«Capuleti e Montecchi» a Venezia, animazioni e fermo immagine


Il titolo di Bellini in scena al Teatro La Fenice. La regìa di Arnaud Bernard ambienta la vicenda in un museo. Nel cast Sonia Ganassi e Jessica Pratt


di Elena Filini


NON A VERONA, E NEPPURE al tempo del Bardo. Giulietta e Romeo muoiono d’amore in un museo in dismissione o forse in allestimento dove, di sera, cessato il viavai di addetti alle pulizie, tecnici e restauratori, i quadri prendono vita raccontando le loro storie. Ma, al riapparire dei lavoranti, si arrestano in tableaux, sulla carta, suggestivi. L’idea di Arnaud Bernard, che ha deciso di mettere in scena Capuleti e Montecchi di Vincenzo Bellini in una dimensione da teca è, in linea teorica, molto interessante. Perché, si chiede il regista, non rendere manifesta la convenzionalità del testo e delle situazioni in una partitura che, fin dal suo apparire, fu giudicata claudicante dal suo stesso librettista, Felice Romani? La scena, dunque all’apertura di sipario per la prima, mercoledì 14 gennaio al Teatro La Fenice, si presenta spoglia: alle sedie da rimessa, alle tele incerottate nei cartoni e alla moquette arrotolata fanno da pendant le eleganti pareti damascate in rosso rubino di Alessandro Camera sulle quali giacciono figure pronte ad animarsi e raccontare la favola amara dei due amanti veronesi.

Tuttavia l’allestimento, già visto lo scorso anno al Teatro Filarmonico di Verona, continua a funzionare davvero in maniera parziale. Per riempire la scena Bernard punta sul gesto, soprattutto delle masse corali: ma neppure il repertorio di sguardi truci e pugni alzati, calligrafico e di maniera, può coprire la sostanziale incoerenza di alcuni momenti, ad esempio l’entrata in scena di Giulietta e la sensazionale confessione d’amore di fronte ad una vasca da bagno, per quanto elegante. A sostegno dei buoni propositi registici si potrà obiettare che il montaggio è stato gestito con tempi ridotti. Sotto questo profilo, il lavoro di tenuta da parte di tutto il cast è stato ammirevole, ma la sensazione di una quadratura ancora da approfondire rimane. A Sonia Ganassi e Jessica Pratt la locandina affidava i maggiori spunti di successo: e tuttavia le due artiste, star della scena attuale, disegnano una coppia vocalmente diseguale. Il ruolo di Romeo è in genere un problema per il mezzosoprano che, affaticato da un canto che batte sempre nella zona del passaggio, deve mettere in rilievo anche un bel registro di petto e in generale il timbro brunito e virile dell’en travesti. Anche Sonia Ganassi, artista talentuosa, musicalissima e fuoriclasse in scena, patisce – soprattutto nel primo atto – le asperità della scrittura, riuscendo tuttavia a trovare più morbidezza e credibilità nel secondo atto. Se sotto il profilo tecnico alcune cose potevano essere risolte con maggiore serenità è indubbio che nel côté scenico Sonia Ganassi sia la vera dominatrice della serata. Jessica Pratt è una fine belcantista e ha una seconda ottava luminosa: la sua Giulietta però è ancor troppo soave e angelicata. L’eccellente bagaglio tecnico consente al soprano australiano di destreggiarsi positivamente in un ruolo che però, affrontato tra qualche tempo, la vedrà certamente più credibile per volume e rotondità. Il Tebaldo di Shalva Mukeria è invero poco difendibile: all’assoluta genericità scenica si abbina una voce di non gradevolissima emissione, con una prima ottava davvero debole e in genere problemi di proiezione negli insiemi.

Buona invece la prova di Rubén Amoretti nel ruolo di Capellio: il basso disegna un padre autorevole e temibile in virtù di un timbro pastoso e di una nobile pronuncia. Lorenzo è un ruolo in genere non amato dai bassi, a causa di una tessitura un po’ acuta: Luca Dall’Amico supera lo scoglio, ma non resta spazio ulteriore per finezze o sfumature. La direzione di Omer Meir Wellber, in special modo nel primo atto, eccede in clangore: l’idea di sottolineare la vena notturna e violenta del dramma si frange però con il fraseggio belliniano, costringendo i cantanti a fiati frettolosi e a un generale ridotto agio nel gestire i cantabili. Va detto però che, all’opposto, il lavoro di quadratura è solido: Capuleti e Montecchi, a motivo della brevità, è un’opera spesso sottovalutata ed è invece, oltre che autentica meraviglia musicale, densa di incastri problematici. Un plauso all’orchestra e al coro per la prova attenta e responsabile. Teatro gremito, applausi di stima.


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