L’alfabeto di Alfred Brendel


di Michele Manzotti


«Ho voluto raccontare la mia vita di artista usando le lettere dell’alfabeto, in alcuni casi dando alla singola lettera più significati». Alfred Brendel, classe 1931, è stato tra i protagonisti dell’Edinburgh International Book Festival, manifestazione che al suo interno ha una sezione dal titolo Costruire la musica. Un incontro andato presto esaurito in prevendita e che ha visto il pianista austriaco presentare il suo libro A Pianist Bible A-Z (edito da Faber and Faber), insieme al coautore Michael Morley, docente all’University of South Australia e Jonathan Mills, direttore dell’Edinburgh International Festival, a sua volta pianista e compositore. È stata l’occasione per raccogliere dalla viva voce di Brendel, generalmente poco propenso a concedere interviste, alcuni concetti sulla musica e sul pianismo. Attraverso le domande dei moderatori e del pubblico, tra cui quelle del Corriere Musicale, Brendel ha avuto così il modo di raccontare il suo rapporto con l’arte.

57db3c46f7e8f40df64569b7ee35e601La lettera “L” sta per Love ma anche per Lied, come mai questa scelta?
«Per quando riguarda la prima parola, il connubio tra amore e musica è imprescindibile. Sul Lied invece mi sono divertito a vederne l’evoluzione nel rapporto tra cantante e pianista nel corso nel XIX e XX secolo, grazie ai compositori. Da strumento subordinato al canto il pianoforte è diventato sempre più importante e quasi preponderante nei confronti della voce che a sua volta ha trovato maggiori difficoltà nell’esaltare il suo ruolo. Sembra quasi che debba cantare dall’interno del pianoforte».

“E” come emozione, cosa vuol dire per un pianista?
«Artur Schnabel diceva che per dare emozione bisogna suonare con sentimento e a tempo. Il fatto è che suonava a velocità doppia rispetto a quella di una pianola. Oggi le tastiere elettriche, eredi in qualche modo delle pianole, riescono a dare tutte le emozioni possibili».

A proposito di strumenti, su quale marca di pianoforti si trova più a suo agio?
«Dopo tanti concerti dico Steinway. Trent’anni fa avrei detto Bösendorfer, o anche Bechstein. In quest’ultimo caso però va ricordato che la fabbrica andò distrutta durante la guerra e quindi i pianoforti costruiti successivamente non hanno la sonorità originaria».

“B” come Brendel, ma soprattutto come Bach…
«È il compositore imprescindibile per ogni pianista. Pensate ai Concerti, alle Partite, alle Sonate, alle Goldberg. È colui che ha inventato il suono moderno: grazie a lui il pianoforte può cantare e nessuna battuta è uguale all’altra. Grazie a Bach ho potuto apprezzare anche il suo coetaneo Händel, tanto diverso da essergli complementare».

Come ha fatto per le lettere “K” e “Z”, non certo semplici per trovare una corrispondenza musicale?
«Nel primo caso ho scelto il compositore tedesco del primo novecento Klantz, tanto sconosciuto da essere preso ad esempio di colui che scrive (tra l’altro musica per piano anche a sei mani) nel periodo storico sbagliato. Per la Z ho scelto Zagabria che ho frequentato in gioventù e dell’eroe nazionale Zvonimir. Ammetto che questo centra ben poco con la musica».

Anni fa incise Brahms con il Quartetto di Cleveland. È stato difficile il dialogo tra un mitteleuropeo come lei e una formazione di americani più giovani?
«Non credo alle scuole nazionali quando si parla di esecuzione. L’unico problema di quell’incisione era rappresentato dal raffreddore del primo violino che rallentò forzatamente i tempi di lavoro».

Lei non si esibisce più in pubblico, ma suona ancora quando è a casa?
«Trovo faticoso a questa età esercitarmi cinque ore al pianoforte. Fortunatamente tanti pezzi li ho ancora ben stampati nella testa».

Una caratteristica del suo successo?
«Ho avuto la grande fortuna di avere come maestri Edwin Fisher e Alfred Cortot, che mi hanno guidato in un mondo di grandi composizioni. Musiche di Bach, Händel, Haydn, Beethoven e Schubert, tra i miei autori più amati. Il vero segreto è quello di averle interpretate in modo personale».

Alfred Brendel sarà ospite della 68a edizione delle Settimane Musicali di Ascona il 28 settembre, presso il Teatro San Materno, ore 20.30. La conferenza dal titolo “Abbecedario di un pianista” sarà in tedesco con sottotitoli in italiano.


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L'autore: Michele Manzotti

Nato a Firenze nel 1960, è musicologo e giornalista. Dopo essersi laureato in Lettere nel 1986, ha collaborato con varie riviste, e ha insegnato storia della musica al Liceo musicale di Arezzo. Assunto al «Resto del Carlino» nel 1990, dal 1995 lavora a «La Nazione», dove attualmente è all'ufficio centrale. Nel 2002 in «Civiltà Musicale» è stato pubblicato il suo catalogo delle musiche non operistiche di Arrigo Boito. Dello stesso anno è l'uscita del libro Attilio Brugnoli-Il pianoforte e la sua mano (Polistampa, Firenze) con cd allegato con la prima incisione assoluta delle musiche di Brugnoli, compositore di cui ha poi raccolto l'opera omnia per l'Enap stampata da Laterza nel 2006. Cura inoltre tramissioni per l'emittente Rete Toscana Classica e collabora con gli Swingle Singers.

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