Hiroaki Ōi interpreta Akira Nishimura

Akira Nishimura


Sonorità multiformi nelle opere del compositore giapponese, conosciuto anche in Europa grazie alle registrazioni del Quartetto Arditti. Un concerto maratona a Kyoto ha illustrato alcune opere pianistiche


di Luciana Galliano


RIPETENDO IL FORMATO DEL CONCERTO monografico dedicato a Jō Kondo, l’8 febbraio il pianista Hiroaki Ōi ha presentato una scelta di lavori pianistici del compositore Akira Nishimura (1953- ) nel piccolo e accogliente Café Montage di Kyoto, in un concerto maratona durato oltre due ore. L’atmosfera particolarmente cordiale del luogo, quasi un salotto per una quarantina di persone, fa sì che anche un ascolto impegnativo risulti piacevole e ci si disponga da subito ad ascoltare, accolti dal proprietario, appassionato amante della musica moderna e possessore di un’incredibile collezione di dischi, che accorda il pianoforte – un meraviglioso Steinway a mezza coda fra i primi arrivati in Giappone alla fine dell’Ottocento, un elegante strumento dal suono ricco e vellutato ma anche potente, adattissimo alle composizioni pianistiche di Nishimura. Il quale ha spiegato come per lui il pianoforte sia due strumenti insieme: la tastiera, da amministrare meccanicisticamente, strutturalmente (e con una logica elaboratamente seriale) e la cordiera, a cui far produrre una ricchissima gamma di armonici grazie alle dinamiche fff, ad un quasi costante uso del pedale di risonanza e alla “apertura” delle corde con la pressione dei tasti, spesso nel registro più grave. Il risultato è un vorticoso caleidoscopio di figure musicali che si connettono l’una all’altra in una tessitura fitta e articolata, cogente, con una gamma di sonorità iridescenti e anche aggressive, potentemente espressive.

Nishimura, relativamente noto in Europa e anche in Italia grazie ad alcune esecuzioni, alle incisioni del quartetto Arditti, è un compositore di grande talento che si è dedicato molto presto allo studio delle musiche dell’Asia. In una lettera aperta a Takemitsu pubblicata su un importante quotidiano, il compositore scriveva di quei suoi studi sulle musiche dell’Asia, e ne concludeva che nessuna forma musicale vi viene considerata “opera” musicale. Per ognuna delle persone coinvolte, l’evento musicale è un’occasione concreta per immedesimarsi nel suono, in ogni dettaglio della sua materia e in modo molto tattile, e ogni elemento musicale è concepito olisticamente: il suono va gustato, guardato, annusato e tutti i cinque sensi sono inseparabili nella percezione del suono. Secondo Nishimura, nel mondo musicale contemporaneo questo sarebbe stato vanificato; la sua intenzione sarebbe dunque di scrivere musica che produca liberazione e illuminazione. Mi pare che quando questo intento è stato perseguito con più pathos, negli anni Novanta anche per via di dolorose vicissitudini personali, ne siano risultati dei brani piuttosto retorici – e fra i lavori pianistici presentati nel concerto dell’8 un brano come Opalesque Sonata (1998) suona, con i forti contrasti e i ricorsi tonali, un po’ verboso ed enfatico.

Tutt’altra grazia e bellezza invece nei lavori più recenti, come Flames Calligraphy (2010), in cui la ricchezza inventiva e la coerenza dei diversi episodi che si intrecciano richiama in qualche modo il pianismo di Prokof’ev e riporta all’evidenza musicale dei lavori del primo periodo, gli anni Ottanta in cui Nishimura mieté una serie impressionante di premi in Giappone e in Europa. Di diversa espressività ma altrettanta grazia è Roses Metamorphosis, un brano aggressivamente pentatonico dalle armonie sensuali, e anche il felice e importante Mystic Bells del 2006, 15 minuti in tre movimenti (Twilight glow, Interlude, Mystic River) di una serena e cantilenante iridescenza, abbastanza nuova per il tenore espressivo sempre molto assertivo del compositore di Osaka. Il quale, nel corso del concerto, ha illustrato l’origine davvero concreta delle suggestioni sonore legate ai titoli – un’allusione erotica, il ricordo di un tempio di Arashiyama… Ma anche una canzone popolare coreana in Arirang Fantasy, nostalgica e danzante, o la figura di una creatura immortale del pantheon buddhista, dal volto umano e il corpo di uccello molto presente nell’arte classica giapponese, in Kalavinka (2006).

Fra chiacchiere e musica il pianista Hiroaki Ōi ha affrontato con la solita carica e precisione un programma da peso massimo, e sulla sua stazza e conseguente forza sono state scambiate alcune divertenti battute. Il pubblico è rimasto compatto anche per i tre bis, quasi estensione del programma (trascrizioni da canzoni dei Beatles, immancabili nel repertorio di un compositore giapponese! e da una canzone di Takemitsu) e anche per un bicchiere di vino, offerto da Takada nella migliore tradizione dei salotti. Molti dei brani in concerto sono stati incisi da Bruno Canino, maestro di Ōi, nel cd “Bruno Canino plays Akira Nishimura” che uscirà nell’agosto di quest’anno; come sarà l’interpretazione di Canino di Opalesque Sonata e Mystic Bell?


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L'autore: Luciana Galliano

Musicologa e studiosa di estetica musicale, ha coniugato un approfondito interesse per la musica contemporanea con una speciale attenzione alla musica contemporanea giapponese. Ha a lungo insegnato Antropologia Musicale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha collaborato con Luciano Berio per le ricerche musicologiche delle sue Norton Lectures (1993); collabora con le maggiori riviste musicologiche e con diverse istituzioni musicali tra cui CHIME (European Foundation for Chinese Music), i Festival MilanoMusica e MiTo, TextMusik. Responsabile della sezione musicale per il CESMEO (Istituto Internazionale di Studi Asiatici Avanzati), è corrispondente dall’Italia per alcune riviste musicologiche giapponesi. Ha partecipato ad innumerevoli convegni internazionali e tenuto conferenze in molte università italiane, giapponesi e americane. Ha pubblicato articoli su riviste scientifiche, contributi a volumi con Olschki, EdT, Guerini, Bärenreiter; i libri Yōgaku. Percorsi della musica giapponese nel Novecento (Cafoscarina 1998; ed. inglese: Yōgaku. Japanese Music in Twentieth Century, Scarecrow 2002); Musiche dell’Asia Orientale (Carocci 2004), The music of Jōji Yuasa (Cambridge Scholars Publ. 2011).

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