Una «Turandot» di tradizione a Torino

turandot


In scena al Regio l’opera di Puccini nell’allestimento del Carlo Felice di Genova


di Attilio Piovano


DOPO UNA BUTTERFLY dalla regia dirompente, volta ad attualizzare con crudo realismo la vicenda della fragile Cio-cio-san, ora al Regio di Torino, a pochi giorni di distanza – verrebbe da dire per par condicio – ecco una Turandot registicamente rispettosa della tradizione, in linea con quanto il pubblico solitamente si attende. L’allestimento proviene dal Carlo Felice di Genova, la coreografica regia è di Giuliano Montaldo (ripresa da Fausto Cosentino). In realtà si tratta di spettacolo ormai più che collaudato, solo in parte datato, ‘pensato’ inizialmente per gli ampi spazi dell’Arena di Verona. Non a caso rivela un impianto spettacolare e cinematografico di sicuro impatto (forse qualche orpello di troppo nelle fastose scene di Luciano Ricceri con doppio scalone centrale); bei costumi – fuori da ogni riferimento storico – di Elisabetta Montaldo e qua e là qualche guizzo (lanternini cinesi rossi e bianchi a simboleggiare passione e morte: il bianco si sa è funebre nella tradizione orientale). Movimenti coreografici di Giovanni Di Cicco coerenti con la regia che lavora bene sulle masse e il vasto coro in maniera simmetrica e ieratica, nel primo atto e così pure nel finale (la versione è quella completata da Alfano). Si poteva forse evitare quel salire e scendere di fiaccole, d’affetto sì, ma un po’ sterile e financo risibile. Forse si poteva evitare altresì il troppo insistito movimento di scimitarre, ma son pur sempre dettagli entro un spettacolo di buon impatto.

Tale impianto cinematografico per l’appunto deve aver in parte finito per condizionare l’intero spettacolo. Ecco allora che il direttore Steinberg, apprezzato moltissimo nel minuzioso lavoro di concertazione compiuto su Butterfly, qui ha puntato sull’effetto complessivo, piuttosto che sui particolari, e allora sfolgoranti clangori e accenti da Kolossal. Beninteso, di direttore di alto livello si tratta, scrupoloso e colto, pur tuttavia avremmo desiderato qualche indugio, qualche cura in più del versante intimista che pure è presente in quest’opera superba, dalla sontuosa e magnifica orchestrazione; per dire, non solo il personaggio di Liù lo richiede, e invece tutta la dinamica pareva giocata dal mezzo forte in su, privilegiando appunto i momenti di vasto impatto fonico a scapito dell’emozione. A partire dall’esordio. Steinberg ha potuto contare – occorre sottolinearlo – su un’orchestra davvero in gran forma, su un coro in grandissima forma (come sempre ben istruito da Claudio Fenoglio, bene anche le voci bianche) e così pure su un buon cast. E a fine serata il consenso del pubblico, la sera della prima, mercoledì 12 febbraio, gli applausi sono stati convinti e protratti. In primis, applaudito Roberto Aronica, un Calaf di forte caratura; Aronica è tenore dallo squillo sicuro e dall’eccellente vocalità, pressoché perfetto e davvero molto convincente sicché ha colto un pieno successo personale, e ça va sans dire, non solo nell’attesissimo «Nessun Dorma» (ma l’attacco lo avremmo voluto più delicato, evanescente, in parte si rischia in tali casi di vanificare l’effetto sublime del crescendo dinamico ed espressivo). Già in «Non piangere Liù» Aronica si è rivelato interprete intelligente e musicalissimo, insomma non solo – come troppo spesso  accade – un Calaf attento al versante atletico. Bene, ma con varie riserve, l’algida principessa Turandot sbozzata dal soprano Johanna Rusanen che, al pari di Aronica, non si è certo risparmiata. La parte è impervia, si sa, pur tuttavia certe ineleganze specie quando ‘apre’ nel sovracuto con timbro non sempre amabile, hanno impedito che il pubblico le decretasse un successo pieno (al suo debutto nella parte). E poi per dirla tutta, Puccini non è Wagner. Apprezzata in parte per la presenza scenica, meno per la voce in sé: certo è difficile mantenere un timbro vellutato a quelle latitudini, pur tuttavia certe eccessive asprezze le hanno nuociuto. La Liù di Carmen Gannattasio ha convinto, senza commuovere più di tanto (qualche asprezza timbrica anche qui in «Tu che di gel sei cinta» che forse si poteva centellinare maggiormente ed invece è scivolata via troppo presto: e si sa che Puccini per Liù aveva una predilezione specialissima). Un cenno al Timur di Giacomo Prestia (un po’ troppo vibrato, d’accordo che il personaggio è un vegliardo, però…). Poco udibile e un po’ poco ieratico l’Imperatore (Antonello Ceron). Benino Ping, Pang e Pong (Donato Di Gioia, Luca Casalin e Saverio Fiore), che hanno saputo restare in giusto equilibrio tra retorica e bozzettismo, evitando di cadere nel macchiettismo, qualche incertezza ritmica di insieme, ma apprezzato il loro Lago blu.

Repliche sino al prossimo 27 febbraio e un doppio cast: nelle recite ai citati protagonisti si alterneranno Raffaella Angeletti nel ruolo di Turandot, Walter Fraccaro ed Erika Grimaldi in quelli di Calaf e Liù. E c’è anche un cambio di pilota per le ultime tre recite che saranno guidate dal podio da Giampaolo Bisianti. Da segnalare il concerto che Steinberg dirigerà il prossimo 19 febbraio: Aleksandr Nevskij  di Prokof’ev e la Quarta di Čajkovskij.

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L'autore: Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo e scrittore, ha pubblicato Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002) e Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006), i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rueBallu 2009, prefazione di Uto Ughi). In preparazione una nuova raccolta di racconti musicali. Laurea in Lettere, studi in Composizione, diploma in Pianoforte, in Musica corale e Direzione di Coro, è autore di contributi, specie sulla musica di primo Novecento, apparsi in volumi miscellanei, atti di convegni e su rivista. Saggista e conferenziere, ha collaborato con La Scala, la RAI, il Festival MiTo, lo Stresa Festival, La Fenice, l’Opera di Roma, il Teatro Lirico di Cagliari, l’Unione Musicale, il Teatro Regio, il Politecnico di Torino e con varie altre istituzioni. Corrispondente del «Corriere del Teatro», scrive per «Torinosette», magazine de «La Stampa», ha collaborato con «Amadeus», scrive inoltre per «La Voce del Popolo» (da 24 anni) ed esercita la critica su più testate. Docente di Storia ed Estetica della Musica (dal 1986, presso vari Conservatori), dal 1991 a tutt’oggi è titolare di tale disciplina presso il Conservatorio ‘G. Cantelli’ di Novara dove è inoltre incaricato dell’insegnamento di Musica sacra moderna e contemporanea (Analisi delle forme compositive) nell’ambito del Corso biennale di Diploma Accademico in Discipline Musicali (Musica sacra) attivato a partire dall’a.a. 2008/2009 in collaborazione con il Pontificio Ateneo di Musica Sacra in Roma. A partire dall'anno accademico 2012-2013 tiene un corso monografico su «Architettura, Scenografia e Musica» presso il Dipartimento di Architettura & Design del Politecnico di Torino (in collaborazione con Fondazione Teatro Regio: workshop specialistico destinato al Corso di Laurea Magistrale). È stato Direttore Artistico dell’Orchestra Filarmonica di Torino. Da 37 anni (dal 1976 a tutt’oggi) è organista presso la Cappella Esterna dell’Istituto Internazionale ‘Don Bosco’, Pontificia Università Salesiana (UPS), sezione di Torino. È citato nel «Dizionario di Musica Classica» a cura di Piero Mioli, BUR, Milano (2006), che gli dedica una ‘voce’ specifica (vol. II, p. 1414).

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