Bologna Modern, le direzioni della contemporaneità


Si è concluso il festival dedicato ai suoni del nostro tempo, realizzato artisticamente dal Teatro Comunale con la Fondazione Musica Insieme


di Giampiero Cane


UNA RASSEGNA di una mezza dozzina di concerti di musica soprattutto del Novecento, per la quale il Comunale di Bologna s’è alleato con Musica Insieme. L’hanno chiamata Bologna Modern, sottolineando con una a in meno l’estrema modernità del vecchio inglese; la cosa dovrebbe promuovere l’attività del Comunale, che “modern” non è da generazioni, usando la nuova sigla TCB, che avrebbe  lo svelto carattere Usa (e getta) del parlar per sigle. Ok? Ok, ma TDC andrebbe bene?

Comunque ci fosse stata una standing ovation al primo concerto cui abbiamo assistito, il secondo del calendari etto, sarebbero scattate in piedi come un sol uomo una cinquantina di persona, una qui, una là, smarrite nel vuoto. Forse non s’era sentita in città la diana suonata dalle grancasse del ponte di comando. O, meglio, per ottenere che un pubblico che non le richiede, non le conosce, non le ama accorra ad applaudire musiche che non capisce, che forse mai capirà, il sovrintendente del TCB dovrebbe far staccare col biglietto un buono-pasto e/o discoteca o comunque un qualcosa per farsi dire Si.

È naturale che ci sia una ragione pregiudiziale nel giudicare concettualmente in contrasto le idee di modernità e di tradizione. Le forme di comunicazione collettive che si fondano sul folk, cioè sulle abitudini anche espressive di un insieme, le credenze di una razza, un popolo coi suoi  usi, le costumanze,  non hanno nessuna possibilità, se non progetto mentale, di appartenere alla modernità. Intendo affermare che solo per beffa o mimesi, ma non per partecipazione si può prendere l’uso comune e pensare di usarlo per risolvere le problematiche dell’esserci oggi, in un tempo che non ha nulla a che fare con quel che abbiamo d’attorno, in uno spazio che è solo asservito ai resti medievali che opprimono di noia, con le favole tramandata da nonna in nonna, che rendono  ingrato l’abitabile.



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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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