Sguardo sul Futurismo in musica


di Giampiero Cane


Il futurismo non fu una teoria, ma la via di fuga che uno scrittore e politico si inventò per sfuggire alle maglie di dottrine antiquarie che pesavano sulle ansie degli agrimantì dell’inizio del XX secolo. Però fu l’unica filiazione italiana nel kindergarten delle avanguardie europee che resero, almeno per un momento, europeo e gioioso lo stivale.

Come tutti sanno, il gran capo del futurismo fu Filippo Tommaso. Marinetti, uno scrittore considerato alquanto modesto in generale, ma un tenente trascinatore di truppe non facilmente eguagliabile. Lanciò il futurismo con un articolo a Parigi nel 1909 per Le Figaro. Di casa nella capitale francese, fu per lui naturale, ché viveva da un po’ nella capitale francese e scriveva nella lingua della nazione, ma fu anche una forse involontaria scelta opportuna, perché in quell’inizio del ’900 Parigi per molti era ancora la capitale europea della cultura, ma una capitale vera, nominata dal successo, non una di quelle pagliacciate attuali che sono come il Nobel per la letteratura.

Ebbe nascita sfortunata il futurismo, perché nacque “cosa sua” di Marinetti, delle cui virtù, parlandone, ci si sbrigherebbe i pochi tratti. Resta però che è l’unico seme italiano nel vivaio delle avanguardie.

In concomitanza con una manifestazione commerciale di nessun valore culturale cioè di Artefiera, a Bologna, una quattro giorni in pieno inverno, nel pantano del cuore della terra padana, la Galleria Cinquantasei aveva messo in calendario un concerto su Futurismo in Musica che, per una malattia stagionale di uno dei due Mazzoli, padre e figlia che dovevano realizzarlo, è andato poi a finire a fine febbraio, quando le candeline di Artefiera erano da tempo spente e la manifestazione dimenticata tra allegrezza e sconforto, a seconda.

I due Mazzoli, Carlo, il padre pianista e Paola, la figlia cantante, non sembrerebbero in realtà profondamente motivati dal tema culturale, se non dall’occasione professionale. Probabilmente hanno ottime ragioni perché la miglior celebrazione della musica futurista non passa da quel che è stato messo in campo da quelli che possono essere qualificati musicisti italiani futuristi, ma scegliendo, a secondo dell’intervento culturale che si vuole fare, tra musicisti russi, qualche francese e, in definitiva John Cage.

L’effetto della produzione ideale e musicale degli italiani futuristi si sente oltreoceano con Varese. Qui, al di là delle risse teatrali cercate e provocate tra borghesi filograziosi e modernisti antigrazioni (agli aggettivi fa esplicito riferimento una musica di Casella, Deux contrastes op. 31, nel programma del concerto del duo Mazzoli), al di là di quelle risse poco è rimasto nella nostra cultura su ciò che significarono i futuristi.

Qualcuno ha visto nel jazz uno spontaneo manifestarsi di creatività futurista, qualcosa di simile si legge in 21+26, raccolta di Alfredo Casella dei propri scritti fino al 1930, cioè fino ai suoi quarantasette anni, ventuno per la maturità, e «26 lunghi anni di esperienze», come spiega il musicista dando un senso al titolo (nel 2001 pubblicato da Leo Olschki, per la Fondazione Giorgio Cini di Venezia). Se il futurismo fu una buriana rapida e rumorosa, il jazz invece, nel suo insieme non lo è stato, anche se un’inutile spettacolarità lo ha occasionalmente caratterizzato. Ma mentre i pompier hanno i tratti e i gesti di color che mai non fur vivi, nei futuristi come nel jazz il basso, il quotidiano, convive con l’alto, il sempiterno. Nel concertino bolognese è risuonato un flash pubblicitario del Campari, scritto da Casavola, uno slogan di venti secondi, ma la bottiglietta del Campari Soda è ancora quella che fu disegnata da Dapero, che fece molta produzione grafica per la ditta.

In vena di leggerezze ossimoriche, Marinetti con Viviani scrisse Firenze biondazzurra sposerebbe futurista morigerato, ripubblicato qualche anni fa da Sellerio, libro fresco, leggero, divertente, postumo a tutte le battaglie fu turisticamente cercate (ma il futurista morigerato è un nonsenso).

Marinetti voleva uno schieramento a proprio favore. Pubblicato il Manifesto, si diede da fare perché artisti estranei al campo della letteratura producessero manifesti che aderivano alle idee già da lui espresso nel testo fondamentale. Ma lui, l’autore di quella bibbia, voleva e imponeva una fedeltà massimalista che con la miglior buona volontà difficilmente poteva trovare la giusta espressione.

Quando nel 1910 uscì il manifesto dei musicisti futuristi, firmato da Pratella, Francesco Balilla, l’autore  vide che il testo che aveva preparato era stato mutato radicalmente.

Ritengo che abbia fatto bene a non reagire: delle questioni del futurismo a lui non glie ne fregava assolutamente nulla. Semplicemente Marinetti aveva sbagliato a rivolgersi a lui, l’apostolo che cercava sarebbe stato se mai Luigi Russolo, un pittore di buona qualità, avanti in Italia per l’epoca, che nel pensiero avrebbe fatto un futuro boom con L’arte dei rumori.

Naturalmente nel concerto bolognese non c’era nulla di Russolo, del quale non ci risulta ci siano musiche per canto e pianoforte, ma la teoria degli intonarumori. Di Pratella c’erano invece le musiche che hanno aperto il programma, due danze dal trittico La guerra, “la Battaglia” e “la Vittoria”, e una canzonetta sentimentale che l’ha chiuso, La strada bianca, ci dicono da “Le canzoni del niente”, del 1919.

Di nuovo siamo coinvolti in un fallimento di Marinetti, il quale suppongo pensasse che le idee fossero in grado di qualificare le cose. Del buon Pratella, se c’è qualcosa che ha lasciato se pur modesta traccia nella musica, si tratta de L’aviatore Dro, un’opera che fu prodotta nel 1996 a Lugo con la direzione di Gavazzeni e l’impegno di Bussotti nella messinscena, che di futuristico ha solo il rumore di un motore d’aeroplano che entra un paio di volte nel contesto musicale, ma è musica indotta dalla scena. Per il resto, se vi cercassimo un qualche padre nobile, una fonte autorevole d’ispirazione nel comporre, ritengo dovremmo indicare Debussy, cioè quella sua musica “liquida” che non poteva non essere qualcosa di abominevole al gusto di un perfetto futurista.

Pratella, come detto, senza far scenate, poi lamentò la manomissione da parte di Marinetti del manifesto che gli aveva chiesto. Era stato riscritto in toto, quindi ‘violentato’ da Marinetti, cioè, per essere un po’ più teneri, ‘riveduto e corretto’ dal bombastic father delle parole in libertà. In fondo, per quest’aspetto, lui, Marinetti, continuava il romanticismo, che in qualche modo c’è anche nel mondo dell’aviatore Dro.

È talmente “debussiana” quest’opera che Pratella ricalca il suo modello francese fin con lo spudorato coraggio che ha nello scriversi un libretto “in prosa”, il che concorse, ritengo, al tranquillo fallimento del prodotto finito. Ma la sensazione è che a lui delle idee futuristiche interessasse ben poco o nulla. Alla fine di questo musicista si può dire che fu talmente poco futurista da porsi musicologicamente agli  antipodi, occupandosi di canti tradizionali, cioè della musicologia più passatistica, cioè della tradizionale o etnica. Eppure continua a essere ricordato come tale.

Personalmente ritengo che se nel mondo della musica fosse stato sviluppato il seme del futurismo, i suoi attori sarebbero approdati nelle acque della musica pop: era l’unico futurismo pensabile, come si evince mettendosi dalla parte di Franco Casavola, canzone,  e/o di Cangiullo, spettacolo e night.

Per il concerto di cui scriviamo, probabilmente al fine di dare una qualche soddisfazione precisamente musicale agli esecutori e al pubblico, visto che l’ampia galleria d’arte offriva una ricca rassegna di opera di Giacomo Balla, anche lui prima dentro, poi fuori dal futurismo, s’era approntato un programma, Futurismo in musica, che però diceva qualcosa di più nel sottotitolo, La musica in Italia ai tempi di Giacomo Balla. Dopo il Casella di Deux contrastes Op. 31, già ricordato, in due movimenti: il grazioso (omaggio a Chopin) e l’antigrazioso, la caduta nella melassa sentimentale della graziosità risultava prepotente e cercata con l’inserimento di Ideale (1882) di Francesco Tosti. È una canzone che ha una strana resistenza, credo l’abbia cantata Gianni Morandi, una trentina d’anni fa, riportandola a effimero successo. Comunque il duo Mazzoli aveva qualcosa per esibire vocalità e pianismo, che è ragion sufficiente per fare un concerto. Con le paro libere della Marcia Futurista di Pratella, con cui la serata s’era aperta non si poteva ottenere alcuna allure, ma un apprezzamento culturale per un’esemplificazione da teorie che credo siano abbastanza conosciute, ma forse mi sbaglio.

Sulla strada della bella musica, dopo Tosti, si è presentato Ottorino Respighi, con Nebbie del 1906, testo di Ada Negri. Il decadentismo vi è tranquillamente compiaciuto nel filone del brivido cimiteriale, di cui non tanto il futurismo, che era anche intelligente si nutrì, quanto il fascismo, con gli arditi scheletri. La strada bianca, infine, di Balilla Pratella, (1919), diceva chiaramente dove il musicista sarebbe andato a finire. Credo sia stato Italo Calvino a dire che non è male avere delle radici, ma che è meglio farsele. Direi che se non te le fai tu, le radici sono invece proprio una catena.


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L'autore: Giampiero Cane

Dagli anni Sessanta critico musicale per quotidiani e riviste, collabora ancora oggi con il manifesto. Ha insegnato nell’Università di Bologna, avendo la cattedra di Civiltà musicale afro americana, ma coprendo per sei anni anche l’insegnamento di Storia della musica moderna e contemporanea. È autore di alcuni libri, tra io quali si possono ricordare Tre deformazioni dolorose: Sade, Rossini, Leopardi, Canto nero (sul free jazz), MonkCage (sul Novecento musicale Usa), e Confusa-mente il Novecento.

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