Steve Reich alla Biennale di Venezia

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Steve Reich a Venezia | Foto Giorgio Zucchiati


Il compositore americano, Leone d’oro alla carriera, ha incontrato il pubblico in occasione delle due giornate di apertura della 58a edizione del Festival Internazionale di Musica Contemporanea


di Giampiero Cane


STEVE REICH, CUI LA BIENNALE MUSICA ha assegnato quest’anno il Leone d’oro alla carriera, è uno di quei musicisti che, senza che si possa individuare un vero e proprio capostipite, negli anni Sessanta hanno rivoluzionato il mondo della musica classica rimettendo in essa quei virus che le erano stati tolti da Schoenberg e dalla progenie figliata da essa.

Si tratta, stando a ciò che ha detto lo stesso musicista nel corso di un incontro col pubblico oggi pomeriggio, di un ritorno al dialogo col popolare nei termini di espressione ritmica e di chiarezza armonica, restituite alle fondamenta del tessuto musicale delle singole opere. Per Reich non si può forse parlare di melodia, in quanto al tema delle altezze egli preferisce quello del timbro, ben lontano comunque da farne un totem alla Scelsi.

La sua musica, al pari di quelle di Riley, Adams, Glass (mai citato da lui) e Nyman, nasce da una libertà che sembra stia prendendo corpo anche grazie all’insegnamento di Cage, Berio e, vorremmo poter dire Šostakovič (ma il russo è ancora inguaiato dalle conseguenze dello stalinismo) in una situazione che sembra caratterizzata da quello che un po’ eccedendo potremmo chiamare l’integralismo di Darmstadt. È una presa di possesso della libertà e indipendenza individuale che si manifesta in una musica che cerca di tornare  al valore della comunità, evidente nella lunga storia della musica colta occidentale come lo è, e non può che essere così, nella musica folk e in quella commerciale.

Steve Reich ha fatto ascoltare qualcosa di una delle sue ultime composizioni, quale risulta nella registrazione del recentissimo Radio Rewrite. Ne risulta a pieno confermata la sua dichiarazione di «Venire da Vivaldi e dal Be-bop degli anni Cinquanta», per la prima parte almeno.

La musica che ascoltiamo ha un andamento in cui si succedono veloce, lento, veloce, lento e veloce (Reich ci concede le prime tre parti soltanto) nelle quali un nucleo di percussioni chiaramente scandite sta dentro (sotto) strisce di suono di inconsistente appeal melodico che si muovono attraverso i gradi più elementari della scala armonica (è un walking bass non puntato, ma per gradi). Il suono non scivola mai (Reich non procede più con i giochi dello sfasamento): l’aspetto ritmico ha qualcosa d’orgiastico che conclude nel riposo. Al contrario che nel carcere e nella politica, forme dell’ozio senza riposo, qui tutto s’acqueta ritmicamente, mentre le voci capaci di durare passano da consonanze pressoché idilliache ad accordi più aspri e tesi. Il salto nuovo nel veloce avviene con un mood di tango che entra senza preparazione alcuna. È un cambio scena, non il mutamento di profondità di campo tanto comune in Vivaldi (come un totale che vale per il campo lungo e s’alterna con concertino dei piani ravvicinati o dei dettagli), è un nuovo personaggio che cambia il suono dell’insieme e simula la fisarmonica.

Gli interessi formativi si Reich, stando alle sue parole sono stati vasti, da Dufay a Bartók, a Stravinskij, ma assieme a loro egli colloca Kenny Clarke e John Coltrane. Erano i tempi in cui Reich aveva seguito Berio, essendone allievo, da New York alla California. Ricorda che di giorno era circondato dalla musica di Luciano, magari con la voce di Cathy Berberian, allora sua moglie, e di sera da quella di Coltrane, allora con Dolphy e «non era un brutto modo di vivere» commenta. Si dilunga nel cercare di far capire come Kenny Clarke abbia messo insieme un nuovo modo di trattare la batteria (il che è vero), ma resta vittima del modesto vocabolario che abbiamo per descrivere gli aspetti qualitativi di questa componente musicale. Ne viene fuori che qualcosa c’è, non sono pochi a saperlo, ma non si sa cosa sia, qualcuno che sappia suonare può ripeterlo, ma non dire com’è. È come per la bellezza: si indica ed è finita.

In concerto, stasera all’Arsenale, farà ascoltare Triple Quartet (per complesso d’archi amplificato) e City Life. Quest’ultima è ispirata almeno in parte da un attentato degli anni Novanta nei sotterranei di una delle Torri gemelle. Vi morirono una decina di persone e le voci che sono incluse nella musica sono, registrate, quelle dei vigili del fuoco intervenuti che danno conto di quel che vedono o sanno al telefono.

Alla fine della conversazione quel che risulta strano, ma che al momento resta in sospeso, è come un artista che mostri di avere tanta sensibilità alla qualità del suono, che dopo aver avuto i suoi successi iniziali con l’elettronica (Come Out), dopo essere tornato alle voci naturali, degli strumenti o umane, torni anche alla tecnologia, sebbene essa tenda a non migliorare le qualità.


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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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