June Anderson: «Amo e odio l’Italia»

Foto di Helmut Newton

June Anderson | Foto di Helmut Newton


Il soprano statunitense sarà protagonista di un recital all’Opera di Firenze accompagnata dal pianista Jeff Cohen


di Michele Manzotti


A FIRENZE è stata protagonista nel 1983 di una memorabile edizione della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti insieme ad Alfredo Kraus. Oggi torna in una dimensione totalmente diversa, quella del recital. June Anderson, soprano statunitense che ha affrontato i principali ruoli d’opera, sarà infatti domenica 25 maggio al Teatro Goldoni (ore 20,30 per informazioni www.operadifirenze.it) accompagnata dal pianista Jeff Cohen, in sostituzione del previsto concerto del basso Vitalij Kowaljow. In programma brani di Gabriel Fauré, Claude Debussy, Francis Poulenc, Leonard Bernstein, Steve Strondheim, George Gershwin. «Con il vostro Paese c’è un rapporto che fatalmente è di amore e odio – racconta June Anderson –: spesso le condizioni per lavorare sono difficili e c’è sempre qualcosa che non funziona. Ma al tempo stesso mi piace tanto stare in Italia, che d’altra parte è la terra della lirica».

Ci può spiegare le caratteristiche del suo concerto?
«È un programma che ho già eseguito al Théâtre du Châtelet di Parigi per un pubblico quindi francese e francofono che può apprezzare maggiormente le sfumature dei testi. Forse se avessi avuto un po’ di tempo avrei pensato a qualcosa di diverso per una città come Firenze. E’ comunque un repertorio francese e americano che trovo molto interessante e i cui brani hanno come elemento comune quello della poesia».

La prima parte, quella francese, comprende Fauré, Debussy e Poulenc. Come mai questa scelta?
«Fauré è un compositore che ho affrontato all’inizio della mia attività, mentre i brani di Debussy furono scritti da lui quando era giovane. Sono comunque pezzi adatti a una come me che ha una lunga carriera, meno complicati di quelli che studiavo una volta. E per quanto riguarda Poulenc, mi riconosco molto nel testo di Jean Cocteau La Dame de Monte-Carlo, che parla proprio degli anni che passano. Tra l’altro dura sette minuti e ricorda il monologo dello stesso Poulenc La Voix Humaine».

Però c’è anche una parte importante tutta dedicata al suo paese d’origine…
«È una cosa che ho nel sangue, come la canzone napoletana per voi italiani. Inoltre avevo anche un rapporto di amicizia con Leonard Bernstein: uno dei suoi pezzi era stato incluso in Peter Pan, poi sostituito da una parte dedicata al violoncello».

Dopo tanti anni sul palco, preferisce affrontare brani nuovi o riprendere quelli studiati in passato?
«Entrambe le cose anche se sono consapevole di non avere più la voce di 30 anni fa. Ciò che cerco è che il pezzo che eseguo racconti una storia o sappia esprimere un sentimento».

C’è un’opera tra tutte quelle che ha interpretato alla quale è più legata?
«Sono tre e ognuna di esse è legata a vari momenti della mia carriera: sono Lucia di Lammermoor, Traviata e Norma, l’ultimo ruolo importante della mia esperienza teatrale».

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L'autore: Michele Manzotti

Nato a Firenze nel 1960, è musicologo e giornalista. Dopo essersi laureato in Lettere nel 1986, ha collaborato con varie riviste, e ha insegnato storia della musica al Liceo musicale di Arezzo. Assunto al «Resto del Carlino» nel 1990, dal 1995 lavora a «La Nazione», dove attualmente è all'ufficio centrale. Nel 2002 in «Civiltà Musicale» è stato pubblicato il suo catalogo delle musiche non operistiche di Arrigo Boito. Dello stesso anno è l'uscita del libro Attilio Brugnoli-Il pianoforte e la sua mano (Polistampa, Firenze) con cd allegato con la prima incisione assoluta delle musiche di Brugnoli, compositore di cui ha poi raccolto l'opera omnia per l'Enap stampata da Laterza nel 2006. Cura inoltre tramissioni per l'emittente Rete Toscana Classica e collabora con gli Swingle Singers.

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