Edita Gruberova, crepuscolarità di una diva intramontabile


di Luca Chierici foto © Brescia&Amisano


ERA LA FINE DI LUGLIO del 1979, e un allora giovane ardente straussiano ancora costretto al caldo milanese, in preda agli esami universitari, non vedeva l’ora che dal terzo programma Rai venisse trasmessa, nel contesto di un Festival di Salisburgo ancora ben presente nella radiodiffusione, una Ariadne auf Naxos che a quei tempi era di raro ascolto dal vivo. L’allestimento era davvero pregevole: sul podio l’anziano Karl Böhm, 85 anni appena compiuti, decano dei direttori straussiani, e un cast che annoverava Hildegard Behrens, Trudeliese Schmidt, James King, Walter Berry e una non più giovanissima Zerbinetta di nome Edita Gruberova, già nota agli specialisti per una carriera in rapida ascesa sperimentata in ruoli mozartiani e straussiani. Ma l’evento salisburghese era tutt’altra cosa, e cantare Zerbinetta di fronte a un Böhm che aveva diretto in passato in quel ruolo voci mitiche come quella di Alda Noni rappresentava una consacrazione ufficiale di non secondaria importanza.

La serata registrò un trionfo assoluto, e indescrivibile fu l’emozione nell’ascoltare trilli e gorgheggi della famosa scena centrale dell’opera, sorretti da un suono orchestrale di ricchezza straordinaria che non sembrava certo essere prodotto da un’ensemble quasi cameristico. Il miracolo si ripeté ancora l’estate successiva e crescente era la curiosità di ascoltare la diva di Bratislava anche da noi, cosa che puntualmente avvenne alla Scala nel gennaio del 1983, quando vi fu l’occasione di partecipare a un recital di canto accompagnato dall’esperto Irwin Gage. Le emozioni non mancarono anche in quel caso e lo spettatore si trovò di fronte a un personaggio che in parte ricordava la giovane Schwarzkopf nei lieder mozartiani da lei affrontati – la Bibbia di allora era l’incisione della grande Elisabeth con Gieseking – da Als Luise a Ridente la calma o a Dans un bois, con una invidiabile dizione nelle tre lingue di espressione di quei piccoli capolavori. Poi vi fu un gruppo brahmsiano, uno straussiano, e i bis, tra i quali spiccò «Depuis le jour» dalla Louise di Charpentier, con il conseguente successo e le acclamazioni da parte del pubblico. Fu la volta, finalmente dell’Ariadne, portata da Sawallisch alla Scala nel gennaio del 1984, e in quel caso nessuno poté dimenticare la presenza scenica, le mossette maliziose di una cantante non bella ma così irresistibile in un ruolo che sembrava fatto apposta per lei. Passarono gli anni e la Gruberova cantò ancora alla Scala l’anno successivo in recital, poi fu Donna Anna nel Don Giovanni di Muti (con il quale aveva già cantato arie da concerto di Mozart a Vienna) nel 1987 e nel 1989 e ancora in recital nel 1994. Ma già in quel caso si iniziava a percepire la frattura esistente tra la impareggiabile virtuosa e la diva a tutto tondo. Donn’Anna non strepitosa, “macchina vocale di inaudita precisione” la definì allora Zurletti, che nel caso di un ruolo mozartiano non è proprio un complimento a 360 gradi. Un conto era interpretare un ruolo mozartiano tra i più impegnativi, un conto era cantare Gilda, come la Gruberova aveva fatto nell’82 con Chailly e l’anno successivo con Muti a Vienna.

L’ingresso della diva nel mondo del belcanto assoluto avvenne di seguito attraverso dosi sempre più massicce di Bellini e Donizetti, ma se la Scala ospitò una buona Linda di Chamounix nel 1998, se alcuni traguardi (i Puritani di Vienna dell’85, l’Anna Bolena del ’95 e la Maria Stuarda del ’98 a Monaco, ad esempio) facevano ancora gridare al miracolo, la carriera della diva acclamatissima iniziava negli anni duemila a sperimentare un percorso discendente, che non era all’inizio dovuto a una tecnica deficitaria – tutt’altro – ma che in sostanza era causato da una certa limitatezza espressiva in ruoli che in passato avevano trovato in diverse grandi voci ben altro riscontro.

La Scala non poté fare a meno, dopo una vacanza non proprio breve, di riconfermare la presenza della Gruberova di fronte al pubblico dei concerti di canto, ancora nel 2008, nel 2012 e con il recital dedicato alle regine donizettiane di un paio di anni fa, dove la quota di spettacolo (il cambio dei vestiti, le entrate con aria stupita e terrorizzata quasi le stesse cadendo sopra la testa la mannaia del boia) sopravanzava spesso la qualità del canto e il brivido stesso dell’azzardo virtuosistico.

Intanto, in Austria, Germania e Spagna la diva continuava a mietere successi impegnata in rappresentazioni integrali di opere di tradizionale difficoltà oppure in recital di canto con accompagnamento orchestrale con un successo inversamente proporzionale alla qualità di una voce oramai in declino, ed era sufficiente, soprattutto negli ultimi anni, ascoltarla in Norma, nella Straniera, nella Borgia, nel Devereux per capire meriti e limiti di un personaggio che forse avrebbe potuto meditare il ritiro dalle scene ancora in tempo, evitando effetti caricaturali spiacevoli come in un “D’Oreste,d’Ajace” dall’Idomeneo che manco Aspinall avrebbe potuto proporre. Sì, a volte si era ancora affascinati dalla precisione di certi acuti, la scorrevolezza nei passaggi di velocità, il brivido di qualche filatura, ma il fatto che la cantante fosse rimasta l’unica sul mercato in grado di affrontare un certo tipo di repertorio non giustificava affatto l’ascolto di intonazioni approssimate, overinterpretation dei passaggi tragici, portamenti più che puntature, pigolii francamente imbarazzanti.

La riprova di tutto questo la si è avuta anche l’altra sera in quello che forse potrebbe essere il suo ultimo recital scaligero, centrato su un repertorio cameristico raffinato quanto di rara proposizione (Dvořák, Čajkovskij, Rimskij oltre a un gruppo di Strauss non particolarmente virtuosistici e a tre Mahler) e sulla risposta nei confronti di un pubblico come al solito assatanato di bis. Risposta ben lontana dalle aspettative del pubblico stesso, che richiedeva a gran voce i ruoli donizettiani, trasformati in un dimenticabile Signore ascolta, un bene intenzionato Dich teure Halle e infine nell’aria di Adele dal Fledermaus che già aveva scandalizzato i pur ben disposti ascoltatori nel marzo di cinque anni fa al termine di un recital monacense (ascoltare per credere). A una Gruberova pericolosamente declinante verso la Foster-Jenkins preferiamo certamente il ricordo di un soprano che è stato pur sempre capace di farci sognare per qualche momento. Accompagnava il bravo Peter Valentovic, partner abituale della soprano in questi ultimi anni di carriera.


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L'autore: Luca Chierici

Nato a Milano nel 1954, dopo la maturità classica e gli studi di pianoforte e teoria si è laureato in Fisica. Critico musicale per Popolare Network dal 1978 e per Il Corriere Musicale dal 2012, è autore di numerosi articoli di critica discografica e musicale, di storia della musica e musicologia, programmi di sala e note di lp e cd per importanti riviste di settore e case discografiche. Ha condotto Il terzo anello per Radiotre e ha implementato il data base musicale per Radio Classica. Ha pubblicato per Skira i volumi dedicati a Beethoven, Chopin e Ravel nella collana di Storia della Musica. Ha collaborato alla Guida alla musica sinfonica edita da Zecchini e ha tenuto diversi cicli di lezioni di Storia della musica presso alcuni licei milanesi. Appassionato di tecnologia, ha formato nel corso degli anni una biblioteca digitale di quasi 110.000 spartiti e una collezione di oltre 70000 registrazioni live. Nel 2007-2008 ha collaborato al progetto di digitalizzazione degli spartiti della Biblioteca del Conservatorio di Milano.Dal 2006 collabora alla popolazione del database della Petrucci Library (www.imslp.org).Dal 2014 è membro della Associazione nazionale Critici musicali.

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