Arcadi Volodos, ovvero la vertigine del suono


di Luca Chierici foto © Marco Borggreve


Sono piuttosto rare le apparizioni di Arcadi Volodos a Milano, città dove il pianista russo, oggi quarantaseienne, aveva suonato per le Serate Musicale nel 1999, alla Società del Quartetto nel 2007 e alla Scala, con Chailly, sette anni fa. Apparizioni meteoriche, che nel suo caso stimolano il pubblico a non perdere ogni nuovo appuntamento, come quello organizzato mercoledì scorso dalla Società dei Concerti.

Volodos è da molti  considerato appartenere a un ideale Olimpo di supervirtuosi (quelli che sanno estrarre dallo strumento qualsiasi suono venga elaborato dalla propria immaginazione) e prosegue oggi una carriera di grande spessore insistendo su certi parametri che hanno condizionato in maniera inconfondibile il suo percorso artistico. Egli è in grado, probabilmente unico esempio tra i pianisti oggi in carriera, di calibrare il volume di suono dello strumento (dal pppp al ffff) con la massima facilità e senza mai produrre un timbro che non sia pulitissimo, senza aloni e vibrazioni non volute. Spesso, ma non sempre, è in grado di associare anche una qualità timbrica, un “colore” che rievoca quello di pochi ed eletti maestri del passato. Il riferimento a Horowitz è palese, e d’altronde Horowitz è un esempio che ha condizionato molte scelte artistiche di Volodos, soprattutto nel campo della trascrizione dove egli ha lasciato bellissimi e famosi esempi, talvolta malamente scimmiottati da più giovani colleghi. Un’altra caratteristica di Volodos è quella di puntare spesso su un repertorio poco conosciuto, o di proporre pagine più note con l’esplicita volontà diretta ad esaltarne le potenzialità timbriche. Questo atteggiamento potrebbe essere in parte censurabile o riduttivo, perché le scelte artistiche dovrebbero in genere tenere conto di parametri non per forza limitati all’aspetto sonoro, ma nel caso di Volodos quest’ultimo aspetto può tranquillamente essere posto in secondo piano.

Esiste un limite di difficile definizione che separa il concerto dalla lezione, il recital dalla conferenza. E se tale limite era ben noto ai grandi pianisti di un tempo, che sapevano calibrare gli elementi di un programma tenendo conto di tantissimi parametri come la lunghezza del pezzi, il loro carattere, il periodo storico di appartenenza, la stessa coerenza interna tra i numeri presentati e così via, oggi si tende a imporre la volontà sacra e inviolabile del solista. Quest’ultimo arriva in qualche caso al disvelamento del programma qualche ora prima del concerto, senza riguardo alcuno nei confronti del pubblico. Si è passati dunque da un estremo all’altro, e non venitemi a dire che per i pianisti di una volta lo strizzare un occhio al pubblico equivaleva a quello che oggi si definirebbe un atteggiamento “populistico”.

Sia chiaro, l’impaginato del concerto di Volodos era noto da tempo, ma se un appunto va fatto al programma è quello di essere stato troppo manovrato dalla sensibilità dell’artista.  Una netta separazione tra le due parti della serata: Schubert e Rachmaninoff-Skriabin nella seconda. Dove Schubert, per qualche strana affinità elettiva, appariva con la scarsamente eseguita (perché incompiuta) Sonata in mi maggiore D. 157 e con i molto più noti Momenti musicali D. 780. Questi ultimi rappresentano da sempre uno dei capitoli schubertiani presenti nel  repertorio di molti pianisti famosi, anche se la loro sostenibilità in sala appare spesso problematica a causa della scarsa varietà di carattere dei sei pezzi, dei quali uno solo è tra l’altro indicato come Allegro vivace e scuote un certo incantato immobilismo dei cinque compagni. Volodos ha suonato meravigliosamente, ma la durata di quasi trentratré minuti di questi Momenti ha sorpassato di molto quella media scelta da colleghi che si chiamano ad esempio Gilels, Fischer, Lupu, Perahia e si avvicina molto ai trenta muniti di un altro pianista che non cerca sicuramente l’approvazione del pubblico a tutti i costi, Grigori Sokolov.

Il Volodos che ci era più noto è riapparso nella seconda parte, ma anche qui il pianista si è ben guardato dall’accondiscendere alle richieste popolari. Si partiva, è vero, con il famigerato Preludio op. 3 n. 2 (che ha rappresentato per decenni  l’idea stessa del pianismo rachmaninoffiano ma che oggi è quasi sparito dal repertorio appunto perché i critici continuavano a sottolinearne un certo aspetto “kitsch”) ma poi si divagava – splendidamente – in terreni meno noti. Con l’ultimo dei Preludi op. 23 (straordinaria la sua presentazione attraverso differenti piani sonori), quello op.32 n.10 (la gestione irripetibile delle dinamiche cui accennavamo in apertura), una breve Romanza per voce e pianoforte trascritta dallo stesso Volodos, la Sérénade op. 3 n. 5 (altro caso di pagina una volta popolarissima – condivide il tema principale con quello della Serenata ne I Pagliacci, che è dello stesso anno ! – e poi sparita nell’impaginato dei recital). Per concludere con l’introversa Étude-tableau op. 33 n. 3.

Con Skriabin si raggiungeva forse il livello più alto della serata anche perché Volodos ha proposto una successione di elementi che estendeva la tradizionale divisione bipartita della produzione del musicista russo. Si partiva da una mazurka non più giovanile ma neppure “tarda” per transitare attraverso i deliqui sonori di Caresse dansèe o di Enigme  e giungere agli incendiari estremi (è il caso di dirlo) di Flammes sombres e Vers la flamme . In quest’ ultimo caso Volodos ha raggiunto un vertice di perfezione assoluta, che non ha fatto rimpiangere nemmeno la prima eccezionale versione incisa da Horowitz.

Anche tra i numerosi bis vi sono stati momenti di altissimo interesse, e si trattava in molti casi di materiale ben noto a chi segue la carriera di questo affascinante artista: il Siciliano (o Siciliana?) tratto da un Concerto di Vivaldi e trascritto da Bach; il primo Intermezzo dall’op. 117 di Brahms (dolcissimo, commovente, scorrevole); un preludio skriabiniano dall’op. 11. Ma è forse col Minuetto e trio D. 600 di Schubert che l’ammirazione si è tramutata in incanto: una piccola pagina magistralmente scaturita dalla penna del viennese e proiettata da Volodos in un ideale empireo delle cose immortali.


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L'autore: Luca Chierici

Luca Chierici, nato a Milano nel 1954, dopo la maturità classica e gli studi di pianoforte e teoria si è laureato in Fisica. Critico musicale per Radio Popolare dal 1978 e per Il Corriere Musicale dal 2012, collabora alla rivista Classic Voice dal 1999 come esperto di musica pianistica. È autore di numerosi articoli di critica discografica e musicale, di storia della musica e musicologia, programmi di sala e note di lp e cd per importanti istituzioni teatrali e concertistiche e case discografiche. Ha collaborato per molti anni alle riviste Musica, Amadeus, Piano Time, Opera, Sipario. Ha condotto Il terzo anello per Radiotre e ha implementato il data base musicale per Radio Classica. Ha pubblicato per Skira i volumi dedicati a Beethoven, Chopin e Ravel nella collana di Storia della Musica. Ha curato numerose voci per la Guida alla musica sinfonica edita da Zecchini e ha tenuto diversi cicli di lezioni di Storia della musica presso i licei milanesi. Nell'anno accademico 2016-2017 ha tenuto un ciclo di seminari di storia dell'interpretazione pianistica presso il Conservatorio di Novara (ciclo che è stato replicato per l'anno 2017-2018 al Conservatorio di Piacenza). Appassionato di tecnologia, ha formato nel corso degli anni una biblioteca digitale di oltre 110.000 spartiti e una collezione di oltre 70000 registrazioni live. Nel 2007-2008 ha contribuito in qualità di consulente al progetto di digitalizzazione degli spartiti della Biblioteca del Conservatorio di Milano. Dal 2006 collabora alla popolazione del database della Petrucci Library (www.imslp.org).Dal 2014 è membro della Associazione nazionale Critici musicali.

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