Duo Capuçon-Ducros, mattatori a Città di Castello


di Giampiero Cane foto © Monica Ramaccioni


DOPO UN CONCERTO di Renaud Capuçon e Jérôme Ducros – i due avevano suonato musica di Mozart, di Ravel e di Strauss (Richard è ovvio) – qualche perplessità serpeggiava tra gli esperti, tre gatti di numero, ma non in sala. Il pubblico, più o meno anonimo, pareva entusiasta, stregato al punto da sopportare un bis con musica di Massenet, da Thais, e da chiederne ancora; ma tra gli addetti correva voce che il duo di violino e pianoforte non avesse eseguito la musica dei tre autori indicati, ma un qualcosa di proprio, forse la loro trasformazione di quel che era in programma.

La questione che si pone a questo punto è su che cosa sia un’interpretazione. Non dovrebbe essere difficilissimo porre le basi di una risposta, e direi che sia facile per tutti capirla se ce ne usciamo dal territorio musicale che, chissà perché, è un riservato dominio, e ne parliamo un momento in rapporto a qualcosa di più comune esperienza e conoscenza anche se fosse solo limitata.



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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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