Helmut Lachenmann, da Beethoven a Nono


Il compositore tedesco, Leone d’oro alla carriera, ha incontrato i giovani studenti del festival HighScore di Pavia


di Stefano Cascioli


LO SCORSO UNDICI AGOSTO l’Istituto Superiore di Studi Musicali “F. Vittadini” di Pavia ha avuto l’onore di ospitare una conferenza tenuta da Helmut Lachenmann. Essa ha rappresentato il momento di spicco dell’edizione 2015 del festival HighScore, una vasta manifestazione creata nel 2010 dal produttore esecutivo Paolo Fosso e dal compositore Giovanni Albini, che offre numerosi appuntamenti, tra cui masterclasses, concerti e varie lectures, incentrati sulla produzione e sullo studio della musica moderna e contemporanea.

Lachenmann giunge presso l’Istituto accompagnato da alcuni organizzatori del festival. Pantaloni chiari e giacca bianca, accoglie gli studenti con un caloroso sorriso, stringendo loro la mano e scambiando già alcune parole in tono confidenziale. Inizia a parlare all’audience prevalentemente americana, ma non parte dalla musica sua (ne parlerà pochissimo), bensì dall’ascolto dei Cinque pezzi per orchestra op. 10 di Anton Webern, a cui ha fatto seguito l’analisi dettagliata del quarto di questi brani (è possibile leggere l’analisi del IV° nei Quaderni di musica nuova, n. 3, Torino, Compositori Associati, 1989). La scelta di partire da Webern non è casuale: esso è stato uno dei compositori di riferimento della scuola di Darmstadt, e molti avanguardisti dell’epoca si ispirarono alla sua scrittura compatta ed ermetica per sviluppare quello che i musicologi avrebbero di lì a poco chiamato serialismo integrale.

L’ottantenne compositore di Stoccarda parla senza interruzioni per più di due ore, alternando appunti sulla lavagna a spiegazioni al pianoforte, citando Beethoven, in particolare suonando alcune parti del Quartetto per archi op. 74, prendendolo d’esempio come brano “moderno” per il suo sviluppo innovativo del ritmo, Wagner e Luigi Nono, con il quale ha studiato a Venezia dal 1958 al 1960, ma ha anche raccontato aneddoti ed esperienze della sua vita, che non hanno di certo annoiato il pubblico presente.

Numerosi sono stati gli insegnamenti di Lachenmann ai giovani compositori del corso, ma su uno in particolare ha posto l’accento: la libertà di scrittura, fattore imprescindibile per la musica contemporanea. Non ci devono essere limiti all’estro, né bisogna preoccuparsi degli stili che fanno maggior presa sul pubblico; durante la composizione di un brano bisogna essere se stessi, ed essere convinti di quello che si fa. Lo stesso Lachenmann, alla domanda di uno studente che era incuriosito circa i suoi procedimenti compositivi, non ha potuto rispondergli con una definizione netta, bensì gli ha elencato vari processi di scrittura che si possono utilizzare, ma nessuno esclude l’altro a priori. La musica è un insieme di tanti aspetti e sta al talento e al gusto del compositore saperli mescolare in modo personale ed artistico. Per quanto riguarda la sua produzione, ha parlato soprattutto dell’opera Ein Kinderspiel, una serie di sette piccoli brani per pianoforte datati 1980. Egli ha tenuto a precisare che essi, nonostante il titolo, non siano affatto brani per bambini, ma anzi necessitino di una forte maturità artistica. Con questi brani Lachenmann ha sperimentato un nuovo modo di far suonare il pianoforte, partendo però da un materiale tradizionale e apparentemente semplice. In particolare, si è soffermato sul primo dei sette pezzi, spiegando che l’intero brano non è altro che una scala cromatica discendente che percorre l’intera estensione del pianoforte, ma che, usata in un certo modo e con certi timbri, suona in modo del tutto singolare, creando all’ascolto un effetto suggestivo.

Quella di Helmut Lachenmann, non è stata solo una lezione di musica, ma anche una lezione di vita. La serenità e la confidenza che ha mostrato sin dalle prime battute non ha abbandonato il pubblico nel corso della conferenza, ma anzi è accresciuta nei momenti successivi, quando la maggior parte dei ragazzi scalpitava per chiedergli una foto, piuttosto che un autografo o semplicemente per congratularsi con lui. Ed egli non ha disdegnato nessuno, concedendo ad ognuno il giusto tempo, con lo stile e la gentilezza che ha mostrato non solo durante la lezione, ma anche nel corso del concerto serale, che ha visto l’esecuzione di brani di alcuni allievi dei corsi.


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L'autore: Stefano Cascioli

Laureato in violino (109) e composizione (110 e lode) presso il Conservatorio di Udine, si specializza in pianoforte a Trieste, conseguendo la laurea di secondo livello col massimo dei voti e lode. Premiato in numerosi concorsi nazionali ed internazionali, sotto la guida di Luisa Scattarregia prima e Massimo Gon poi, ha partecipato a numerose masterclasses con i maestri Andrea Carcano, Massimo Gon, Aldo Ciccolini e Paul Badura-Skoda, inoltre ha seguito nel 2014 i corsi tenuti da Robert Levin presso il Mozarteum di Salisburgo. Per il violino, deve la sua formazione ai maestri Annalisa Clemente, Helfried Fister, Stefano Furini e a Diana Mustea, con cui si è laureato. Parallelamente, si è dedicato allo studio del violino barocco e della prassi esecutiva filologica, seguendo i corsi tenuti da Enrico Onofri, Elisa Citterio ed Enrico Gatti.

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