Fabio Vacchi: «Tra pace e ambiente nel mio ‘Specchio magico’»


di Michele Manzotti


Uno spettacolo con un doppio palcoscenico. In sala la consueta rappresentazione. Nella Cavea, all’esterno, una perf0rmance diversa e complementare. Entrambe interagiranno l’una con l’altra grazie ai segnali video. Ma non è l’unico elemento di curiosità de Lo specchio magico di Fabio Vacchi, in prima mondiale sabato 7 maggio alle 20 nell’ambito del 79° Maggio Musicale all’Opera di Firenze. Il libretto è di uno scrittore di fama come Aldo Nove, poi nel cast c’è il rapper Millelemmi (Francesco Morini) e infine il writer Moby Dick (Marco Tarascio), si sposterà alla strada, da dove nascono le sue creazioni, per creare una scenografia legata alle note nella già citata Cavea. L’opera sarà diretta da John Axelrod con la regia di Edoardo Zucchetti. «La presenza di un impianto visivo – spiega Fabio Vacchi – è un elemento che appartiene alla tradizione. Poi c’è il legame tematico con il libretto, quindi l’arte murale va a completare gli elementi della cultura di oggi che hanno alimentato la mia partitura».

Ci sono altri aspetti di cui ha tenuto conto nella scrittura di quest’opera?
«Nella parte iniziale ci sono parti che ricordano la prassi madrigalistica, così come durante l’opera compaiono ariosi e arie vere e proprie. D’altra parte non si può non tenere conto della tradizione, creando sul niente».

La sua formazione è legata al periodo delle avanguardie…
«Dal quale ho ricevuto una lezione importante: quella del rigore nella scrittura musicale che rappresenta anche la sintesi di tutte le idee e ispirazioni. È anche vero che però ho cercato di ritrovare un rapporto con il pubblico che molti colleghi avevano deciso di troncare. Una scelta che aveva provocato incomprensioni anche se i tempi sono cambiati».

La storia è presentata come “un inno alla pace, alla difesa dell’ambiente, all’amore per ogni creatura”. Come si sviluppa?
«Con Aldo Nove abbiamo superato le idee aristoteliche di tempo e luogo anche se dall’antichità, con quattro tiranni l’azione si sposta nella Roma di Romolo narrata da Friedrich Dürrenmatt e nel  grazie a uno specchio, fino a oggi. Ci sono due momenti fondamentali, quello del lupo che nel West assiste alle lotte per la terra, e la comparsa nel finale del premio Nobel Aung San Suu Kyi come simbolo di pace».

Il rap come si innesta?
«C’è anche un altro interprete che canterà senza la voce impostata. Se vogliamo usare un neologismo quest’opera è caratterizzata da un Rapgesang, che ha in sé anche il termine Sprachgesang».

Come si è trovato con Axelrod, anzi come si è trovato Axelrod con questo suo lavoro?
«Molto bene, dato che abbiamo già collaborato altre volte tanto che si è instaurato un ottimo rapporto umano».


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L'autore: Michele Manzotti

Nato a Firenze nel 1960, è musicologo e giornalista. Dopo essersi laureato in Lettere nel 1986, ha collaborato con varie riviste, e ha insegnato storia della musica al Liceo musicale di Arezzo. Assunto al «Resto del Carlino» nel 1990, dal 1995 lavora a «La Nazione», dove attualmente è all'ufficio centrale. Nel 2002 in «Civiltà Musicale» è stato pubblicato il suo catalogo delle musiche non operistiche di Arrigo Boito. Dello stesso anno è l'uscita del libro Attilio Brugnoli-Il pianoforte e la sua mano (Polistampa, Firenze) con cd allegato con la prima incisione assoluta delle musiche di Brugnoli, compositore di cui ha poi raccolto l'opera omnia per l'Enap stampata da Laterza nel 2006. Cura inoltre tramissioni per l'emittente Rete Toscana Classica e collabora con gli Swingle Singers.

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