Ein deutsches Requiem, le tensioni maestose di Manfred Honeck


Atteso ritorno del direttore austriaco sul podio dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Ottime la prove di Matthias Goerne e Christiane Karg


di Simone Caputo foto Musacchio & Iannello


IL DIRETTORE AUSTRIACO MANFRED HONECK torna sul podio dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con la quale ha presentato sabato 14 (quando l’abbiamo ascoltato) e martedì 17  un monumento di spiritualità laica quale Ein deutsches Requiem op. 45 di Johannes Brahms. Composta tra il 1854 e il 1868, l’opera appartiene alla prima fase creativa di Brahms. L’idea originaria di questo grande affresco risale al 1856, anno in cui morì l’amico Schumann; il progetto definitivo prese invece forma probabilmente dopo la morte della madre di Brahms, avvenuta nel febbraio del 1865. La prima esecuzione quasi completa del Requiem ebbe luogo nel Duomo di Brema il venerdì Santo del 1868: “tedesco” perché i brani in cui si svolge non sono quelli canonici della messa latina, ma quelli che Brahms, nella sua singolarità di uomo e musicista, scelse dalla Bibbia tradotta da Lutero, dando a ciascun movimento sostanza poetica.


E il vostro cuore tornerà gioioso. Ein deutsches Requiem


Nella composizione si fondono la solennità storica del passato – Bach e le sue Passioni – e la voce romantica contemporanea, l’austerità germanica, le ombre legate alla quotidianità dell’uomo: Brahms realizza un’opera corale che riflette la concezione protestante della morte, del tutto lontana, ad esempio, dalla dimensione spettacolare di un Requiem come quello di Berlioz, di pochi decenni precedente. Il risultato è un affresco di grande intensità, che sembra fare tesoro delle precedenti esperienze del Begräbnisgesang (Canto funebre) op. 13 e della cantata Rinaldo op. 50. I primi tre cori descrivono le miserie e la fragilità della vita terrena, introducendo temi quali la speranza nella bontà divina e l’attesa del giorno della resurrezione. Gli altri quattro evocano invece la luce della vita eterna e la pace del Paradiso che porrà rimedio alle sofferenze patite in terra.

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L’organico è quello tipico del grande oratorio romantico, ma privo di alcuni dei suoi caratteri peculiari: la dimensione del racconto, le arie, l’azione. L’apice drammatico, rappresentato nella messa latina dal Dies irae, è in parte presente anche nel lavoro di Brahms, ma stemperato nel quadro iniziale, «Beati coloro che sono afflitti»: l’opera incomincia e finisce in pianissimo, sulla stessa parola «Selig» (beati), segnale di una speranza di pace tutta futura, cantata a fior di labbra dal Coro dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, vero protagonista del Requiem tedesco, che si distingue per la cantabilità mai vuota e ricca di sfumature. Brahms innalza grandi costruzioni polifoniche e fughe in stile classico, che si rarefanno per disvelare una lirica spiritualità immediata, generando così una seria di trapassi che sono resi senza accademismo dall’Orchestra. Accanto all’atteso clou espressivo rappresentato dal secondo coro, scandito dal pulsare dei timpani e impreziosito dal corale ieratico, «Poiché la carne è come l’erba», va rimarcata l’esecuzione, correttamente a fuoco tra tono arcadico e contemplativo, del quarto coro, «Come sono dolci le tue dimore, Signore», canto di gioia e lode, centro luminoso del Requiem, caratterizzato dalla mirabile arcata dei soprani – puntuale e calda nella versione del Coro dell’Accademia – e dall’incedere leggero e trasparente dell’Orchestra.

La direzione di Manfred Honeck, dal gesto morbido, a tratti dedita a tensioni maestose, più spesso netta, sobria e lontana da compiacimenti retorici, è votata alla ricerca di un equilibrio – quasi sempre trovato – tra la natura affettiva del lavoro e la sua forza narrativa; egli domina con puntualità le grandi code corali del secondo e sesto coro, e ricerca, per la fuga doppia che chiude il terzo coro, un suono che sia più brahmsiano che bachiano, come invece inteso da altri che in passato hanno condotto il Requiem. La direzione di Honeck è riscaldata dalle voci: corretta quella del baritono Matthias Goerne, capace nel VI coro di sostenere il superiore peso orchestrale, ma che – va al contempo detto – forse dimenticherà chi ha ben presente la superba prova di Fischer-Dieskau, nella storica registrazione di Klemperer; timbrata, udibile ed elegante, quella della giovane soprano Christiane Karg, che esprime nel quinto coro, in maniera convincente e ispirata, la voce stessa della speranza. Speranza che, nel finale dell’opera, quando le luci si attenuano per dare spazio a un senso di pacata serenità, le voci del doppio coro trasformano in maniera incisiva e commovente in promessa di beatitudine.

Matthias Goerne

Matthias Goerne

Mentre lunghi e convinti applausi omaggiano Honeck e i suoi compagni di viaggio per aver proposto la partitura brahmsiana nella sua bellezza e profondità, corridoi e sale dell’Auditorium Parco della Musica di Roma sono attraversati da centinaia di visitatori richiamati dalla Festa del Libro e della Letteratura “Libri come”, in un pomeriggio in cui si intrecciano i percorsi di appassionati di libri e musica; vale perciò la pena, in conclusione, accompagnare l’invito all’ascolto di Ein Deutsches Requiem con quello alla lettura di un breve racconto, in cui compare anche Brahms, e che porta lo stesso titolo dell’opera musicale: Deutsches Requiem di Jorges Luis Borges, dalla raccolta L’Aleph del 1949.


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L'autore: Simone Caputo

È Dottore di Ricerca in Storia e Analisi delle Culture Musicali. È docente a contratto di Storia della musica all’Università dell’Aquila, collabora con il Dipartimento di Musicologia dell’Università di Roma “La Sapienza” ed è redattore per la sezione musica del Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani. Oltre che di musica, ama scrivere di società, media e web 2.0. Collabora da marzo 2015 con Il Corriere Musicale

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