L’omaggio di Salvatore Sciarrino per Alberto Burri


Al Festival delle Nazioni di Città di Castello, dedicato quest’anno all’Austria, la prima esecuzione assoluta di Trovare un equilibrio è necessario?, affidata al Quartetto Prometeo e l’integrale per flauto con Matteo Cesari


di Giampiero Cane


NELLA QUARANTOTTESIMA EDIZIONE del Festival delle Nazioni, che ha luogo in Umbria, a Città di Castello, quest’anno era di turno l’Austria. Trattandosi di musica verrà da pensare che non debbano esserci stati affatto problemi di repertorio, anzi, nella certezza che tra un Mozart e un Haydn, un Lehar e un Mahler, in una possibile esondazione di valzer straussiani e non, dove si fosse gettato l’amo un qualche pesce lo si sarebbe comunque pescato.

Ma Aldo Sisillo, direttore artistico della rassegna, “travestito da diavolo” ci ha messo la coda e ha pescato nel cappello, il nome di Sciarrino, siciliano di Palermo, sessantotto anni, che austriaco proprio non è, ma essendo musicista di raffinatissima educazione, deve aver fatta propria, tra altre cose, la cultura musicale dell’impero. Cadendo poi quest’anno sia  l’anniversario della nascita che della morte di Burri, grande nome dell’arte del Novecento e cittadino di quest’Umbria, si è dato vita a un connubio artistico, ospitando i due concerti dedicati alla musica di Sciarrino in una sala della più grande collezione pubblica di Burri, nel complesso degli ex seccatoi del tabacco.

La sala scelta era quella in cui, nella successione di nove tele si legge, se la si cerca, la scritta “NON AMA IL NERO” che nasce da un battibecco con un critico del colore di alcune opere di Burri. Essa risulta affatto consonante con le musiche per flauto di Sciarrino, con sommo merito eseguite nel pomeriggio di martedì scorso da Matteo Cesari, strumentista che vive a Parigi, molto apprezzato nel mondo musicale (quindi quasi ignorato in Italia).

Il gioco e la tensione tra i neri evidenziati dai grigi, o viceversa, nelle pitture di Burri trovavano una strana rispondenza nel contrapporsi di suoni armonici e di sonorità fortemente marcate dal fiato o dalle dita sul tubo dello strumento in solitaria nel silenzio della sala.

I dodici pezzi che costituiscono per ora l’integrale di Sciarrino  per il flauto sono stati proposti da Cesari (che li ha anche registrati) con grande libertà creativa, cominciando con il riordinarli indipendentemente dalla cronologia, ma seguendo i suggerimenti che venivano dalle musiche all’esecutore. Anche secondo Sciarrino, l’interprete così facendo è riuscito a dare loro un aspetto variato, inatteso che non disturbava affatto l’opera del compositore, ma anzi la portava un poco oltre, un po’ più avanti che non risultasse dal testo scritto.

Aprirei qui una parentesi per chiarire forse un po’: conversando col musicista sul tema dell’interpretazione e dell’apporto di questa al compositore è saltato fuori il nome di Nono. È un musicista che personalmente non amo granché, mi sembra generoso, ma anche facilone, trascinato e limitato da passioni ideologiche. Sciarrino non la pensa affatto così. Anzi contrappone alle mie affermazioni la convinzione che fosse un musicista particolarmente attento alla qualità sonora. Il suo è un  convincimento che fu anche di Giovanni Morelli e di Stefano Scodanibbio, due care persone alla cui amicizia non erano d’ostacolo divergenze d’opinione; per lui Nono magari faceva partire un suo pezzo un po’ improvvisando (lasciando che fosse improvvisato dagli strumentisti), ma poi vi tornava sopra, limando e rifinendo, proprio direi sulla base di quel che della “sua” musica era stato fatto dalle “pedine” ch’egli aveva mosso. Personalmente non saprei, ma mi sembra che Giancarlo Schiaffini abbia un pensiero più vicino al mio, e lui ha fatto parte dell’ensemble del veneziano e avrà pur suonato alcune pagine alla loro première, ma anche in ripescaggi.

Non c’è niente di strano e anche lo svolazzo di tromba che apre West End Blues di Oliver, siamo negli anni Venti, è nato dalla tromba di Armstrong, ma anche Oliver l’ha poi suonato e registrato perché serviva, portava avanti la sua musica, oltre quel che era nel foglio della musica a stampa precedente a Louis.

Tornando a Sciarrino e Burri e al Festival delle Nazioni, era stata tale la tensione per l’interpretazione cresciuta in corpo a Cesari che, all’atto di dar vita all’esecuzione pubblica dell’omnia flautistica di Sciarrino, lo strumentista ha dimenticato il lavoro svolto precedentemente per cercare la miglior posizione per ottenere il maggior corpo possibile dalla risposta ambientale alle sue emissioni. Aveva trovato una posizione in rapporto alle pareti che gli sembrava soddisfacente, ma entrato in sala per il concerto s’è messo dove gli addetti avevano posto il leggio, dimentico del lavoro svolto. Anche questo è un guardare avanti, forse, un opporsi al rifare.

Nella serata dello stesso martedì che aveva offerto il tour de force dell’integrale per flauto è stata presentata una nuova composizione di Sciarrino, affidata al quartetto Prometeo cui s’è aggregato il flauto di Cesari.  Alla domanda che egli stesso si pone, Trovare un equilibrio è necessario? –è il titolo del pezzo-,  Sciarrino stesso risponde che «l’artista interpreta la storia, legge la complessità del mondo», che «egli è tenuto a scegliere prospettive che altri non frequentano, altrimenti non raggiunge alcuna originalità, né si distinguerebbe dal contesto dove si trova a crescere».

Ne ricaviamo che “donne e buoi…” è incolta cultura folk.

Secondo Sciarrino «l’opera nasce inquieta e per questo dona, a chi lo sa cercare, il piacere della scoperta e della conoscenza». L’interprete che vi si applichi è il primo che, dopo l’autore, possa mettere a fuoco qualcosa di questo dono, magari non veduto ancora nemmeno dall’autore.

Naturalmente senza il flauto, il quartetto Prometeo (Giulio Rovighi e Aldo Campagnari, violini, Massimo Piva, viola, e Francesco Dillon, violoncello) ha aperto il concerto serale il quartetto op. 18 n.4 di Beethoven. Dopo Trovare un equilibrio, è necessario?, il quartetto ha affrontato un altro Beethoven, quello del quartetto n. 14 dell’op. 131, uno dei vertici del quartettismo dell’Ottocento, ma anche del quartettismo sic et simpliciter.  Al di là delle differenze di qualità che si possono individuare tra i due quartetti di Beethoven, in quest’occasione vien da dire che abbia avuto una certa influenza interpretativa su quello della 131 il fatto che l’ensemble avesse appena suonato la composizione di Sciarrino.

Certo il Beethoven della 131 non è perentorio come in tante sue altre pagine, ma qui l’oscuro della sua musica non s’è mai avvicinato al tempestoso. Nulla degli affetti romantici Sturm und Drang, ma una sorta di “grecità”, là dove il talento è solo una promessa, ma anche forse un’illusione, e serve invece la disciplina. Sciarrino mi sembra così: forse nemico degli effetti, ma forse solo sospettoso nei loro confronti. Il quadro te li scaraventa addosso, nel caso, senza preparazione alcuna, in qualche modo neutri, impotenti. E se ciò è vero, il Beethoven della 131 ne è stato condizionato positivamente, a scapito anche di quello dell’op. 18 che ci si chiede perché sia stata messa in programma.

Naturalmente ciò, per quel che vale, nulla ha tolto all’ultimo applauso per una giornata accolta dal pubblico con calore veramente grande.


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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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