Alberto Colla: «Sono convinto che i nostri siano tempi di sintesi»


Il ponderoso Trattato di armonia moderna e contemporanea scritto dal compositore con finalità didattica, di prossima pubblicazione: nuove prospettive storicistiche e analisi delle tecniche e delle teorie, da Bononcini a Partch, con e oltre Schönberg e Hauer. Ne abbiamo lungamente parlato con l’autore


di Marco Testa


ALBERTO COLLA, alessandrino, classe 1968, compositore e docente di composizione presso il Conservatorio di Sassari, è personalità dai vasti interessi, anche in ambito extramusicale. Tutto ciò non può che riflettersi pure sulla sua produzione, tanto nella sua veste di compositore che di teorico.

Proprio in questi mesi è in corso di stampa, per l’editore Carisch, il suo Trattato di armonia moderna e contemporanea. Si tratta dunque di un trattato o di un manuale? La domanda fa riferimento anche al fatto che nella nuova edizione italiana dell’ Harmonielehre di Schönberg, per i tipi de Il Saggiatore, si è preferito interpretare quel titolo non più come “manuale”, ma per l’appunto come “trattato”. Contestualmente, il suo lavoro come può essere inserito e catalogato? E quale l’elemento di novità che esso contiene?
«La mia opera indaga le tecniche compositive armoniche degli ultimi cento-centoventi anni. È un testo ponderoso e approfondito, di circa settecento pagine divise in due volumi. Per questo lo definisco Trattato. Innanzitutto è un lavoro che va a colmare un vuoto editoriale, vuoto quasi imbarazzante se si considera che pressoché tutti i manuali e trattati di armonia si limitano all’armonia tonale. Sono davvero pochi quelli che si spingono oltre: i più recenti arrivano a illustrare la dodecafonia schönberghiana o poco più, ma con falle spaventose per quanto riguarda innumerevoli tecniche, dimenticate se non persino ostracizzate perché non in linea con le “mode del momento”.


Perché gli accadimenti armonici si sono sviluppati proprio in quel modo? Perché i compositori hanno compiuto specifiche ricerche? A quali risultati sono approdati? Dove si trovano eventuali punti d’incontro? Queste e molte altre sono le domande da soddisfare. Possiamo riscontrare similarità tra autori che nemmeno si conoscevano, come nel caso del milanese Roberto Lupi e dello statunitense Harry Partch


Spesso si parla di armonia ragionando per dogmi e tralasciando cause ed effetti ben più importanti. Manca poi una visione d’insieme, una teoria unificatrice. Il rischio è, insomma, quello di parcellizzare e non sviscerare l’argomento, concentrandosi su pochi aspetti accademici a discapito dei molti argomenti desumibili dal repertorio e dagli scritti speculativi originali dei compositori. Buona parte delle teorie da me trattate sono state rispolverate dall’oblìo. Lo sforzo più grande è stato quello di raccoglierle e salvarle dall’estinzione.»

Il Trattato aspira a essere uno strumento utile per i musicisti, oltre che per gli studenti di composizione.
«Sono convinto che questo lavoro possa costituire un riferimento utile sia per i compositori che per gli esecutori, anche perché non avrebbero molti altri riferimenti: lo ribadisco, non conosco null’altro di simile nell’attuale panorama editoriale. Lo scorso anno in Francia è uscito un testo musicologico enciclopedico che raccoglie saggi di una sessantina di autori e che tratta tematiche affini, ma è altra cosa e non si propone una finalità didattica. Il lavoro francese presenta inoltre il rischio di fornire un puzzle di interventi relativamente poco correlati tra loro, a discapito di una visione complessiva coerente, mentre ben diverso è tentare una simile impresa da soli, cercando di tendere a un’unità, provando a dare delle risposte: insomma, perché gli accadimenti armonici si sono sviluppati proprio in quel modo? Perché i compositori hanno compiuto specifiche ricerche? A quali risultati sono approdati? Dove si trovano eventuali punti d’incontro? Queste e molte altre sono le domande da soddisfare. Possiamo riscontrare similarità tra autori che nemmeno si conoscevano, come nel caso del milanese Roberto Lupi e dello statunitense Harry Partch. Lupi e Partch hanno creato strutture molto simili, gravitando su concetti analoghi e producendo due teorie datate pressoché lo stesso anno nonostante si trovassero l’uno in California, l’altro in Italia. E come loro altri: la dodecafonia non è nata solo con Schönberg, ci sono stati almeno quattro autori (tra cui Hauer) che in quegli anni hanno cercato di risolvere lo stesso problema in modo diverso. Le tecniche haueriane sono molto più efficaci di quelle schönberghiane, eppure misconosciute. E che dire dello spettralismo contemporaneo di Tenney negli Stati Uniti e di Grisey in Francia? A volte i concetti musicali passano oltre la coscienza delle persone, oltre la storia, per riemergere in modo inaspettato, anche contemporaneamente e in luoghi lontani. Ed ecco che due compositori che neppure si conoscono scrivono lo stesso tema o, appunto, due teorici ignari l’uno dell’esistenza dell’altro elaborano una dottrina analoga.»



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L'autore: Marco Testa

Cresciuto nell'isola di Sant'Antioco, vive e lavora a Torino. Storico e archivista-paleografo (lavora principalmente per l'Archivio di Stato del capoluogo piemontese), ha affrontato studi musicali, principalmente pianistici, sin dalla tenerà età. Già collaboratore della cattedra di Bibliografia musicale del Conservatorio 'G.Verdi' di Torino, è attualmente docente (guida all'ascolto/storia della musica) presso l'Accademia Stefano Tempia. Collaboratore dell'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte, dal 2016 cura e modera le conferenze di 'Around EstOvest' nell'ambito del festival di musica "EstOvest". È autore di saggi e articoli d'interesse storico e musicologico e scrive su 'Il Corriere Musicale' dal gennaio 2015.

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