Lucide illusioni: arte e musica in Brian Eno


77 Million Paintings e The Ship sono le nuove installazioni del musicista, produttore e artista visivo inglese, presentate a Mantova nel giardino dell’Esedra presso Palazzo Te


di Elisabetta Rossi


L’incontro ravvicinato con il musicista, produttore e artista visivo inglese Brian Eno, avvenuto lo scorso 25 giugno nella cornice del Giardino dell’Esedra di Palazzo Te, è stata l’occasione per riflettere sul significato dell’opera d’arte contemporanea in epoca digitale posta in dialogo con il contesto monumentale del Te. L’uso di elementi elettivi che riguardano la musica, l’immagine, il tempo, lo spazio, la luce, l’architettura, sono qui mediati dalla tecnologia – cifra distintiva dei suoi lavori da più di tre decadi – che diventa principio e fine, poiché «tutta l’arte è tecnologica. Se voi prendete, ad esempio, un pianoforte a coda, allora saprete che questo è un pezzo magnifico di tecnologia. Quindi noi possiamo cominciare a pensare ai pianoforti a coda, ai violini o alle pitture a olio, come pura tecnologia. O dovremmo iniziare a farlo. Il progresso nella tecnologia consiste nel fatto di aver sempre a che fare con qualcosa che è stato inventato per rispondere a un’esigenza specifica, ma gli artisti scoprono che quelle stesse conquiste tecnologiche, sono utili per creare qualcosa di completamente diverso.»


«Se noi osserviamo delle cose già viste mille volte, ma disposte e organizzate poi in modo diverso, allora avremo la sensazione di trovarle magnifiche». Brian Eno


Brian Eno, passa a un esempio pratico spiegando che il microfono «è stato inventato per rendere le vostre voci più potenti. Ma cosa è accaduto nel momento in cui i cantanti sono diventati consapevoli della possibilità di amplificare la loro voce data da questo strumento? Hanno potuto modulare il volume del loro timbro in modo molto più calmo, aprendo a nuove prospettive. Se voi ascoltate le prime registrazioni vocali, noterete che i cantanti si trovavano a una maggiore distanza dal microfono, perciò cantavano con più sforzo. Poi, negli anni ’30 e ’40, la distanza con il microfono si è accorciata, quindi i cantanti potevano esplorare sfumature vocali altrimenti impossibili prima di allora. Tutte le nuove tecnologie vengono create per essere utilizzate in modi nuovi. Quello che più mi piace è quindi poter scoprire le cose che possiamo fare solo ora con certa tecnologia, e che allora non era possibile realizzare, o cose che semplicemente non sono state mai tentate prima.» D’altra parte, la voglia di sperimentare nuove strade ha portato Eno a collaborare negli anni con artisti quali George Brecht, Robert Fillion, Mimmo Paladino e James Putnam.

Riferendosi al suo intervento a Palazzo Te, l’artista dichiara che «accade solo in Italia che io possa intervenire su questi spazi monumentali, perché è un paese che ne presenta tantissimi. Invece, nei siti in cui sono intervenuto in altri paesi, si è trattato perlopiù di sale cinematografiche, talvolta delle chiese, o più spesso dei vecchi magazzini industriali» aggiungendo «per me non è necessario lavorare all’interno di spazi storici o monumentali per riuscire a realizzare un’installazione musicale» e ancora riferendosi  alla fabbrica di Giulio Romano dice «certamente, in questo caso, si tratta del luogo più bello del mondo!»

La presenza dell’artista all’evento si è dunque rivelata importante per comprenderne la qualità del pensiero, ma anche l’iter della progettazione e dell’elaborazione di un linguaggio visivo e sonoro che, nelle sue intenzioni, intende catturare la riflessione di un ampio ed eterogeneo pubblico. In effetti, Brian Eno ha presentato a Mantova due lavori antitetici fra loro, sebbene convergano, con premesse e funzionamento diversi, sul rapporto tra ambiente e composizione musicale: il filo conduttore rimane tuttavia la stimolazione uditiva in entrambi i casi.

Il primo, The Ship, viene definito come “sonorizzazione scultorea” che sfrutta al massimo i locali seicenteschi delle Fruttiere di Palazzo Te. L’installazione articolata da suoni, ronzii, melodie, raggi cromatici e altoparlanti di epoche diverse – disposti in modo da conferire loro un aspetto totemico che rimanda al feticcio artistico – introducono gradatamente lo spettatore che, muovendosi in questo ambiente, percepisce dapprima la voce dell’artista, per poi riconoscere David Bowie, i King Crismon e Robert Wyatt. Di nuovo, compare la voce di Eno che chiude il percorso cantando una cover dei Velvet Underground, I’m set free, tratta dal suo ultimo disco, uscito il 29 aprile scorso, da cui questa installazione prende il nome.

The Ship | Foto © Daniele Pontiroli

The Ship | Foto © Daniele Pontiroli

The Ship, rappresenta in definitiva una scultura sonora tridimensionale che affronta il tema della morte, dell’oggetto neutro che viene personalizzato dall’esperienza soggettiva, entro cui coinvolgere tutto il corpo e l’emotività di chi guarda e ascolta, sulla quale l’artista rivela di aver «sviluppato l’opera nell’arco di due anni, sottoponendo i progressi raggiunti a diverse persone con cui collaboro abitualmente. Quando sono giunto a una versione avanzata di questo lavoro, ho invitato duecentocinquanta persone nel mio studio di Londra, affinché potessero ascoltare e lasciare un’impressione su un diario che ho messo loro a disposizione. Perciò devo ammettere di aver ricevuto molti input per questo lavoro.»

Il secondo intervento, quello più spettacolare, ripropone la sua 77 Million Paintings a rivestimento della facciata delle Pescherie giuliane grazie alla tecnologia del video-mapping, accompagnata da una nube musicale avvolgente, rarefatta, dilatata nei tempi del suono e dell’immagine. L’opera, originariamente creata nel 2006 per essere poi commercializzata l’anno successivo in una versione software da installare in un qualsiasi computer personale, viene declinata in forma monumentale solo in anni recenti, come nel caso di Rio de Janeiro e di Sydney.

77 Million Paintings. Foto © Gian Maria Pontiroli

77 Million Paintings | Foto © Gian Maria Pontiroli

Quest’ultima opera ha suscitato le reazioni più forti nel folto pubblico accorso nella serata di sabato. Grazie a questa esperienza collettiva, si è potuto misurare in presa diretta ciò che viene definito nelle scienze che si occupano di economia dell’arte – o molto più spesso di marketing culturale – il parametro riferito al grado di engagement (Tapscott, 1999), cioè il grado di coinvolgimento che l’opera d’arte esercita sullo spettatore, prima ancora che quest’ultimo ne abbia afferrato un senso. Ed è in quest’ottica che dovremmo domandarci sempre, e con massima sincerità, quanto e per quanto tempo siamo disposti a lasciarci coinvolgere da un’opera d’arte, prima cioè di esprimere un giudizio di valore sulla stessa.

In effetti, per provare a capire la dimensione intellettuale in cui si muove Brian Eno – piuttosto restìo nel discutere imprese passate, poiché gli interessa parlare soprattutto del qui e ora – è necessario considerare i suoi interessi che vanno dalla cibernetica rapportata all’arte (Ascott, 1966), alla fisica, fino alla logica, sfiorando elementi della cultura classica.

Le sue prime sperimentazioni, volte a rendere pittoricamente le immagini elaborate con dispositivi tecnologici, risalgono alla sua partecipazione alla quarantaduesima edizione della Biennale di Venezia (1986) con l’opera Calypso and Living Room, dove egli già definiva video paintings le immagini generate e proiettate da un commutatore luminoso.

Brian Eno firma autografi, Foto © Daniele Pontiroli

Brian Eno firma autografi | Foto © Daniele Pontiroli

Non è sfuggito il fatto che 77 Million Paintings richiami, seppur timidamente, quella cultura degli “apparati effimeri” usati per le feste nelle corti rinascimentali italiane. Palazzo Te è un mirabile esempio di residenza destinata allo svago della corte, commissionata da Federico II Gonzaga a Giulio Romano (1525-35). Quest’ultimo, geniale allievo di Raffaello e prototipo di architetto, pittore, urbanista, scenografo e artista cinquecentesco, grazie alla sua mirabile interpretazione dei miti tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, rese Mantova «la sede principale della pittura mitologica» (Burckhardt, 1992). Osservare il sito giuliano, definito anche “Palazzo dei lucidi inganni” per via delle stupefacenti invenzioni pittoriche (Sala dei Giganti), immerso nelle visioni interiori di un musicista dei nostri giorni, ordinate secondo principi fisici, matematici e cromatici, rimanda a delle riflessioni ancor più intriganti. Ad esempio, che cosa rappresenta il meraviglioso nella musica e nelle arti visive per Brian Eno? L’artista ha risposto dicendo che «questa è una domanda molto vasta, ed è la stessa a cui gli artisti cercano di rispondere da almeno seicento anni! Proverò a dare una risposta usando una premessa per me fondamentale: credo che il “meraviglioso” abbia sempre una connessione emotiva con l’economia. Se noi osserviamo delle cose già viste mille volte, ma disposte e organizzate poi in modo diverso, allora avremo la sensazione di trovarle magnifiche» e aggiunge per meglio chiarire il suo pensiero che «il primo artista a cui mi sono interessato in gioventù era Piet Mondrian: una delle ragioni per cui amavo così tanto le sue opere era dato dal fatto che le sue immagini erano semplici, tanto che avrei potuto riprodurle anch’io. Perciò quando avevo undici anni ho iniziato a dipingere delle copie delle opere di Mondrian, ma non erano belle come gli originali! O ancora, ad esempio, se lei pensa a un qualsiasi brano musicale, a uno dei grandi temi musicali che ci appare meraviglioso, come quelli di Beethoven, allora qual è la differenza tra una bellissima melodia e una che invece è orrenda? Qual è la differenza tra un pezzo di pane buonissimo e uno immangiabile? Tenga presente che entrambe le situazioni partono dagli stessi “ingredienti”. Per me, parte fondamentale del “meraviglioso” è il mistero che si nasconde in esso, è il capire in che modo è stata realizzata una cosa che crea grande stupore.»

L’economia a cui fa riferimento Eno viene certamente chiarita dal concetto che sottende l’arte e la musica generativa, di cui è pioniere e interprete, come anche dal funzionamento stesso dei 77 Million Paintings: «ho lavorato su di un numero di almeno 400-500 immagini. Dovete immaginare che il computer fa avanzare questa installazione mescolando continuamente quelle immagini immesse nel suo circuito, che sono dati. Perciò quello che il software compie è l’azione di estrarre nuove combinazioni di immagini; esistono così tante possibili combinazioni che nemmeno io potrò mai vederle tutte, e naturalmente non so quali vedremo stasera! L’unica cosa certa è che queste saranno delle nuove combinazioni anche per me, a meno che io non sia molto, molto fortunato, perché le chances che le immagini si ripetano, equivalgono a settanta milioni di possibilità!»

L’invito di Brian Eno, in definitiva, è quello di osservare un cosmo fatto di immagini e suoni che dalla natura si sono evolute attraverso la tecnologia, per approdare all’ambiente del computer, dove questi elementi, riformulati da un processo logico, assumono un valore di gioco, arte, utilità e tecnica, richiamando quei processi e quelle associazioni mentali che hanno sotteso, ad esempio, anche alle Kunstkammern di epoca moderna (Bredekamp, 2006). La differenza tra quella società moderna e il nostro quotidiano consiste nel grande potere che l’immagine e la musica hanno acquistato nel frattempo, e che solo attraverso la cultura del computer è stato possibile abbattere molti limiti, gli stessi che ne impedivano le applicazioni di cui solo oggi possiamo apprezzarne pienamente i vantaggi.

La mezzanotte è scoccata. La lucida illusione a cui abbiamo assistito è svanita nel nulla come un sogno, lasciando il posto allo splendore delle linee giuliane e degli affreschi nella Loggia di Davide. Brian Eno ha esposto regolarmente le sue opere in alcune tra le più prestigiose istituzioni d’arte internazionali come il Walker Art Center di Minneapolis, il Contemporary Arts Museum a Houston, il New Museum of Contemporary Art di New York City, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Museo dell’Ara Pacis a Roma, il Centre Pompidou di Parigi, l’Institute of Contemporary Art a Londra, la Reggia della Venaria di Torino, le Biennali di San Paolo e di Venezia.


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L'autore: Elisabetta Rossi

Consegue la specializzazione in Storia delle Arti e Conservazione dei Beni Artistici presso l'Università Ca' Foscari di Venezia con una tesi dedicata all’interazione tra musica e arti visive in epoca contemporanea. Partecipa ai progetti accademici sperimentali per il Museo di Punta della Dogana di Venezia, cui farà seguito un’intensa attività di progettazione e sviluppo relativo alle tecnologie avanzate applicate alle collezioni d’arte permanenti e alle esposizioni d’arte, alla ricezione di nuovi approcci curatoriali, alla gestione, comunicazione e produzione di contenuti multimediali. Attualmente è impegnata in una indagine sulla pittura italiana del Secondo dopoguerra, nonché all'ideazione e alla produzione transmediale.

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