Stockhausen, ritratto bolognese


di Giampiero Cane foto © Claude Truong-Ngoc / Wikimedia Commons


Karlheinz Stockhausen, a dieci anni dalla morte ha per ora meritato un ricordo molto sfumato della sua esistenza di compositore e leader. Per quanto è a mia personale, ma limitatissima conoscenza dei fatti di cronaca, soltanto Bologna e Venezia finora gli hanno dedicato un ricordo di buona consistenza concertistica. Nei Sepolcri, Foscolo scriveva che “sol chi non lascia eredità di affetti / poca gioia ha nell’urna”: sembrerebbe che il compianto possa gioire perché la sua tomba raccoglie memorie e omaggi. Naturalmente non è così: chi è morto è uscito dalla vita e per quel che ne sappiano non vi rientrerà. Mai nessuno l’ha fatto. Ma sono i viventi che possono dire all’urna l’affetto che ebbero, hanno per chi li ha lasciati e il valore e la stima per la sua opera, per quel che è.

Sia nel capoluogo veneto che nell’emiliano direi che il suggerimento venga dalla medesima fonte, da Mario Messinis, ottantacinque anni, che ha lavorato molto con la Biennale e poi, da quand’è nato, con Il Bologna festival. Anni fa, il nome di Stockhausen era tra i più autorevoli e popolari della musica del Novecento, per quel che può esserlo il nome di un musicista che è tutto cultura e pochissima spontaneità. Carlo Maria Badini lo portava in palmo di mano e lo portò alla Scala, ma direi non ci fosse rassegna interessata al mondo attuale e alla sua musica dalla quale quel nome fosse assente.

A mio parere, le sue composizioni migliori sono quelle dei suoi primi anni, quelle del sesto decennio del secolo, negli anni Sessanta e qualcosa anche a seguire, della splendida maturità del compositore che era del ’28. È comunque non più che una questione di gusto, perché la creatività e la coerenza dell’intellettuale tedesco non sono in discussione, anche se hanno aspetti bizzarri. In lui la conoscenza non sembra essere esperienza del mondo. I valori non danno luogo alle cose. Le cose sono memoria innata dell’eterno. Quando Napoleone divenne imperatore, fu egli stesso a incoronarsi. Quando Karlheinz Stockhausen si rimproverò per la propria vita familiare fu egli stesso a scomunicarsi.

Nessuno che non sa egli stesso può imporgli i dati di un realtà affatto priva di fondamento, se non nell’esserci. Stockhausen sembra un po’ il Qfwfq delle Cosmicomiche di Italo Calvino. Come per lo scrittore italiano, che si diceva ligure pur essendo nato nei Caraibi, le convenzioni che descrivono il reale allo stadio delle provvisorie conoscenze che abbiamo, così per lui il gioco è affatto autonomo, indipendente dall’autorità. Là Qfwfq è coinvolto negli infiniti anni luce e nel nascere e sparire di interi universi e lo fa ragionando su essi come se conoscesse quello che è in movimento e in evoluzione e dunque dato provvisoriamente, nelle sue musiche Stockhausen è osservatore non particolarmente partecipe, che sa di non potere nulla  per determinare. Le cose non hanno inizio né fine, anche se iniziano e finiscono nell’esperienza che ne hanno, ne avranno gli altri. Nel suo comporre sono un po’ come i mobile, tornano immodificate, ma apparentemente diverse passando da un contesto a un altro. Così è per il XII dei Pezzi per pianoforte, per esempio e ma per un altro aspetto, per Hymnen. Quel Klavierstück è stato in programma nel concerto di apertura de Il Nuovo L’Antico del Bologna Festival, eseguito con gran scioltezza brio teatrale da Vanessa Benelli Mosell; il secondo, richiedendo compagine esecutiva di rilievo, nella modestia degli investimenti attuali per l’arte è un desiderio, se mai, destinato a restare insoddisfatto.

Detto per inciso e tra parentesi, ché con Stockhausen non c’entra niente, in un concerto del trio di Fabrizio Puglisi, uno dei migliori pianisti del post jazz, ospitato dal teatro Comunale di Bologna, il musicista s’è trovato davanti uno strumento piuttosto scordato. Alle sue rimostranze è stato risposto che l’accordatura del pianoforte non era in contratto. Attenti attori e musicisti: controllate che in contratto ci sia la fornitura di luce sufficiente e, comunque, portatevi da casa candele q.b. – di cosa stiamo a parlare, quando la realtà si riduce a questo?   

Riprendendo, il mobile stockhauseniano non dovrebbe però far pensare a Rossini. La musica del pesarese è fatta nel miglior modo possibile stando a regole che sono teatralmente trasgredite o allargate a fini precisi, per l’effetto degli affetti; quella del tedesco costruisce il suo stesso mondo con materiali indifferentemente preesistenti o no, ma non risponde di se stessa a nessuno che non sia il compositore in persona. È un continuum che crea la propria struttura e il proprio abito: comincia quando ne cogli il risuonare, ma la logica delle trasformazioni rimane segreta: ha i tratti di una nobiltà algida, cui nulla necessita.

Il trascorrere degli anni luce può anche risultare un tantino noioso. Anche il meditato cincischiare di un clarinettista solitario per dieci minuti. Se è una scena da Licht è un trascorrere correlato; nel vuoto concertistico si perde in un galleggiamento che potrà anche essere suggestivo, ma è infondato. La musica di Stockhausen ha di bello che non vuol dire niente e non si maschera come se avesse invece un messaggio; in grande parure è però come la musica demodé di Satie, ma quest’ultimo all’apparenza lavora per noi. Karlheinz Stockhausen. No. Del resto, se le cose stanno come le diceva Cornelius Caedew, egli sarebbe al servizio del capitalismo (anche se al governo non lo sanno).


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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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