Meistersinger, Bösch-Petrenko alla Staatsoper di Monaco


di Gianluigi Mattietti


DADIV BÖSCH È UN REGISTA GIOVANE, nemmeno quarantenne, che si è avvicinato da poco all’opera, dopo tanto teatro. Dopo gli ultimi successi con TrovatoreLa piccola volpe astuta, Idomeneo, Mitridate, Elektra, Simon Boccanegra, si è cimentato con i Meistersinger alla Staatsoper di Monaco, affrontandola senza timori reverenziali, con un taglio tragicomico ma profondo, lontano da letture ideologiche, ma mai superficiale. Ha trasportato l’azione negli anni Cinquanta, in un’epoca di “ricostruzione”, in una periferia urbana degradata (un po’ alla Frank Castorf), trasformando la Festa di San Giovanni in una specie di Oktoberfest.

L’inedito mix di cultura pop e mediatica, di humour e di violenza, oltre a intercettare contraddizioni e problemi sociali anche della storia recente, generava una sorta di straniamento, accresciuto dai bei costumi di Meentje Nielsen, improntati a un certo eclettismo e privi di precise connotazioni storiche. Tra i vicoli e le impalcature di questa periferia si aggirava gente un po’ svitata, maestri eccentrici, apprendisti in calzoncini corti (che cantavano con microfono e atteggiamenti da discoteca), le ragazze in abiti floreali che sembravano uscite da Happy Days, i borghesi delle corporazioni in abiti tradizionali bavaresi. Pogner, boss del rione e sponsor della gara, arrivava in automobile, David si muoveva in scooter e in monopattino, Sachs lavorava in una roulotte scassata (con un’insegna al neon), dove ospitava Walther a dormire.



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L'autore: Gianluigi Mattietti

Docente di Storia della musica all'Università di Cagliari, autore di saggi e studi sulla musica del Novecento e contemporanea, collabora come critico musicale con le riviste Amadeus, The Classic Voice, Musica, Il Giornale della Musica, Golem informazione, Il Corriere Musicale.

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