Nel segno di Purcell con la ‘Stefano Tempia’ a Torino


di Attilio Piovano


Felice inaugurazione di stagione, in Conservatorio a Torino, la sera di lunedì 13 novembre 2017, per il cartellone 2017-18 dell’Accademia Corale ‘Stefano Tempia’: in assoluto la più longeva (o più propriamente la più precoce) delle associazioni musicali torinesi, essendo stata fondata nel lontano 1875, nonché la più antica accademia corale d’Italia. Fedele alla propria vocazione, la Tempia ha aperto nel segno del repertorio corale barocco. E dunque serata per intero dedicata al sommo Henry Purcell (del quale due anni fa aveva proposto King Arthur). Questa volta si è trattato della vasta e composita Ode for St. Cecilia Day preceduta per l’occasione dal più conciso Anthem “O sing unto the lord”, opera matura e relativamente tarda (1688), di stampo vistosamente italiano, frutto della genialità di un artista poliedrico e fecondo scomparso peraltro poco più che trentacinquenne. Il concerto – realizzato grazie al contributo della Regione Piemonte – rientra in un più ampio progetto dal titolo ‘Intrecci barocchi’: in apertura il presidente Orlando Perera ne ha dato notizia, citando la convenzione di recente stipulata per tale progetto comune sul versante barocco, appunto, convenzione che vede appaiate istituzioni di prestigio da decenni operanti sul territorio e specializzate sul versante antico. E dunque accanto alla Tempia, la blasonata Academia Montis Regalis, il Coro Maghini e I Musici di Santa Pelagia.

E proprio I Musici di Santa Pelagia sono stati ottimi protagonisti l’altra sera, appaiando la nutrita compagine corale della Tempia, per la direzione puntuale, scrupolosa, a tratti esuberante e sempre molto efficace dello specialista Dario Tabbia.  I Musici suonano con strumenti originali rivelando appropriatezza di stile e per lo più buona intonazione; qualche piccolo neo in tal senso solamente nei flauti in certi insidiosi passaggi, a fronte di ottime trombe naturali, validi oboi, arciliuto dalla sonorità ben udibile e soprattutto archi stilisticamente corretti, senza peraltro risultare esangui come invece troppo spesso accade in occasioni di esecuzioni cosiddette filologiche. Sicché l’esecuzione ha potuto giovarsi di colori variegati e screziati fraseggi, pur nella monocromia dell’alternanza talora un po’ prevedibile di pagine corali e momenti solistici.

Piatto forte della serata, lo si anticipava poc’anzi, l’ampia Ode a Santa Cecilia del  1692, vasta cantata per soli coro e orchestra dalla mirifica aderenza testuale e dalla sopraffina veste timbrica emersa in tutta la sua bellezza. Ammirata – soprattutto – la performance del coro, per la qualità dell’emissione, la coesione tra le sezioni, l’esattezza ritmica, la consapevolezza stilistica, e la buona intesa con gli strumentisti. Una partitura dove c’è spazio per pagine sfolgoranti dalla magnificenza verrebbe da dire più francese che britannica, e dunque l’apertura e la fastosa conclusione, innanzitutto; pagina dove peraltro non mancano i momenti intimisti, l’allusione esplicita a ritmi di danza, l’impiego di ostinati ritmici come di ciaccona o di ‘ground’, per dirla all’inglese, neo-madrigalismi e molto altro ancora, tutti elementi ben focalizzati da Dario Tabbia, ottimamente assecondato da coro ed orchestra. Quanto ai solisti convocati per l’occasione molto bene le voci gravi del baritono Marco Scavazza e del basso Enrico Bava, impegnati nei vari numeri solistici, e negli ensembles; ammirato anche il controtenore Andrea Arrivabene per la ‘pulizia’ dell’interpretazione e la corposità del timbro (nonostante qualche disomogeneità nel registro grave, specie in certi impervi passaggi). Qualche asprezza timbrica e, parimenti, alcune disomogeneità nell’interpretazione pur corretta del mezzosoprano Chiara Osella, poco convincente invece il tenore Stefano Gambarino, con qualche lieve problema di intonazione.

Pubblico colpevolmente un po’ scarso – qualcuno rammentava la concomitante diretta della Nazionale di calcio (sic), soprattutto al Regio Renzetti dirigeva in contemporanea un programma tutto sul versante novecentesco con pagine di Bernstein, Copland e Gershwin: pubblico che ha peraltro gratificato orchestra, solisti e coro di convinti ancorché inizialmente timidi applausi, ricevendone in cambio l’intero numero conclusivo bissato, cedendo da ultimo ad un consenso pieno e festoso.


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