Ian Bostridge, asciutta schubertiade al Bologna Festival


di Francesco Lora foto © Simon Fowler


Un festival nel festival nel festival: il gioco di scatole cinesi parte dalla grande macchina del Bologna Festival, porta d’ingresso privilegiata ai concerti di larga scala nel capoluogo emiliano; prosegue con la sua consueta rassegna autunnale, “Il nuovo – L’antico”, dedicata al repertorio contemporaneo e (sempre meno) a quello rinascimentale e barocco; termina nel ciclo “Ritratto d’artista”, che quest’anno si è concentrato, per tre serate concertistiche, sul tenore inglese Ian Bostridge e in particolare sulla sua dedizione a Franz Schubert: Sala Bolognini del Convento di S. Domenico (un luogo amato da Claudio Abbado come studio per i suoi ultimi dischi), 16, 18 e 20 novembre. Alto, rigido, impassibile, mezza età varcata, Bostridge non è più il folletto occhieggiante dalle copertine dei primi CD; reca non tanto l’esperienza professionale e l’approfondimento tecnico quanto la maniacale stabilità della lettura interpretativa. La voce è in sé povera d’armonici e smalto, modesta nel volume, affaticata nell’estensione quando non concorrano il volontario sbiancamento del registro acuto o l’arrochimento di quello grave: ciò in faccia alla continuità timbrica e nel contempo a un timbro non inconfondibile. La monotonia della modulazione e le posture assunte medesime (quel rizzarsi sulle punte dei piedi, quel protendersi a mento alto e gola tesa) parlano a loro volta di una tecnica volonterosa ma non a prova di melomane; parlano, per meglio dire, di un cantante che si accontenta delle proprie risorse meramente vocali, con una punta di eccentrica vanità, là dove altri liederisti hanno profuso patrimoni straordinari, e che coltiva le proprie risorse perlopiù nell’indagine fonetica, espressiva e retorica della parola in quanto tale.

Lo Schubert di Bostridge suona dunque manierato, calligrafico, tolto alla naturalezza che non sia un’artificiosa imitazione del naturale; stilizzato ma non elegante, poiché l’asciutta direzione dinamica data alle frasi, senza il turbamento del vibrato e con un legato gelido, è il veicolo musicale che conduce una dizione invece iperrealistica, ora delusa e ora rabbiosa, ora depressa e ora graffiante. Così, nel primo dei tre concerti, alle prese con Die schöne Müllerin, ogni parola cantata suona come punto di vista dell’amante corroso nei nervi sino all’annientamento di sé: un tracollo psicologico che corre dal primo all’ultimo Lied senza mai una concessione all’ironia superiore, all’autocompassione, all’estasi descrittiva. Risulta chiaro che nel primo ciclo liederistico schubertiano Bostridge cerchi l’immedesimazione totale, da attore, nel personaggio cui presta attitudes da frustrato: nel secondo concerto, incentrato sulla Winterreise, non si trova infatti più quel filtro psicologico che allunga una stessa ombra su ciascun brano; si hanno invece un più caparbio grado di astrazione, una luminosa indifferenza sorniona, la volontà di restituire la musica scevra da ogni (giusto) orpello belcantistico e con la sillaba in ampio primo piano sulla nota tenuta lontana.

Dopo due monografie, l’antologia del terzo concerto; una scelta di Lieder dallo Schwanengesang si trova infatti affiancata dal Liederkreis op. 24 di Robert Schumann, avvalorata da Auf dem Strom op. 119 di Schubert stesso e commentata dall’Adagio e Allegro op. 70 ancora di Schumann. In queste due ultime composizioni, il pianoforte di Julius Drake – accompagnatore che corrisponde idealmente a Bostridge, più con secca incisività che con atmosfera evocativa – è raggiunto dal corno sovrano di Alessio Allegrini: nel più ribelle tra gli strumenti musicali il suono sfuma docilissimo tra tinte e piani, visioni e nostalgie, spalancando lo sguardo dell’ascolto là dove il tenore inglese lo lascia serrato. Colpo di coda nel finale, dove i tre musicisti lasciano l’Ottocento germanico per il Novecento britannico: nel raro Benjamin Britten di The Heart of the Matter Bostridge si fa d’un tratto assai più ricco e sciolto di colori e inflessioni, più vivido nel canto e lettore pungente e raffinato dei testi poetici interposti. Dove egli ha lasciato il discorso in sospeso, lo si riattende per conoscerne le più vere abilità.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

L'autore: Francesco Lora

È laureato in Discipline dell’Arte, della Musica e dello Spettacolo, e dottore di ricerca in Musicologia e Beni musicali (Università di Bologna). Con Elisabetta Pasquini dirige la collana «Tesori musicali emiliani» (Bologna, Ut Orpheus, 2009-) e vi pubblica in edizione critica l’Integrale della musica sacra per Ferdinando de’ Medici di Perti (2 voll., 2010-11) e tutti gli oratorii di Colonna (L’Assalonne, Il Mosè e La profezia d’Eliseo, 2013-16; La caduta di Gierusalemme, c.s.). La sua edizione critica dell’opera La rappresaglia di Mercadante (Bologna, Ut Orpheus, c.s.), anch’essa curata con Pasquini, è alla base dello spettacolo che quest’anno inaugurerà il Festival della Valle d’Itria per celebrare i 150 anni dalla morte del compositore. Sue sono la monografia Nel teatro del Principe. I drammi per musica di Giacomo Antonio Perti per la Villa medicea di Pratolino (Torino-Bologna, De Sono - Albisani, 2016) e l’edizione critica delle musiche nel manoscritto Austriaco laureato Apollini (mottetti e concerti di Lazzari, Perroni e Veracini per l’incoronazione imperiale di Carlo VI d’Asburgo; Padova, Centro Studi Antoniani, 2016). Ha collaborato alla Cambridge Handel Encyclopedia e collabora tuttora al Dizionario biografico degli Italiani, al Grove Music Online e alla Musik in Geschichte und Gegenwart. Dal 2003 è critico musicale per testate giornalistiche specializzate, inviato nelle principali istituzioni di spettacolo in Italia, Austria, Belgio, Francia, Germania, Spagna e Svizzera; collabora con «Il Corriere musicale» dal 2013.

Perché non dire la tua? Leggi e accetta la Policy sui commenti