Myung-Whun Chung: «Interpretare vuol dire ascoltare se stessi»


di Michele Manzotti


È tornato a Firenze dove aveva diretto l’ultima volta nel 2003 la Nona Sinfonia di Beethoven. Stavolta in programma c’è un altro monumento della musica come la Messa di Requiem di Giuseppe Verdi. Eppure Myung-Whun Chung, direttore d’orchestra coreano ma cittadino del mondo per la sua attività che dura da quarant’anni, ha la consapevolezza di poter contare proprio su questa esperienza e sul tipo di rapporto che abitualmente instaura con i musicisti. L’appuntamento è sabato 4 (ore 20) e domenica 5 (16.30) all’Opera di Firenze con l’orchestra e il coro del Maggio Musicale Fiorentino. «Per molti anni ho dovuto basarmi su relazioni di tipo strettamente professionale – spiega Chung -. D’altra parte questo è un aspetto della vita di tutti noi. Oggi a sessant’anni mi sento in pensione e non sento il dovere di interpretare un brano, ma di renderlo al pubblico nel miglior modo possibile».

Come ha trovato dopo tanti anni il livello dell’orchestra?

«Ottimo, anzi migliore grazie all’innesto di elementi giovani. Ma non sono qui per giudicare l’orchestra o il coro: la mia presenza serve a dare vita a un brano importante Ad esempio, a fare in modo che un pianissimo, come quello iniziale del Requiem, non sia solo un esercizio fisico, dato per regolare un volume ritengo che le macchine siano meglio degli uomini. I suoni devono venire dall’essenza segreta di ognuno. Anche la direzione d’orchestra in se stessa è un fatto meccanico con gesti che ho insegnato ai musicisti dopo la prima prova».

Una lezione fuori programma?

«Si, in un minuto anche lei può imparare a fare i gesti corretti. Sono quattro livelli corrispondenti ai movimenti delle braccia. Dopo venticinque anni si può raggiungerne un quinto con il braccio che disegna un cerchio. Però è dentro questo cerchio che c’è tutta l’esperienza e lo studio. Infine c’è un sesto livello, caratterizzato da una linea retta, che secondo me viene raggiunto da pochi maestri. Uno di questi era Carlo Maria Giulini con cui ho iniziato la mia carriera a Los Angeles».

Quali ricordi ha del lavoro con lui?

«Lui non insegnava, ma sapeva come far eseguire un pezzo grazie allo studio e alla personalità di chi dirigeva. Una volta gli chiesi un consiglio: dopo una settimana prese lo spartito e lo aprì insieme a me. Mi aspettavo che mi spiegasse qualcosa, ma lui rimase in silenzio a guardare le pagine. Poi chiuse lo spartito e disse: ‘Ci vuole tempo’. Un modo per stimolarmi a trovare la strada che secondo me era quella giusta. Ho avuto una grande fortuna a conoscerlo, così come ricordo un personaggio straordinario come Olivier Messiaen. Con questi due musicisti la mia formazione era completa».

C’è qualcosa che intende sottolineare nella sua lettura del Requiem?

«Quando trent’anni fa ho affrontato per la prima volta il Don Carlos a Bologna tutti mi dicevano che era la Bibbia di Verdi. Allora ho cercato una chiave di lettura nel testo e le parole Dio e cielo comparivano molte volte. Anche qui si cerca Dio, ma in maniera totalmente diversa, e ogni musicista deve trovare all’interno di se stesso il modo per realizzare questa grande pagina musicale».

 


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L'autore: Michele Manzotti

Nato a Firenze nel 1960, è musicologo e giornalista. Dopo essersi laureato in Lettere nel 1986, ha collaborato con varie riviste, e ha insegnato storia della musica al Liceo musicale di Arezzo. Assunto al «Resto del Carlino» nel 1990, dal 1995 lavora a «La Nazione», dove attualmente è all'ufficio centrale. Nel 2002 in «Civiltà Musicale» è stato pubblicato il suo catalogo delle musiche non operistiche di Arrigo Boito. Dello stesso anno è l'uscita del libro Attilio Brugnoli-Il pianoforte e la sua mano (Polistampa, Firenze) con cd allegato con la prima incisione assoluta delle musiche di Brugnoli, compositore di cui ha poi raccolto l'opera omnia per l'Enap stampata da Laterza nel 2006. Cura inoltre tramissioni per l'emittente Rete Toscana Classica e collabora con gli Swingle Singers.

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