«Luci mie traditrici» di Salvatore Sciarrino a Bologna


L’opera in prima italiana al teatro Comunale. La regìa è di Jurgen Flimm e la direzione musicale di Marco Angius


di Giampiero Cane foto © Rocco Casaluci


Forse perché… Non direi sia il caso di iniziare così, anche se ogni incipit è un po’ un problema. Ma c’è qualcosa di elementare e chiaro che può essere detto subito: la scorsa settimana, al Comunale di Bologna, è andata in scena per la prima italiana una pièce di Salvatore Sciarrino, Luci mie traditrici, la cui prima rappresentazione, ovviamente all’estero, risale alla fine degli anni Novanta. Che cos’è? A mio parere un faticoso incanto sulla vicenda di un comportamento oggi piuttosto di moda, un uxoricidio (un femminicidio, ho la vaga impressione che dovremmo scrivere, forse per legge) l’assassinio della fedifraga moglie di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, una d’Avalos, credo commissionato, e direi quasi d’obbligo, o senza quasi, nel costume dell’epoca. Che oggi sia un po’ tutto diverso è ipotizzabile. Certo, “la sindrome d’Otello” fu per anni utilizzata per supplire all’inesistenza del divorzio, ma oggi? I matrimoni combinati probabilmente esistono ancora e forse sono quelli meno tormentati da questioni sentimentali. Però…



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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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