momento di parossismo straordinario.

In un mondo di padri ubriaconi e falliti, madri ingorde e irresponsabili, vecchi ambigui, dissoluti e addirittura cannibali, i bambini vivono con Jones una pantomima che è un meraviglioso sogno disneyano: nella sala di una reggia che potrebbe essere quella de La bella e la bestia, Hänsel e Gretel sognano di una cena fantastica, con un cameriere dalla testa di pesce ed un tavolone lunghissimo ricco di prelibatezze servite sotto coperchio d’argento. E, ancora una volta, è proprio nel momento in cui Humperdinck prescrive il culmine emotivo del brano, con quella straordinaria salita verso le stelle dal sapore bruckneriano, che i piatti si svelano sotto gli occhi sgranati dei due bambini.

Un’ultima immagine umoristica – certo uno humor dal sapore inglese – della strega, estratta dal forno cotta a biscotto, ma con le forme intatte di un corpo deformato dalla pinguedine, sigla una di quelle regie che vorremmo vedere più spesso, in cui ogni nota del compositore diviene spunto visivo pertinente, curato nel dettaglio, coerente nell’insieme e soprattutto meritorio di offrire linfa vitale ai capolavori di sempre.

Tra gli interpreti è naturalmente spiccato un Rainer Trost che, degno erede del compianto Philip Langridge che cantò il ruolo al Met, dona alla parte della strega quel misto di simpatia e viscidità richiesti. Se la voce da tenore contribuisce mirabilmente all’inquietante ambiguità del personaggio, ci chiediamo se però questa tradizione non sia in conflitto con un’orchestrazione che Humperdinck verosimilmente pensò per la voce femminile di Hermine Finck, prima interprete del ruolo nel 1893: la tessitura bassa e scomoda per un tenore ne riduce infatti il volume e l’imponenza della voce a fronte di un’orchestra molto energica e presente. Meno a fuoco sono sembrati gli altri interpreti, a partire da un Alejandro Marco-Buhrmester (Peter) con qualche difficoltà nella tessitura ed una Hanna-Elisabeth Müller (Gretel) corretta vocalmente ma attrice non troppo disinvolta. Ottima e possente interprete sulla scena invece Janina Baechle (Gertrud), che però non sembra avere veramente tutte le carte in regola per una parte che richiederebbe un declamato wagneriano di prim’ordine. Molto brava sotto ogni profilo, invece, Tara Erraught, valente belcantista in ascesa, alla quale tuttavia la parte di Hänsel concede acrobazie più sceniche che vocali.

La direzione di Tomáš Hanus è parsa forse priva di genio, ma rapida e sapiente, ricca di contrasti e vitalità, seppur rispettosa di alcuni toni tradizionalmente magniloquenti; essa si è naturalmente giovata di un Bayerisches Staatsorchester come sempre eccellente e di un coro dei bambini altrettanto strepitoso.

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L'autore: Riccardo Rocca

Nato a Torino, consegue la maturità classica presso il Liceo 'Carlo Botta' di Ivrea, si laurea in Musicologia con Fabrizio Della Seta presso l'Università di Pavia con una tesi su un'opera di Manuel García senior ed una sull'interpretazione di Carlos Kleiber de 'La traviata'. Continua gli studi di Composizione con Carlo Alessandro Landini ed Elio Scaravella presso il Conservatorio 'Giuseppe Nicolini' di Piacenza. Collaboratore di testate quali 'Sipario', 'Musica' e 'il Corriere Musicale', è stato archivista dell'Opera di Stoccarda ed è attivo come pianista accompagnatore. Intorno alla musica dell'età di Rossini ed ai rapporti tra filologia ed esecuzione si concentrano i suoi interessi musicologici.

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